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Thomas Schael, l’uomo dell’anno che la politica piemontese ha cacciato

Lo ha scelto Lospiffero e La Voce sottoscrive: mandato via in cinque mesi per aver fatto sul serio alla Città della Salute, Schael paga il conto di una sanità e di una Regione che invocano il rigore solo quando resta uno slogan. Con Federico Riboldi in prima fila nel coro dell’ipocrisia

Thomas Schael, l’uomo dell’anno che la politica piemontese ha cacciato

Thomas Schael, l’uomo dell’anno che la politica piemontese ha cacciato

È Thomas Schael l’uomo dell’anno.
Lo ha scritto Lospiffero senza giri di parole e La Voce non solo condivide: rilancia. Perché in quella scelta c’è tutta la fotografia impietosa di una sanità piemontese e di una politica regionale che amano riempirsi la bocca di “rigore”, “merito” e “discontinuità”, salvo poi scappare quando qualcuno prova davvero a dare un senso a quelle parole.

Lospiffero lo dice chiaro: se l’Italia fosse un Paese normale, Schael sarebbe un dirigente qualsiasi che fa il suo lavoro. Ma siccome questo è il Paese delle mezze verità, delle carriere costruite più sulle relazioni che sui risultati, allora uno che guarda i bilanci fino all’ultimo centesimo diventa improvvisamente “inadatto”. O, peggio, “divisivo”. Traduzione piemontese: scomodo.

Ed è scomodo, eccome, il “crucco” nel Paese dei furbi, come lo ha definito Lospiffero. Un manager tedesco catapultato in una realtà dove la flessibilità non è una virtù ma un alibi, e dove il compromesso è spesso sinonimo di resa preventiva. Schael arriva alla Città della Salute di Torino con un mandato che doveva essere “forte”, addirittura quinquennale. Un incarico presentato come la svolta epocale da Alberto Cirio e, soprattutto, da Federico Riboldi, l’assessore regionale che ama fare il decisionista salvo poi sfilarsi quando le decisioni iniziano a fare male.

Schael non arriva per scaldare la sedia. Lavora, taglia, controlla, chiede conto. Lospiffero ricorda bene le prime mosse: stop al fumo negli spazi aziendali, giro di vite sull’intramoenia, fine delle convenzioni comode con il privato. Una rivoluzione? No. Semplice amministrazione ordinaria. Ma in Piemonte, evidentemente, anche l’ordinario è rivoluzionario quando tocca interessi consolidati.

La reazione è immediata. I primari che per anni hanno considerato l’ospedale un bancomat personale si ribellano. I sindacati insorgono. Il Cimo lo porta in tribunale e ottiene pure una sentenza per condotta antisindacale. Ferite vere, errori veri. Ma anche – come sottolinea Lospiffero – la prova plastica che Schael aveva messo il dito dove fa più male.

Poi arriva il nodo che nessuno voleva davvero sciogliere: il bilancio.
Un buco da 41 milioni di euro. Schael si rifiuta di firmare. Chiede un advisor esterno, pretende chiarezza, non accetta di fare da parafulmine per gestioni opache mentre pendono inchieste giudiziarie sul passato. Un atteggiamento che in qualsiasi amministrazione sana sarebbe definito prudenza. In Piemonte diventa arroganza. “Rigidità”. “Mancanza di dialogo”.

Ed è qui che la politica regionale mostra il suo vero volto. Quello che Lospiffero racconta senza pietà: quando Schael inizia a far emergere numeri che non tornano sull’intramoenia, la musica cambia. Da risorsa diventa problema. Da uomo dell’ordine diventa corpo estraneo. E chi è il primo a voltargli le spalle? Proprio Federico Riboldi, l’assessore che lo aveva voluto, annunciato, incensato. Lo stesso che, pochi mesi dopo, decide che è il momento di chiudere la partita.

Agosto 2025: dopo meno di cinque mesi, Schael viene accompagnato alla porta. E il capolavoro della politica piemontese arriva nella delibera di revoca, che Lospiffero definisce per quello che è: una schizofrenia amministrativa. Il commissariamento, improvvisamente, deve essere “eccezionale e temporaneo”. Il mandato quinquennale diventa una semplice “proiezione”. Una favola buona per giustificare l’epurazione di chi aveva osato prendere sul serio l’incarico ricevuto.

Al suo posto arriva un direttore generale più “dialogante”. Più malleabile. Più adatto ai desiderata della politica. La linea è chiara: meno conti, più brioche. Meno rigore, più pacificazione. È quello che voleva la Regione. È quello che voleva Riboldi. Ed è esattamente il motivo per cui Lospiffero sceglie Schael come persona dell’anno.

Non perché sia stato perfetto. Non perché non abbia sbagliato. Ma perché ha fatto qualcosa di imperdonabile per questo sistema: ha fatto sul serio. Ha toccato rendite di posizione, ha acceso fari sui bilanci, ha provato a riportare la sanità pubblica dentro la sanità pubblica. In un Piemonte dove si preferiscono gli annunci ai numeri, i comunicati alle responsabilità, questo è un peccato mortale.

La Voce sottoscrive fino in fondo la scelta di Lospiffero. Perché Schael è l’uomo dell’anno proprio perché è stato respinto. Perché ha perso contro un sistema che tollera tutto tranne la coerenza. E perché ha mostrato, senza volerlo, la nudità della politica piemontese: capace di invocare l’uomo dell’ordine solo finché l’ordine resta uno slogan da conferenza stampa.

Schael è stato mandato via. Federico Riboldi è ancora lì. La sanità piemontese pure, con gli stessi problemi di prima.

E alla fine, come scrive Lospiffero, non è Schael ad aver perso. Ha perso la politica. Ancora una volta.

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