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15 Febbraio 2026 - 23:37
E' ancora inverno ma domenica 15 febbraio a Ivrea l’aria sa già di primavera e di attesa. La luce del mattino scivola sulle facciate del centro storico, accende le pietre antiche e accarezza le “rosse torri” del Castello. È il primo giorno di battaglia dello Storico Carnevale di Ivrea, e la Città non si limita a celebrarlo: lo vive, lo respira, lo diventa.
C’è qualcosa di profondamente romantico in questa attesa collettiva. Nei caffè che servono tazze bollenti a chi è arrivato all’alba. Nei bambini che stringono la mano ai genitori e guardano incuriositi le cassette di arance accatastate agli angoli delle piazze. Nei veterani che si abbracciano in silenzio, con quella complicità che solo chi ha già combattuto può capire. Alcuni visitatori sono qui per la prima volta, con gli occhi spalancati; altri tornano ogni anno, fedeli come a un appuntamento del cuore.
Il mattino si apre con il profumo delle fagiolate. I grandi paioli fumano nelle piazze e nei quartieri, e i “fagioli grassi” vengono distribuiti come un gesto antico di fratellanza.
Poi arrivano i riti. Il Podestà rinnova il suo giuramento davanti alla città, gli Armigeri promettono fedeltà, e sul Ponte Vecchio si compie la Cerimonia della Preda in Dora.
La pietra lanciata alle spalle, che scompare tra le acque del fiume, è un gesto che attraversa i secoli: il rifiuto della tirannia, la memoria di una rivolta che qui non è leggenda sbiadita, ma identità viva. Sulla riva, la Mugnaia osserva. È il volto gentile e determinato della libertà, la figura che ogni anno rinnova il senso profondo di questa festa.
Intanto la città si lascia attraversare dalla musica. Tamburi, pifferi, bande ospiti arrivate da lontano: il Reggimento Provinciale d’Ivrea 1796, la Banda “Città di Ventimiglia”, i Tamburi Medioevali di Brisighella, la Filarmonica “Martino Andreo” di Strambino, i Tamburi e Pifferi di Sierre e gli altri gruppi che hanno scelto di condividere questo palcoscenico a cielo aperto. Ogni esibizione è un tassello che arricchisce il mosaico sonoro del Carnevale.

Domenica di Carnevale a Ivrea
Molti, complice la giornata limpida, salgono al Castello, aperto eccezionalmente al pubblico. Nel cortile interno risuona il vociare dei visitatori; nelle antiche celle, trasformate in spazi espositivi, le mostre fotografiche raccontano i Cinque Laghi, il rapporto tra l’uomo e il libro, e la storia stessa del Carnevale. Dai camminamenti di ronda lo sguardo corre lontano, dall’Anfiteatro Morenico eporediese fino all’imbocco della Valle d’Aosta.
E poi ci sono loro, gli aranceri. Le nove squadre a piedi, Tuchini del Borghetto, Diavoli, Mercenari, Pantera Nera, Credendari, Scorpioni di Arduino, Scacchi, Asso di Picche, La Morte, si preparano con una concentrazione che ha qualcosa di solenne.
Prima della battaglia, come da tradizione, si consuma uno dei riti più intensi: il battesimo dei novizi. In ginocchio davanti ai veterani, ricevono colpi d'arance sulla testa. Un’investitura che sancisce l’ingresso nella squadra, la promessa di protezione reciproca.
L’ingresso dei carri da getto accende definitivamente l’atmosfera. I cavalli avanzano tra gli applausi, le divise colorate brillano al sole.
Quando la Marcia del Corteo Storico attraversa la città, è un fiume umano che scorre tra le piazze: Alfieri, Pifferi e Tamburi, il Generale e lo Stato Maggiore, la Mugnaia sul Cocchio Dorato trainato da tre cavalli bianchi. Lei lancia mimose e caramelle, e la folla risponde con un’onda di entusiasmo.
Poi, all’improvviso, il primo lancio. La Battaglia delle Arance esplode nelle piazze: Piazza Ottinetti, Piazza di Città, Borghetto, Rondolino, Freguglia. Le arance volano, si infrangono sui caschi, rimbalzano sulle protezioni di cuoio, si schiantano a terra tingendo tutto di arancione. L’odore acre degli agrumi si mescola al sudore, al fiato corto, al battito accelerato.
Tra la folla c’è chi osserva con stupore, chi fotografa, chi trattiene il fiato a ogni carica. C’è pathos, c’è emozione vera. Per alcuni è la prima volta e resterà indelebile; per altri è l’ennesima, ma ogni anno diversa, irripetibile.
Quando la luce comincia a farsi più morbida e la Generala richiama tutti in Piazza di Città, Ivrea appare stanca e bellissima. Le scarpe sono sporche di polpa, i cappotti macchiati, i volti arrossati dal freddo e dall’adrenalina, qualche naso sanguina, qualcuno nostra i lividi.
La prima giornata di battaglia si chiude così: con una città che, ancora una volta, ha scelto di raccontarsi attraverso un rito collettivo unico al mondo. Un intreccio di storia e leggenda, di orgoglio e appartenenza. E mentre le ultime arance rotolano sul selciato in attesa delle prossime giornate di battaglia.
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