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Non ci sono più volontari: dopo 43 anni di servizio, chiude l'associazione di volontariato di Chivasso

AVULSS significa “Associazione per il Volontariato nelle Unità Locali dei Servizi Socio-Sanitari” ed è una realtà nata in Italia con una vocazione precisa: stare accanto alle persone nei luoghi della malattia e della fragilità, non con interventi spot ma con una presenza continuativa e organizzata...

Giulia Menchetti dell'Avulss di Chivasso

Giulia Menchetti dell'Avulss di Chivasso

Chivasso perde l’Avulss. E non è una frase da commemorazione: è un fatto. Dal 10 gennaio 2026, l’Associazione AVULSS di Chivasso ha deliberato la chiusura di tutte le attività di volontariato, mettendo fine a oltre 43 anni di servizio sul territorio. La decisione è stata presa dai soci operatori volontari riuniti in assemblea straordinaria. Non si parla di ridimensionamento, non di pausa, non di “vedremo più avanti”: è la fine di un’esperienza che per decenni ha lavorato dove spesso le istituzioni arrivano tardi e dove le famiglie, sempre più sottili e logorate, non riescono più a reggere tutto da sole.

La motivazione è chiara e anche questa, per una volta, non ha bisogno di essere mascherata con parole eleganti. C’entra l’età che avanza e c’entra soprattutto la difficoltà di trovare persone disposte a farsi carico del coordinamento, cioè quella parte meno romantica e più pesante del volontariato: organizzare turni, tenere insieme le disponibilità, rispondere alle urgenze, fare da ponte tra strutture, cittadini e bisogni che non aspettano il momento giusto. Senza ricambio, un’associazione non chiude per mancanza di “buon cuore”. Chiude perché finisce il carburante umano.

Per capire cosa si perde, bisogna ricordare cos’era l’Avulss, al di là della sigla. AVULSS significa “Associazione per il Volontariato nelle Unità Locali dei Servizi Socio-Sanitari” ed è una realtà nata in Italia con una vocazione precisa: stare accanto alle persone nei luoghi della malattia e della fragilità, non con interventi spot ma con una presenza continuativa e organizzata. A Chivasso, questa idea ha avuto per anni una traduzione semplice e concreta: esserci, senza trasformarsi in un ufficio stampa di se stessa.

Fino alla conclusione del 2025, i volontari dell’Avulss hanno prestato servizio al Pronto Soccorso dell’Ospedale di Chivasso, nelle residenze assistenziali di Chivasso, Castelrosso, Piazzo e Settimo Torinese, e anche nel Centro Alzheimer di Volpiano. Hanno inoltre accompagnato persone verso luoghi di cura quando mancava una rete familiare disponibile, e in alcuni casi hanno offerto supporto scolastico ai bambini della scuola dell’obbligo. È un elenco che, messo così, sembra solo un inventario. In realtà è una mappa di solitudini intercettate e, per un tratto di strada, tenute insieme.

Nel tempo l’associazione è stata presente anche in iniziative di sostegno pratico alla comunità. Nel 2021, ad esempio, La Voce raccontava l’impegno dell’Avulss nella consegna di prodotti per l’igiene e derrate alimentari nell’ambito della Spesa Solidale, un lavoro che non aveva nulla di simbolico perché significava raggiungere persone che, banalmente, non ce la facevano. In quegli anni si è vista una verità semplice: quando una realtà del genere funziona, non fa notizia. Fa servizio. E spesso lo fa in silenzio, perché chi lavora davvero in questi contesti di solito non ha tempo da spendere per raccontarsela.

L’Avulss di Chivasso aveva celebrato anche un passaggio importante nel 2022, quando si era arrivati ai 40 anni di servizio sul territorio. Era il tipo di traguardo che dovrebbe essere un punto di forza, un segnale di continuità. E invece oggi, a distanza di poco, diventa un promemoria amaro: nemmeno una storia lunga e radicata è al sicuro se non si rigenera. Il volontariato, senza nuove energie, non invecchia: si spegne.

Non è nemmeno corretto raccontarla come una “chiusura inevitabile” con il tono rassegnato di chi osserva il tempo che passa. Qui c’è un dato sociale che riguarda Chivasso, non solo l’Avulss. Perché se chiude un’associazione che per anni ha coperto spazi di prossimità, qualcuno dovrà assorbire quel vuoto. Non per principio, ma per necessità. E se non lo assorbe nessuno, allora il risultato è scontato: più persone resteranno sole nei momenti in cui la solitudine pesa di più, cioè dentro un corridoio d’ospedale, in una stanza di RSA, in una fase di malattia che non lascia margini.

È anche per questo che l’Avulss non può essere liquidata come una realtà “che ha fatto cose buone”. Sarebbe una formula comoda e poco vera. La verità è che queste associazioni sono state a lungo un pezzo di welfare reale, pur non essendo welfare istituzionale. Erano la parte intermedia, quella che riduceva la distanza tra un servizio pubblico spesso sotto pressione e un cittadino che non sempre ha strumenti, familiari, tempo o forze per orientarsi. Quando quel ponte viene giù, non è detto che qualcuno lo ricostruisca.

L’Avulss saluta senza toni drammatici e senza accuse. Nel messaggio di chiusura i volontari e il consiglio ringraziano chi ha sostenuto l’associazione e lasciano un augurio semplice. “Ci teniamo a ringraziare tutti coloro che negli anni ci hanno sostenuto, e auguriamo loro ogni bene”. È una frase sobria, quasi trattenuta. E in fondo racconta proprio ciò che l’Avulss è stata: un luogo di presenza, non di propaganda.

Da oggi, però, quella presenza non c’è più. E non bisogna girarci attorno: a Chivasso si sentirà. Perché ci sono assenze che fanno rumore proprio perché prima non lo facevano.

L'Avulss a Chivasso

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