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Intramoenia, il grande imbroglio piemontese: un sistema marcio da cancellare

Regione sotto accusa, medici in rivolta, inchieste aperte e un regolamento scritto fuori dagli uffici pubblici. L’intramoenia in Piemonte implode e finisce davanti ai giudici. E la soluzione è una sola: eliminarla

L’ospedale alla “francese” e le “cazzate” di Icardi

L'ex assessore regionale alla sanità del Pirmonte Luigi Genesio Icardi

C’è un punto oltre il quale la pazienza dei cittadini – e dei medici onesti – non può più arrivare. In Piemonte, quel punto è stato superato già da un pezzo. Da anni si promettono riforme, si annunciano “svolte epocali”, si sbandierano leggi e regolamenti che dovrebbero mettere ordine, e invece ogni nuovo intervento aggiunge un pezzo al caos. Parliamo, manco a dirlo, dell’intramoenia. Viene venduta come un “diritto”, un’“opportunità”, una “forma virtuosa di libera professione”, addirittura come lo strumento che terrebbe i medici in Italia anziché farli scappare all’estero. Ma la realtà è molto più semplice e molto meno poetica: è un meccanismo storto che arricchisce pochi, trascina la sanità pubblica in un pantano sempre più profondo e genera conflitti d’interesse grandi come il grattacielo della Regione Piemonte. Un sistema che nel tempo è diventato un’autostrada a quattro corsie verso la privatizzazione strisciante, abilmente mascherata da presunta efficienza. E soprattutto è un sistema che non funziona: lo sanno i cittadini, lo sanno i medici, lo sa anche chi siede in aula a Palazzo Lascaris, ma tutti continuano a recitare il copione.

Il copione, in questa legislatura, ha un nome e cognome: Luigi Icardi. Il 15 luglio 2025 il Consiglio Regionale approva a maggioranza una legge “per uniformare l’esercizio dell’attività libero-professionale intramuraria sul territorio regionale”, prima firma proprio dell’ex assessore leghista alla Sanità, oggi presidente della Commissione Sanità. Una legge asciutta, minimalista, definita dallo stesso Icardi una “legge di sistema” che rimanda tutto il vero contenuto alla fase successiva, quella del regolamento. In aula lo dicono apertamente: il testo è scarno, la partita vera si giocherà dopo.

E infatti eccoci al dopo. Il 23 settembre 2025 il Consiglio Regionale approva le linee guida regionali e uno “schema di regolamento tipo ALPI” per rendere operativa quella legge: la cosiddetta deliberazione attuativa, ancora una volta targata Icardi, con le opposizioni che rifiutano di partecipare al voto. Dentro, sulla carta, c’è di tutto: trasparenza, tracciabilità dei pagamenti, tariffario uniforme, obbligo per i direttori generali di adeguare i regolamenti aziendali pena il taglio fino al 70% della retribuzione di risultato e, in extremis, il commissariamento. Una stretta formale che viene raccontata come “un balzo in avanti per la sanità regionale”, una riforma “che mette ordine”, un giro di vite che dovrebbe riportare l’intramoenia dentro binari chiari e uguali per tutti.

Peccato per il meccanismo perverso, quello che non si legge negli slogan ma negli emendamenti. La legge nazionale stabilisce una regola cristallina: un medico non può svolgere più intramoenia di quanta attività eroghi nel servizio sanitario pubblico. È semplice, logico, quasi ovvio. Eppure il Piemonte, nella fase di definizione delle linee guida, ha scelto la strada opposta. Attraverso emendamenti presentati in Commissione sempre da Luigi Icardi, si è ampliato il perimetro di ciò che viene conteggiato come attività “istituzionale”. Non solo le prestazioni ambulatoriali, come vorrebbe la logica, ma anche quelle eseguite sui ricoverati e persino quelle svolte in Pronto Soccorso vengono aggiunte al conteggio delle attività pubbliche. Risultato? Le prestazioni “istituzionali” aumentano artificialmente e cresce automaticamente anche la soglia di intramoenia consentita. Un capolavoro di ingegneria normativa: si rispetta la legge, aggirandone lo spirito.

Da qui discende tutto il resto. Più prestazioni “pubbliche” conteggiate, più prestazioni private autorizzate. E siccome gli spazi negli ospedali risultano magicamente insufficienti – in verità ci sono ma fanno i furbi e lo ha dimostrato l'ex commissario  Thomas Schael –, un numero crescente di visite e interventi intramoenia viene spinto fuori, verso le cliniche private. In teoria, il nuovo impianto normativo prevede che l’attività libero-professionale si svolga “preferibilmente” negli ospedali pubblici. In pratica, l’eccezione è diventata regola, e basta dichiarare genericamente la carenza di spazi per trasferire attività e medici nel privato. Tanto per dire Città della Salute ha prorogato convenzioni scadute con strutture private proprio per continuare a svolgere lì l’intramoenia. Doveva essere una toppa. È diventata la normalità. 

Come se non bastasse, il regolamento che scatena il ricorso al Tar non nasce negli uffici tecnici della Regione, ma su un computer di uno studio legale privato. È lì che viene redatta la bozza. Ed è lo stesso avvocato che la scrive a partecipare alle riunioni preparatorie con i direttori delle Asl.

Morale? L’ex assessore Luigi Icardi presenta la legge quadro; l’attuale assessore alla Sanità, Federico Riboldi, la esalta come un “passo avanti”; e la maggioranza difende un testo che non ha scritto interamente nei suoi uffici. Gli uffici tecnici? Spettatori paganti.

Finita qui? Macché! C’è il direttore sanitario Lorenzo Angelone. Alla vigilia del voto, ha dichiarato che la scelta di svolgere l’intramoenia dentro o fuori l’ospedale è “una libera decisione dei medici”. Una frase che ribalta anni di normativa, scardina i presupposti della legge nazionale e conferma le peggiori paure delle opposizioni. Non a caso Daniele Valle del Partito Democratico parla apertamente di “intenzioni poco chiare” della Giunta; e Sarah Disabato, capogruppo del Movimento 5 Stelle, ricorda che proprio quella forzatura era il preludio perfetto a un ricorso. Bastava leggere gli atti.

Sarah Disabato dei cinquestelle

Ed eccoci al nodo che nessuno vuole affrontare: l’intramoenia non è un sistema da correggere. È un sistema da eliminare. Non basta una legge asciutta, non bastano linee guida uniformi, non bastano punizioni ai direttori generali che non si adeguano. L’intramoenia è un conflitto d’interessi strutturale dentro la sanità pubblica, un meccanismo che crea disparità, che trasforma un diritto in un servizio acquistabile, che rallenta il pubblico e accelera il privato. Ogni tentativo di normarla produce nuove distorsioni: tabelle da aggiornare, prestazioni da contare, ricoveri da includere, eccezioni che diventano regole. Ogni toppa apre uno strappo più grande. Intanto le liste d’attesa restano infinite e chi non può pagare resta indietro.

Ora la palla passerà al Tar Piemonte. Potrà sospendere il regolamento, modificarlo, confermarlo. Ma il problema non è giuridico: è politico. Una sanità pubblica non si difende regolando il conflitto d’interessi. Si difende eliminandolo. E l’intramoenia è, da sempre, il più grande conflitto d’interessi della sanità italiana. Va archiviata, cancellata, sostituita con un modello lineare, semplice, trasparente, in cui il medico pubblico lavora per il pubblico e basta.

Insomma, il ricorso del Cimo non basta. Si deve lavorare per cancellare l’intramoenia e riportare ogni attività all’interno di un servizio sanitario davvero pubblico, comprensibile, uguale per tutti. Il resto è propaganda. E di propaganda, in Piemonte, ne abbiamo già vista fin troppa.

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