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Sanità
14 Febbraio 2026 - 07:30
Suicidio assistito. Paolo è morto!
Paolo è morto. Non è una frase da cronaca. È una frase che pesa.
Perché Paolo non è morto “improvvisamente”, non è morto “dopo una lunga malattia” come si scrive quando si vuole chiudere tutto in tre parole educate. Paolo ha scelto di morire. E per poterlo fare ha dovuto aspettare dieci mesi.
Dieci mesi sono un’eternità quando il tuo corpo si sta spegnendo pezzo dopo pezzo.
Dieci mesi sono un paradosso quando la tua richiesta è chiara, consapevole, ripetuta.
Dieci mesi sono una tortura quando sai che il tempo può portarti via proprio ciò che ti serve per essere ascoltato: la lucidità.
La domanda era stata presentata a maggio all’ASL TO4 (Chivasso, Ivrea, Ciriè e Settimo). Non era un capriccio. Non era un gesto impulsivo. Era la richiesta di un uomo di quarant’anni, affetto da una malattia degenerativa invalidante, che non riconosceva più nella propria esistenza qualcosa che potesse chiamare dignità.
La legge italiana non prevede una norma chiara sul suicidio medicalmente assistito. Esistono sentenze. Esistono criteri fissati dalla Corte costituzionale nel 2019: patologia irreversibile, sofferenze intollerabili, dipendenza da trattamenti vitali, capacità di decidere liberamente. Esiste un perimetro giuridico. Ma non esiste una strada asfaltata.
E quando non c’è una strada, si procede a tentoni.
L’ASL ha fatto quello che poteva: ha istituito una commissione, ha convocato specialisti, ha valutato, ha verificato. Ogni passaggio un atto pesante. Ogni firma una responsabilità. Per mesi si è discusso non solo della malattia di Paolo, ma di cosa fosse lecito fare, di cosa fosse “coperto”, di cosa fosse prudente. Perché in Italia sul fine vita la politica arretra e lascia i medici davanti a una domanda che non è solo clinica: è morale, giuridica, pubblica.
Nel frattempo Paolo aspettava. Aspettava mentre la Regione Piemonte prometteva linee di indirizzo. Aspettava mentre si parlava di circolari “esplicative”. Aspettava mentre si chiariva che non si trattava di una legge, che non si voleva fare una legge, che nessuno intendeva aprire un varco legislativo.
Intanto il suo corpo continuava il proprio lavoro silenzioso: peggiorare.
Quando la commissione ha certificato che i requisiti c’erano tutti, sembrava che la parte più difficile fosse finita. Ma non è così semplice. Perché riconoscere un diritto non significa automaticamente garantirlo. E per settimane è rimasta sospesa la domanda più concreta di tutte: chi accompagna davvero? Chi prescrive? Chi fornisce? Chi resta nella stanza fino alla fine?
Alla fine la Regione ha inviato una circolare. Poche pagine. Un percorso tracciato. Un’équipe volontaria di medici e infermieri incaricata di assistere all’auto-somministrazione del farmaco. Tutto scritto con linguaggio tecnico, pulito, neutro. Ma dietro ogni parola c’era una realtà molto meno neutra: un uomo che non voleva più vivere così.
Nei primi giorni di febbraio Paolo ha deciso. A casa sua. Non in un corridoio d’ospedale. Non in una clinica straniera. A casa.
I professionisti presenti hanno verificato ancora una volta la sua volontà. Nessuna pressione, nessuna esitazione. Solo una decisione che era maturata nel tempo, e che il tempo aveva reso ancora più pesante. L’ASL ha parlato di “supporto tecnico-logistico”. Una formula asciutta. Necessaria. Ma dentro quella formula c’era l’ultimo gesto pubblico di una scelta privata.
E poi il silenzio.
Resta un dettaglio che dettaglio non è: il costo del farmaco. La Regione ha chiesto al Ministero della Salute se debba essere considerato una prestazione garantita dal Servizio sanitario nazionale. Se la risposta non dovesse arrivare, o arrivasse negativa, il rischio è che la famiglia debba farsi carico di una parte della spesa. Circa cinquemila euro tra farmaco e dispositivi.
Cinquemila euro per chiudere una sofferenza che lo Stato ha riconosciuto legittima.
È un’immagine crudele, quasi insopportabile: dover discutere di ticket mentre si parla di morte scelta.
Sul piano politico le posizioni restano caute. La Regione ribadisce che non intende legiferare sul suicidio assistito. Si richiama alle cure palliative, agli hospice, all’assistenza domiciliare. Tutto indispensabile. Ma non sufficiente per chi, pur informato e accompagnato, continua a chiedere altro.
La storia di Paolo non è solo la storia del primo caso piemontese. È la fotografia di un Paese che riconosce un diritto nelle sentenze ma fatica a trasformarlo in percorso. È la storia di un uomo che ha dovuto dimostrare, certificare, attendere, resistere abbastanza a lungo da poter scegliere.
Dieci mesi per ottenere ciò che la Corte aveva già scritto anni fa. Dieci mesi per non essere lasciato solo. Dieci mesi perché una decisione personale diventasse possibile anche pubblicamente.
Adesso Paolo non c’è più. E la politica può tornare a discutere con calma.

La morte di Paolo chiude una vicenda personale e ne apre una collettiva. Perché il primo caso di suicidio medicalmente assistito in Piemonte non è soltanto un fatto sanitario: è la fotografia di un vuoto politico che dura da sei anni e, allo stesso tempo, l’inizio di una fase nuova per la Regione. Per la prima volta una procedura è stata completata dentro il perimetro del Servizio sanitario regionale, con atti formali, verbali, équipe costituite e responsabilità assunte. Non più un’ipotesi giuridica o un dibattito confinato all’Aula consiliare, ma un fatto amministrativo concreto. Da oggi il fine vita in Piemonte non è più una questione teorica.
La Corte costituzionale, nel 2019, ha tracciato un perimetro preciso. Non ha introdotto un “diritto a morire” senza limiti, ma ha individuato condizioni stringenti in cui l’aiuto al suicidio non è punibile e ha stabilito che la verifica debba avvenire in una struttura pubblica del Servizio sanitario, con il parere del Comitato etico. Ha fatto, in sostanza, ciò che il Parlamento non aveva fatto. Da allora, però, il legislatore nazionale non ha colmato quel vuoto e le Regioni si sono mosse in ordine sparso, tra prudenza estrema e immobilismo.
Il Piemonte è rimasto fermo per anni. Nel 2023 oltre undicimila cittadini hanno sottoscritto la proposta di legge di iniziativa popolare promossa dall’Associazione Luca Coscioni. È stata dichiarata ammissibile, ma non è mai stata discussa in modo sostanziale. Le opposizioni — Valentina Cera, Sarah Disabato — hanno sollevato più volte il tema in Consiglio regionale, denunciando l’assenza di linee operative. La risposta della maggioranza è stata attendista, sempre accompagnata dallo stesso argomento: manca una legge nazionale.
Poi è arrivato il caso concreto. Quando l’ASL TO4 riceve la richiesta formale di accesso al suicidio medicalmente assistito, non esistono linee regionali. L’azienda sanitaria scrive alla Regione per chiedere indirizzi. La risposta è negativa: nessun protocollo operativo disponibile. È in quel momento che l’attendismo non è più possibile e la burocrazia sanitaria prende il posto della politica.
Con la delibera 717 del 5 settembre 2025, firmata dal direttore generale Luigi Vercellino, l’ASL istituisce una commissione multidisciplinare per verificare la sussistenza dei requisiti fissati dalla Consulta. È un atto tecnico, ma anche una scelta dal peso politico evidente: un’azienda territoriale che decide di non lasciare la richiesta in sospeso pur in assenza di una cornice normativa regionale chiara. La commissione lavora, esamina, certifica che i criteri — patologia irreversibile, sofferenze intollerabili, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale, capacità decisionale libera e consapevole — sono presenti. Ed è lì che si apre la frattura: riconoscere il diritto non significa automaticamente garantirne l’esercizio.
Il parere del Comitato etico è obbligatorio ma non vincolante. La responsabilità finale resta in capo all’azienda sanitaria. In quel passaggio si misura tutta la fragilità del sistema: la giurisprudenza costituzionale consente, ma non offre uno scudo operativo totale. I direttori generali si muovono in una zona grigia in cui la prudenza amministrativa pesa quanto il principio di autodeterminazione. Non è soltanto una questione morale, è anche una questione di esposizione giuridica.
Sotto la pressione del caso, la Regione interviene. Non con una legge regionale, né con un atto deliberativo strutturato, ma con una circolare della Direzione Sanità accompagnata da un allegato tecnico-procedurale. La Giunta precisa che non si tratta di linee guida né di regolamentazione, ma di un documento esplicativo delle sentenze della Corte costituzionale. È una scelta che rende evidente il piano politico: uniformare senza legiferare, dare un percorso alle Asl evitando di assumere una decisione normativa che potrebbe spaccare la maggioranza di centrodestra. La soluzione amministrativa consente di evitare lo scontro frontale in Consiglio regionale, ma resta fragile, perché una circolare è modificabile e non ha la stabilità di una legge votata dall’Aula.
La procedura ora esiste: domanda formale, convocazione della commissione, incontri con il paziente, parere del Comitato etico, eventuale attivazione di un’équipe volontaria incaricata di assistere all’auto-somministrazione. Non è più un percorso improvvisato caso per caso. È un modello tracciato. Questo significa che il prossimo paziente non partirà da zero. Ma significa anche che ogni nuova richiesta riaprirà il tema della responsabilità ultima e della copertura normativa.
Nel frattempo il quadro nazionale resta fragile. Il Parlamento non ha approvato una disciplina organica; il referendum sull’eutanasia è stato dichiarato inammissibile nel 2022; la sentenza 204 del 2025 sulla legge toscana ha ribadito che le Regioni possono organizzare, ma non riscrivere l’assetto sostanziale della materia. Senza un intervento statale, ogni iniziativa regionale resta esposta a conflitti di attribuzione.
A questo si aggiunge il nodo economico. La Regione Piemonte ha chiesto al Ministero della Salute di chiarire se il farmaco e i dispositivi necessari rientrino tra le prestazioni garantite dal Servizio sanitario nazionale, cioè tra i Lea, oppure se debbano essere considerati extra-Lea. Una questione solo apparentemente tecnica: la differenza è tra un diritto pienamente pubblico e un costo che rischia di ricadere sulle famiglie. Finché non ci sarà un chiarimento definitivo, ogni futuro caso porterà con sé anche questa incertezza.
Nel dibattito pubblico la maggioranza regionale continua a ribadire di non voler riconoscere il suicidio assistito come istituto nella legislazione piemontese, richiamandosi alle cure palliative, alla terapia del dolore, all’ampliamento degli hospice. È una linea coerente con una parte dell’elettorato, ma non scioglie il nodo posto dalle sentenze della Corte: quando i requisiti sono accertati, il sistema sanitario deve consentire l’esercizio del diritto.
La vicenda di Paolo dimostra che il Piemonte ha scelto la via della gestione amministrativa, non della decisione legislativa piena. Una soluzione di equilibrio che evita lo scontro politico diretto ma lascia aperta una domanda di fondo: può un diritto così delicato essere affidato a circolari interne? O è proprio questa prudenza amministrativa l’unico modo, in assenza di una legge nazionale, per tenere insieme una materia che divide profondamente la società?
Il primo caso piemontese non chiude il dibattito, lo rende inevitabile. Esiste un precedente, esiste una procedura applicata, esiste una responsabilità pubblica esercitata. La politica potrà ancora parlare di “caso isolato”, ma non potrà più sostenere che il problema sia teorico. In Piemonte il fine vita è diventato una pratica istituzionale. E quando una pratica entra nel sistema pubblico, diventa una responsabilità collettiva.
LA VOCE DEL CANAVESE
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