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Venaria
13 Febbraio 2026 - 19:40
Lo sport e la radio si appartengono da sempre. Se la televisione costruisce un racconto collettivo, fatto di immagini, moviole e primi piani, la radiocronaca è un atto solitario: una voce, un microfono, milioni di ascoltatori sparsi ovunque. E solitari, in fondo, sono anche i campioni nel momento esatto in cui compiono l’impresa. C’è un istante che precede l’abbraccio, che viene prima dell’esplosione dello stadio: è lì che la radio entra, lo cattura e lo consegna alla memoria.
È questa unicità a sedurre Francesco Repice, storica voce di Tutto il calcio minuto per minuto, che con lo spettacolo Ci vediamo alla radio porta in scena il potere invisibile della parola. Ieri sera il Teatro Concordia di Venaria Reale si è trasformato in una grande sala d’ascolto, più che in un palcoscenico: un luogo in cui le immagini nascono dentro chi ascolta.
Il bello della radio è che ti consente di vivere la tua vita mentre la ascolti, racconta Repice. È un mezzo fluido, leggero, mai invasivo. Puoi accompagnare i figli a scuola, correre al parco, guidare in tangenziale o pescare in mezzo al mare – come fa lui a Tropea – e intanto seguire una partita minuto per minuto. Non chiede di fermarti, non ti costringe davanti a uno schermo. Ti segue. E forse proprio perché non offre immagini preconfezionate, costringe chi ascolta a costruirsele, sviluppando uno sguardo più critico, più personale.

Francesco Repice durante lo spettacolo del Concordia
Lo spettacolo nasce come un omaggio ai colleghi del Giornale Radio Rai, al servizio pubblico, a quelle voci che hanno attraversato decenni di storia italiana. Se certi fatti sono entrati nella memoria collettiva è perché qualcuno li ha raccontati, osserva Repice. Senza il racconto, l’evento resta cronaca. Con il racconto diventa storia.
Così scorrono nomi e frammenti di memoria: Piero Pasini, unico testimone diretto dell’attacco del Settembre Nero alle Olimpiadi di Monaco del 1972; Bruno Pizzul, voce composta e ferma nella notte tragica dell’Heysel. È la radio che resta accesa quando le immagini si spengono, che tiene insieme informazione ed emozione.
Repice la definisce “la scatola delle meraviglie”. Aprirla significa attraversare cinquant’anni di emozioni, intrecciando musica e parole, evocando immagini senza mostrarle. Una galleria di giganti: Sandro Ciotti, Bruno Gentili, Francesco Rosi, Victor Hugo Morales, Giampiero Galeazzi. Voci riconoscibili al primo respiro, talvolta ribelli, sempre autentiche. I radiocronisti non scrivono ma guardano, diceva Ciotti. Guardano e trasformano ciò che vedono in una fotografia verbale, destinata a imprimersi nella mente di chi ascolta. È la parola che si fa incisione, che resiste al tempo.
Anche per Repice la radio è stata, in un certo senso, una seconda possibilità. Sognava il calcio giocato, ma non aveva il talento per restare in campo. L’unico modo per restare in quell’ambiente era parlarne, confessa con disarmante sincerità. Non avrebbe mai immaginato di arrivare a Tutto il calcio minuto per minuto, il tempio della radiocronaca sportiva italiana. Ho avuto fortuna, e la bravura di mantenerla. Una frase che dice molto del mestiere: l’occasione conta, ma conta di più la capacità di farsi trovare pronti.
La prima radiocronaca non si dimentica. Roma-Bologna, 1998. Stadio Olimpico incandescente dopo le polemiche per la sfida con la Juventus, diecimila fischietti sugli spalti, un frastuono continuo. Non fu semplice, ammette. In quei momenti la voce deve restare ferma, attraversare il rumore, trasformare il caos in racconto.
Non solo calcio. C’è il pugilato, altra grande passione. Indimenticabile la radiocronaca dell’oro olimpico di Roberto Cammarelle, con quella tensione che cresce round dopo round. E poi il sogno mai realizzato: raccontare “The Rumble in the Jungle”, la sfida leggendaria tra Muhammad Ali e George Foreman. Un evento che è già mito, ma che alla radio avrebbe avuto un sapore diverso, più intimo, più epico.
Nel corso della serata risuona anche la voce di Paolo Valenti che commenta il match tra Nino Benvenuti ed Emile Griffith al Madison Square Garden nel 1967. Un incontro non trasmesso in televisione per scelta del direttore Ettore Bernabei: l’indomani gli italiani dovevano alzarsi presto per andare a lavorare. Una decisione che oggi appare lontanissima, ma che racconta un’altra idea di Paese e di servizio pubblico.
E poi c’è la Nazionale. Gli Azzurri per me sono passione pura, dice Repice. Ricorda Berlino, dopo il trionfo mondiale del 2006. Gennaro Gattuso gli si avvicina e gli dice: Per me e per te è stato tre volte più difficile arrivare dove siamo arrivati. In quelle parole c’è tutto: sacrificio, periferia, fatica, riscatto. La radio, ancora una volta, come strumento di identità.
Perché andare a vedere Ci vediamo alla radio? Perché bisogna voler bene a questo gioco e alle persone che hanno reso grande il servizio pubblico, risponde Repice. E aggiunge un concetto che non è retorica: la radio è democrazia. È accessibile, è gratuita, è per tutti. Non chiede abbonamenti, non seleziona il pubblico. Entra nelle case e nelle vite senza chiedere permesso.
In fondo, come insegna il Piccolo Principe, l’essenziale è invisibile agli occhi. Ma non per chi sa ascoltare. Ci sono voci che ti accompagnano all’alba, in macchina verso il lavoro, o in una domenica pomeriggio di provincia. Restano. E quando tornano, basta un timbro, una pausa, un respiro per riportarti indietro nel tempo.
La radio non mostra. Suggerisce. Non impone. Evoca. E forse è proprio per questo che, ancora oggi, continua a battere. Ci vediamo alla radio.
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