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Pianeta sanità
30 Gennaio 2026 - 16:59
Fine vita, riconosciuto il diritto ma negato l’aiuto
Il paziente ha i requisiti per il suicidio medicalmente assistito, ma l’azienda sanitaria competente sul territorio non farà materialmente nulla per dare seguito alla procedura. È questa la decisione assunta dall’ASL TO4 (Chivasso, Settimo Torinese, Ivrea, Ciriè...) al termine dell’istruttoria avviata dopo la richiesta presentata da un paziente. Una decisione che certifica un diritto ma, allo stesso tempo, ne sospende l’esercizio, lasciando il cittadino solo davanti all’atto finale.
La commissione aziendale incaricata di valutare la richiesta ha infatti concluso il proprio lavoro esprimendo parere favorevole, attestando la sussistenza di tutti i criteri previsti dalla Corte Costituzionale nelle sentenze 242 del 2019e 135 del 2024. La persona, si legge nella relazione, è affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, dipendente da trattamenti di sostegno vitale ed è capace di prendere decisioni libere e consapevoli.
Nonostante questo, nella delibera ufficiale con cui prende atto del documento, il direttore generale dell’ASL TO4, Luigi Vercellino, specifica che, in assenza di riferimenti legislativi precisi, «l’Azienda non fornisce, non prescrive e non consegna farmaci o sostanze potenzialmente utilizzabili» e che «resta esclusa da qualsiasi partecipazione materiale o causale nell’atto finale». Una posizione ribadita anche in una nota successiva: l’azienda certifica i requisiti ma non partecipa alla procedura. «Ora sono disponibili tutti gli elementi necessari e propedeutici affinché il paziente richiedente possa assumere le proprie decisioni», conclude l’ASL.
La richiesta risale a maggio 2025 ed è stata la prima richiesta formale di suicidio medicalmente assistito presentata in Piemonte. Proprio questo elemento aveva fatto esplodere, già a settembre dello scorso anno, un dibattito politico durissimo in Consiglio regionale. Un dibattito che oggi torna di strettissima attualità, perché anticipava esattamente ciò che sta accadendo ora.

All’epoca, l’ASL TO4 si era trovata costretta a muoversi senza alcun riferimento normativo regionale, istituendo una commissione interna composta da undici figure professionali – dal medico palliativista al neurologo, dal medico legale allo psichiatra, fino al farmacista e allo psicologo – incaricata di valutare entro 45 giorni se il paziente rispondesse ai criteri fissati dalla storica sentenza n. 242 del 2019, la cosiddetta sentenza Cappato. Una sentenza che ha riconosciuto, in presenza di condizioni precise, la possibilità di accedere al suicidio assistito.
Fu proprio quel caso concreto a spingere le consigliere regionali Valentina Cera di Alleanza Verdi Sinistra e Sarah Disabato del Movimento 5 Stelle a presentare due interrogazioni in Aula. Il nocciolo delle interrogazioni era semplice e, al tempo stesso, esplosivo: perché il Piemonte non aveva ancora adottato linee guida regionali, lasciando che un tema così delicato fosse affrontato alla cieca dalle singole aziende sanitarie?
Cera ricordò come nel 2023 fosse stata dichiarata ammissibile la proposta di legge di iniziativa popolare promossa dall’Associazione Luca Coscioni, sostenuta da 11.438 firme, senza che però il Consiglio regionale avesse mai affrontato seriamente il tema. Disabato sottolineò come proprio l’ASL TO4 fosse stata costretta a “fare da sola”, assumendosi responsabilità che spettavano alla politica.
Messo con le spalle al muro, l’assessore regionale alla Sanità Federico Riboldi provò a rassicurare l’Aula: «Stiamo procedendo all’elaborazione delle linee di indirizzo regionali in materia di fine vita per le aziende sanitarie, alla luce della recente sentenza della Corte Costituzionale». Una promessa che già allora era apparsa tardiva: la sentenza Cappato risaliva al 2019.
Lo stesso Riboldi riconobbe che «la sentenza amplia significativamente i margini dell’autodeterminazione individuale oltre la linea del diritto di rifiutare o interrompere trattamenti sanitari» e ammise che la Regione era «ben consapevole della rilevanza e della delicatezza della materia, che vede la perdurante assenza di una normativa nazionale alla quale la giurisprudenza, anche costituzionale, non può sostituirsi». Assicurò infine che «la Direzione sanità sta dedicando la massima e solerte attenzione affinché vi sia un testo conforme alle pronunce giurisprudenziali».
Le opposizioni, però, non si accontentarono. Cera parlò di un ritardo ingiustificabile, considerato il peso delle firme raccolte. Disabato fu ancora più netta: «L’apertura da parte di Riboldi è tardiva. Se nella scorsa legislatura il centrodestra avesse approvato la proposta di legge di iniziativa popolare dell’Associazione Luca Coscioni, oggi non ci troveremmo in questo limbo». La capogruppo pentastellata parlò di un dibattito affossato dal centrodestra e riaperto solo per inseguire la realtà, chiedendo una presa di posizione chiara anche al presidente Alberto Cirio.
A distanza di mesi, quel limbo non solo non è stato superato, ma si è trasformato in un atto amministrativo che certifica l’impotenza del sistema.
Non a caso, sul caso è tornato a intervenire il Movimento 5 Stelle con una nota durissima. I parlamentari Elisa Pirro, Chiara Appendino, Antonino Iaria e i consiglieri regionali Sarah Disabato, Domenico Unia, Alice Coluccio parlano apertamente di diritti negati: «Anche di fronte a pazienti che hanno tutti i requisiti previsti dalle sentenze della Corte Costituzionale per accedere al suicidio medicalmente assistito, le Asl locali si rifiutano di dare seguito alla procedura». E aggiungono: «È davvero venuto il momento di mettere un punto a questa incresciosa vicenda, in cui questa cinica destra, che guida il Paese e la Regione Piemonte, volge lo sguardo altrove di fronte a chi soffre».
La questione del fine vita si intreccia con un altro episodio drammatico avvenuto nel Torinese: il suicidio di un uomo affetto da Sclerosi Laterale Amiotrofica.
A denunciarlo è la Società Italiana di Cure Palliative (Sicp) che richiama il sistema sanitario alla responsabilità di garantire cure palliative precoci, formazione dei professionisti e una reale libertà di scelta.
La Sicp ricorda che la legge 219 del 2017 afferma il diritto all’autodeterminazione e che «favorire l’autodeterminazione significa accompagnare, non abbandonare».
Insomma il quadro che emerge è di una Regione che continua a inseguire gli eventi invece di governarli.
Le sentenze della Corte costituzionale ci sono. I requisiti vengono verificati. Le commissioni lavorano. Ma quando arriva il momento di tradurre il diritto in un percorso concreto, la politica si ferma e il sistema sanitario si chiama fuori.
La vicenda dell’ASL TO4, già al centro del dibattito a settembre, oggi si impone come un campanello d’allarme ancora più forte. Ogni giorno senza regole chiare pesa come un macigno su chi chiede soltanto dignità e la possibilità di scegliere come vivere e come morire. E il tempo, per queste persone, non è una variabile astratta. È la misura stessa della sofferenza.
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