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Cani, accuse e post cancellati: per Elena Piastra è tutta colpa di questo giornale

Dalla cagnolina che piangeva alle parole sparite dai social: la sindaca accusa di strumentalizzazione cittadini e stampa, poi cancella tutto mentre agli orti urbani emerge un vero e proprio lager

Cani, accuse e post cancellati: per Elena Piastra è tutta colpa di questo giornale

Cani, accuse e post cancellati: per Elena Piastra è tutta colpa di questo giornale

C’è un momento, nella vita pubblica di un’amministrazione, in cui non è più possibile rifugiarsi dietro i post su Facebook, i like e le giustificazioni emotive. Un momento in cui le parole pronunciate – e poi cancellate – diventano esse stesse una notizia. E a Settimo Torinese quel momento è arrivato.

Tutto parte dal caso della cagnolina che piangeva, rinchiusa in una gabbia, in un orto urbano.

Un animale visibilmente sofferente, segnalazioni ripetute, indignazione diffusa, richieste di intervento, articoli su questo giornale, condivisioni. Una storia semplice, lineare, difficile da ignorare. I cittadini scrivono centinaia di email. Telefonate. Migliaia di commenti sui social. Arrivano i carabinieri, l'Asl, la polizia locale e anche la decisione del cosiddetto “cacciatore” di riportare il cane al precedente proprietario di Ciriè, scelta che lascia sgomenti molti cittadini. "E adesso dov'è?" si chiedono

A quel punto entra in campo anche l’amministrazione comunale, con una presa di posizione ufficiale pubblicata sul profilo istituzionale del Comune. Ma invece di entrare nel merito delle criticità sollevate, di spiegare dov'è finito il cane, chiarire, assumersi fino in fondo la responsabilità politica della vicenda, la linea scelta è un’altra: prendere le distanze dalle “critiche” dei cittadini e dalle notizie riportate dalla stampa. Il messaggio è chiaro: il problema non sarebbe il cane, ma il racconto del cane. E poi - sottolineano - quel povero cacciatore è pure stato minacciato ma non ha presentato denuncia...

Il passaggio più grave però arriva poco dopo, quando la sindaca Elena Piastra decide di rispondere direttamente a una cittadina sui social. Una risposta lunga, articolata, personale, carica di riferimenti autobiografici.

Non una dichiarazione istituzionale, ma un racconto emotivo (come sa fare lei), quasi intimo, che parte dall’infanzia: “Sotto la mia culla, appena nata, c’era Tobia, un cane che abbaiava quando piangevo, insieme a me”. Poi Linda, la cagnolina che l’aspettava al ritorno da scuola. Poi i cani accolti in casa, quelli “gettati via” da chi andava in vacanza. Fino alla rivendicazione finale: “Adesso la mia famiglia ha tre cani”.

Parole che, lette oggi, strappano più di un sorriso amaro. Perché sembrano l’incipit di una favola animalista, ma arrivano nel mezzo di una polemica pubblica che avrebbe richiesto tutt’altro registro. E infatti, subito dopo, il tono cambia radicalmente.

La sindaca parla apertamente di “vicenda strumentalizzata malamente”, di “becera strumentalizzazione”, di “odio social”, di chi sarebbe interessato solo ai “click facili”. Arriva persino l’accusa diretta: “Lontano da chi fa soldi con i click e non fa notizia”. Un attacco frontale non solo ai cittadini che hanno denunciato, ma anche a noi, colpevoli – secondo la sindaca – di alimentare una narrazione “molto lontana dal vero” e solo per arricchirci, vai a capire come lo sa soltanto lei.

In quella risposta non c’è solo una difesa politica. C’è un ribaltamento totale del problema. Non più il benessere dell’animale, ma la reputazione dell’amministrazione. Non più la sofferenza di un cane, ma l’irritazione per i commenti online. Non più le segnalazioni, ma chi le ha rese pubbliche.

Poi, improvvisamente, quelle parole spariscono (restano gli screenshot che pubblichiamo qui sotto)

E spariscono (toh guarda) dopo la scoperta di quello che agli orti urbani viene descritto senza mezzi termini come un vero e proprio lager, con cani costretti a vivere tra le feci, senz’acqua, in condizioni indegne. Quella risposta di Elena Piastra non esiste più. Cancellata. Rimossa. Come se non fosse mai stata scritta. Nessuna spiegazione, nessuna rettifica, nessuna presa di distanza pubblica da parole che, alla luce dei fatti successivi, appaiono ancora più fuori luogo, quasi ridicole.

E qui la questione non è solo animalista. È profondamente politica e istituzionale.

Perché quando un sindaco accusa cittadini e stampa di strumentalizzazione, lo fa da una posizione di potere. E quando, di fronte a nuovi fatti gravissimi, sceglie di cancellare quelle parole senza una spiegazione, il silenzio diventa assordante.

La domanda è semplice, quasi banale, ma inevitabile: quelle accuse erano fondate o no?
Se lo erano, perché rimuoverle? Se non lo erano, perché non chiedere scusa?

Nel frattempo la realtà, quella concreta, emerge con una brutalità che rende grottesche tutte le polemiche sui “click”. Perché i cani non leggono Facebook, non sanno cosa sia una strumentalizzazione, non distinguono tra un post e un comunicato stampa. Soffrono, e lo fanno nel presente, non nei commenti cancellati.

Un’amministrazione può sbagliare. Può anche difendersi. Ma non può permettersi di delegittimare chi segnala un problema, salvo poi far sparire le proprie parole quando i fatti diventano incontestabili. Perché cancellare un post non significa cancellare la realtà. E nemmeno la memoria di una comunità.

Insomma, questa storia non parla solo di animali. Parla di responsabilità, di ruolo pubblico, di trasparenza, e di un confine che chi governa dovrebbe conoscere molto bene: quello tra la comunicazione personale e il dovere istituzionale.

E a Settimo Torinese, oggi, quel confine è stato ampiamente superato.

Il brutto di questa storia e che non è ancora finita qui. Nelle prossime ore ci sarà dell'altro da raccontare...

rispet

la vice

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