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La Voce degli animali
04 Gennaio 2026 - 17:25
Un cucciolo di pochi mesi “a guardia dell’orto” che piange tutta la notte
C’è un cucciolo che piange nella notte. Piange piano, a volte quasi impercettibile, ma abbastanza da tenere svegli interi palazzi. Succede a Settimo Torinese da fine dicembre, tra le palazzine di via Modigliani 6 e 8, dove da giorni i residenti convivono con una scena che ha dell’assurdo e che qualcuno definisce, senza esagerare, kafkiana.
Dal pomeriggio del 31 dicembre, dai terreni tra la statale per Chivasso e la ciclabile del parco, si sentono lamenti continui. Non di un cane adulto, ma di un cucciolo di pochi mesi, lasciato all’aperto, di notte, con temperature rigide, all’interno di un’area a orti che i residenti definiscono “abusiva”.
Dopo innumerevoli chiamate, il 2 gennaio sono intervenuti Polizia municipale, ASL e un veterinario. Il cane è stato individuato: è microcippato, ha un proprietario, risulta quindi “regolarmente detenuto”. Il possessore dell’orto avrebbe spiegato, senza imbarazzo, di aver messo il cucciolo lì a guardia dell’orto. Un cucciolo. Di pochi mesi. Di notte. A gennaio.
Secondo quanto riferito da alcuni cittadini presenti, il cane appariva disidratato, infreddolito e un po’ denutrito. Tuttavia, dopo la visita, il verdetto sarebbe stato rassicurante: l’animale è in salute. Fine della storia. O quasi. Perché, contrariamente a quanto inizialmente comunicato ai residenti, il cane non è stato portato al canile, non è stato sottratto al proprietario ed è rimasto lì dov’era.
Per qualche ora, nel tardo pomeriggio, i lamenti sono cessati. Poi, dalla sera stessa, sono ricominciati. E sono continuati nei giorni successivi, mentre le temperature si abbassavano ulteriormente. Qualcuno ha richiamato i vigili. La risposta è stata sempre la stessa: «È tutto a posto».

A questo punto, inevitabilmente, sorgono le domande. Se un cucciolo piange giorno e notte, al freddo, lasciato solo, è davvero tutto regolare? Se la legge sul maltrattamento degli animali – la cosiddetta legge Brambilla – punisce la detenzione che provoca sofferenze, stress o condizioni incompatibili con la natura dell’animale, questa situazione come va definita?
I residenti non accusano nessuno, ma parlano di impotenza. Dicono di non dormire, di sentirsi presi in giro, di non capire perché non si possa fare nulla. Qualcuno arriva a chiedersi se il proprietario del cane sia “intoccabile”, se esistano conoscenze o corsie preferenziali che rendono questa situazione immune da qualsiasi intervento.
Forse la realtà è più semplice e più amara: la burocrazia ha fatto il suo giro, le caselle sono state spuntate, e il problema, pur restando sotto gli occhi – e nelle orecchie – di tutti, non esiste più.
Resta però un cucciolo che continua a piangere nella notte. E una comunità che si chiede se davvero, in questa città, il confine tra ciò che è legale e ciò che è giusto non si sia fatto pericolosamente sottile.
La chiamano tutti legge Brambilla, ma in realtà è qualcosa di più di una semplice norma. È un cambio di sguardo. È il momento in cui, nel 2004, lo Stato italiano smette ufficialmente di considerare gli animali come “cose” e comincia a riconoscerli per quello che sono: esseri senzienti, capaci di provare dolore, paura, stress, sofferenza.
Con la legge 20 luglio 2004 n. 189, entrano nel Codice penale i reati contro il sentimento per gli animali. Non più solo sanzioni amministrative, non più pacca sulla spalla e via andare. Da quel momento, maltrattare un animale diventa un reato vero e proprio, con pene detentive e multe pesanti. E soprattutto con un principio chiaro, che spesso viene dimenticato: essere proprietari di un animale non significa poter fare quello che si vuole.
La legge non parla solo di violenza fisica. Non serve colpire, ferire, uccidere. Il cuore della norma è molto più sottile – e molto più moderno. Il maltrattamento esiste anche quando un animale viene costretto a vivere in condizioni incompatibili con la sua natura, quando viene esposto a sofferenze evitabili, quando subisce stress continuo, paura, isolamento, freddo, fame. La sofferenza non deve per forza lasciare segni visibili: può essere silenziosa, o al contrario urlata, come nel caso di lamenti continui.
La legge Brambilla dice una cosa semplice e insieme rivoluzionaria: non conta solo lo stato clinico dell’animale, conta la sua qualità di vita. Un cane può essere microchippato, registrato, formalmente “in regola”, e allo stesso tempo vivere in una situazione che la legge considera inaccettabile. Il microchip non è un lasciapassare morale. È solo un dato anagrafico.
C’è poi un altro aspetto centrale, spesso ignorato: l’età e le caratteristiche dell’animale. La legge – e soprattutto la giurisprudenza che l’ha applicata negli anni – è molto chiara nel ritenere che un cucciolo non possa essere trattato come un cane adulto. Un cucciolo è fragile, non è autonomo, non gestisce bene il freddo, soffre di più l’isolamento. Lasciarlo solo, all’aperto, esposto alle intemperie, non è una scelta neutra: è una condizione che può generare sofferenza, e quindi rilevanza penale.
Per questo la norma non guarda al singolo sopralluogo, alla fotografia di un momento. Guarda alla continuità della situazione. Guarda al contesto. Guarda ai segnali: lamenti, stress, comportamenti anomali. Perché un animale che piange giorno e notte sta comunicando qualcosa, e la legge riconosce valore anche a questo linguaggio.
Le pene previste sono tutt’altro che simboliche: reclusione fino a 18 mesi, multe fino a 30 mila euro, sequestro dell’animale e divieto di detenzione. Ma il vero messaggio della legge Brambilla non sta nelle sanzioni. Sta nell’idea che la legalità non può essere separata dall’umanità. Che rispettare la legge significa anche interrogarsi su ciò che è giusto, non solo su ciò che è formalmente consentito.
In fondo, la legge Brambilla chiede una cosa sola: guardare gli animali per quello che sono, e non per quello che ci fa comodo che siano. E ricordare che il confine tra “tutto regolare” e “tutto sbagliato” non passa da un modulo compilato, ma dal modo in cui una vita – anche piccola, anche senza voce – viene davvero trattata.
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