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07 Gennaio 2026 - 18:57
Chiudere un cucciolo in gabbia non è “regolare”. È crudeltà. E lui piange. Piange tutta la notte
Continua a piangere. Piange di continuo. Per il buio che lo avvolge di notte. Per l'isolamento. Per il freddo che fa. Il pianto del cucciolo rinchiuso in un orto di via Modigliani, a Settimo Torinese, non è rimasto una storia circoscritta a un quartiere. Con il passare dei giorni è diventato qualcosa di più profondo e difficile da ignorare: una vicenda che ha messo in movimento cittadini, volontari e Istituzioni, riportando al centro una domanda tanto semplice quanto scomoda.
Che cosa significa, davvero, tutelare un animale?
Tra le numerose segnalazioni arrivate in redazione ce n’è una che colpisce per il contenuto e per il percorso che racconta. A scrivere è una cittadina che da anni, insieme a un gruppo di persone, si occupa di far emergere situazioni di maltrattamento animale. Non parla per impulso, né per visibilità. Racconta un metodo costruito nel tempo: osservazione, raccolta di testimonianze, documentazione, contatti diretti con le autorità competenti. Un lavoro silenzioso, spesso lungo, che in passato ha già prodotto risultati concreti.
È grazie a questo tipo di attenzione che, nel giugno del 2023, venne portata alla luce una grave situazione di degrado a Pont Canavese, culminata nel sequestro di settanta cani, 44 dei quali furono finalmente portati via. Allora furono decisive le segnalazioni, le lettere inviate alle autorità, una petizione che raccolse decine di migliaia di firme. Un precedente che oggi pesa come un monito: senza attenzione pubblica, molte storie rischiano di restare invisibili, sepolte sotto la parola più pericolosa di tutte, “regolare”.
Quando questa cittadina è venuta a conoscenza del caso del cagnolino chiuso nell’orto di Settimo Torinese "per fare la guardia", ha deciso di attivarsi subito. Ha contattato direttamente l’Amministrazione comunale, il Servizio veterinario dell’Asl To4, il canile di Settimo. Parallelamente ha raccolto testimonianze basate su sopralluoghi effettuati da persone che si sono recate sul posto, cercando riscontri diretti, concreti, verificabili.
Da queste descrizioni emerge un quadro che definire “scandaloso” è persino riduttivo. Il cane, un giovane esemplare Breton di piccola taglia, vive all’interno di un gabbione in ferro e plastica, chiuso con un lucchetto. L’area degli orti appare isolata, circondata da materiali di scarto e rifiuti, esposta alle intemperie e alle basse temperature. Una condizione che, al di là di qualsiasi valutazione formale, solleva interrogativi evidenti sul benessere dell’animale e sulla compatibilità di quella detenzione con i principi minimi di tutela.
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Quello che colpisce, nelle testimonianze raccolte, non è solo la descrizione materiale delle condizioni in cui vive il cane, ma il senso di normalità con cui quella situazione sembra essere stata accettata nel tempo. Come se la reclusione in un gabbione, l’isolamento, l’esposizione continua alle intemperie fossero diventati elementi di sfondo, quasi invisibili. È proprio questo slittamento, questa assuefazione al disagio, a preoccupare molti cittadini: non tanto il singolo caso, quanto l’idea che una sofferenza evidente possa essere archiviata come “consuetudine”.
Sulla base di queste informazioni, la cittadina ha inviato una nuova segnalazione dettagliata alla sindaca Elena Piastrae al Servizio veterinario dell’Asl To4, chiedendo un intervento urgente per verificare le condizioni del cane e valutare l’immediata messa in sicurezza.
In parallelo sono state coinvolte le Guardie zoofile GEPA Piemonte, che si sono attivate immediatamente. Avviati contatti diretti con Morena Botta, comandante regionale, e sul fronte sanitario con Maria Cristina Osella e Alessandra Pautasso, responsabile per il distretto di Settimo Torinese.
Non una conclusione, ma un segnale. Perché in questa storia, più che altrove, il tempo ha un peso specifico enorme. Ogni giorno trascorso in quel gabbione non è neutro. Ogni notte passata al freddo non è una parentesi. È vita che scorre, è sofferenza che si accumula.
Ed è qui che torna, inevitabile, il richiamo alla legge Brambilla. Non come citazione tecnica, ma come bussola morale. La legge dice chiaramente che gli animali non sono cose. Che la sofferenza non si misura solo con una visita veterinaria. Che la detenzione in condizioni incompatibili con la natura dell’animale è maltrattamento, anche se il cane mangia, anche se respira, anche se è microchippato. Un lucchetto su una gabbia non è sicurezza. È reclusione.
Non a caso, nelle mail e nelle telefonate arrivate in redazione, in molti non chiedono punizioni esemplari o interventi clamorosi. Chiedono qualcosa di più semplice e, proprio per questo, più difficile: che venga applicato lo spirito della legge, non solo la sua lettera. Che si tenga conto del contesto, della continuità della situazione, dei segnali che un animale manifesta nel tempo. Perché la tutela non può ridursi a una fotografia scattata in un momento qualsiasi, ma deve interrogarsi su come quella vita viene realmente vissuta, giorno dopo giorno.
Cosa si deve fare in questi casi? Una cosa semplice e potentissima: continuare a tenere accesi i riflettori. Perché l’esperienza insegna che, senza attenzione pubblica, troppe storie finiscono per spegnersi nel silenzio.
Nel frattempo, resta una certezza: se oggi questo caso è arrivato a un punto di svolta, è perché qualcuno ha scelto di non voltarsi dall’altra parte. Perché alcuni cittadini hanno deciso che il silenzio non era un’opzione. Perché il pianto di un cagnolino, finalmente, ha trovato chi fosse disposto a trasformarlo in una richiesta di giustizia.
Commenti all'articolo
Cesarina
08 Gennaio 2026 - 15:05
Sto rimanendo stupita che una città come Settimo lasciano questo cagnolino in quella struttura al freddo che piange tutta la notte chiedo alla Sindaca di intervenire alle istituzioni Asl e Vigili possibile che non potete fare niente con queste temperature ma che crudeltà fate qualcosa al più presto
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