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La Voce degli animali
06 Gennaio 2026 - 16:37
Un cucciolo piange al freddo (foto archivio)
Il cucciolo piange ancora. Piange ogni notte, con la costanza disperata di chi non ha alternative. Piange al freddo, piange da solo, piange perché è un cucciolo e perché un cucciolo non dovrebbe mai essere lasciato così. A Settimo Torinese, tra via Modigliani 6 e 8, il tempo sembra essersi fermato: non alla compassione, ma all’indifferenza.
Non è più una notizia. È una ferita aperta. Ed è anche peggio: è una ferita che tutti vedono – e sentono – ma che nessuno vuole più curare.
Da giorni i residenti raccontano la stessa scena: cala il buio, il freddo stringe, e dai terreni verso la statale per Chivasso parte quel lamento sottile, straziante. Non è un abbaiare. È un pianto. È il suono di un animale giovane, fragile, lasciato fuori come un oggetto, come un antifurto vivente piazzato a guardia di un orto. Un cucciolo usato come strumento. Tutto fuorchè “regolare detenzione”.

Chi ama gli animali lo sa: un cucciolo non piange per noia. Piange per paura. Piange perché ha freddo. Piange perché è solo. Piange perché il suo corpo e la sua mente non sono fatti per reggere l’isolamento, la notte, l’inverno. Piange perché qualcuno ha deciso che la sua vita vale meno di una recinzione.
Eppure, nonostante tutto questo, la risposta ufficiale della polizia locale pare sia stata: «È tutto a posto». Microchip presente. Proprietario individuato. Visita veterinaria effettuata. Come se la sofferenza si misurasse con un termometro. Come se bastasse un controllo di dieci minuti per cancellare notti intere di pianto.
I cittadini hanno fatto quello che una comunità civile dovrebbe fare. Hanno chiamato, segnalato, insistito. Qualcuno ha scritto anche a Oipa, sperando che almeno il mondo animalista potesse rompere questo muro di gomma. Niente. Silenzio. Il cucciolo continua a piangere. E il silenzio degli adulti, delle istituzioni, delle associazioni pesa quasi quanto il freddo che si posa sull’erba la notte.
Qui non c’è da “valutare”. Qui c’è da intervenire. Perché la legge – quella vera, non quella comoda – dice che un animale non va giudicato solo in base ai parametri clinici. La legge Brambilla parla di sofferenza, di stress, di condizioni incompatibili con la natura dell’animale. E se un cucciolo piange ogni notte, quella sofferenza non è un’opinione.
Lasciare un cane adulto all’aperto può già essere discutibile. Lasciare un cucciolo è inaccettabile. Punto. Non esistono attenuanti. Non esiste il “ma è in salute”. Non esiste il “fa la guardia”. Un cucciolo non fa la guardia: chiede protezione. E quando non la riceve, piange.
Questa storia fa male perché mostra una cosa chiarissima: il confine tra legalità e umanità si è spezzato. Tutto può essere formalmente in regola, mentre moralmente è uno scandalo. E chi ama davvero gli animali non può far finta di niente. Non può archiviare. Non può girarsi dall’altra parte.
Resta una domanda, la più dura: quante notti deve ancora piangere questo cucciolo prima che qualcuno decida che basta? Quante segnalazioni servono perché la sofferenza venga riconosciuta come tale? O dobbiamo accettare l’idea che, in questa città, un animale può soffrire in silenzio purché sia microchippato?
Il cucciolo è ancora lì. Al freddo. Da solo. A piangere.
E finché continuerà a farlo, questa non sarà una storia chiusa. Sarà una accusa aperta. Contro chi ha scelto di non vedere, a cominciare dalle Istituzioni. Contro chi ha deciso che “regolare” è più importante di giusto. Contro un sistema che ha dimenticato la cosa più semplice di tutte: gli animali non sono cose. E il loro pianto non è rumore. È una richiesta d’aiuto.
Commenti all'articolo
stefaniastefanoni
07 Gennaio 2026 - 10:28
Non si può aspettare che chi non vuole capire capisca. Bisogna " prelevare" il cagnolino in tanti, così da rischiare al massimo con una class action. Salvare una vita e anche la propria coscienza è più importante che attenersi a chi le vere leggi,e l'umanità le ignora, per comodità, per ignoranza come minimo. Dimostrare con i fatti quello che non si vuol capire. Stefania Tomasetto
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