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Ustioni e infezioni, la vera corsa contro il tempo dopo l’incendio: perché le prime ore decidono la sopravvivenza

Dopo la tragedia di Crans Montana l’allarme degli specialisti: cure immediate, centri dedicati e prognosi che resta a lungo incerta

Ustioni e infezioni, la vera corsa contro il tempo dopo l’incendio

Ustioni e infezioni, la vera corsa contro il tempo dopo l’incendio

Le ustioni gravi rappresentano una delle insidie più temute per i sopravvissuti al devastante incendio della notte di San Silvestro a Crans Montana, in Svizzera. Una battaglia che non si gioca solo contro le fiamme, ma soprattutto contro il tempo. «È cruciale procedere a trattamenti mirati il prima possibile e proprio la tempestività delle prime cure è fondamentale», spiega Giuseppe Spaltro, direttore facente funzioni del Centro grandi ustioni dell’Ospedale S. Eugenio di Roma, uno dei circa quindici centri specializzati presenti in Italia.

Il perimetro clinico è chiaro e severo. «I pazienti grandi ustionati sono quelli che hanno ustioni di terzo grado estese almeno al 10% del corpo o di secondo grado estese almeno al 20%», chiarisce Spaltro, sottolineando come sia «fondamentale che questi pazienti vengano al più presto inviati ai Centri grandi ustionati per avere cure specialistiche, come sta accadendo in queste ore per i feriti a Crans Montana». Il trattamento, ribadisce, «deve essere iniziato il più precocemente possibile».

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Il percorso terapeutico è complesso e altamente invasivo. «Consiste nella rimozione dei tessuti necrotici e nella copertura delle aree interessate con la cute da donatore che viene presa dalle Banche della pelle», spiega lo specialista, ricordando che in Italia esistono diverse strutture distribuite sul territorio a cui i centri fanno riferimento. Il motivo dell’urgenza è vitale: «È importante rimuovere al più presto i tessuti necrotici perché, in caso contrario, dalle aree cutanee ustionate vengono diffusi a tutto l’organismo prodotti tossici che vanno a colpire anche altri organi quali fegato, reni e polmoni e instaurano la cosiddetta “malattia da ustione”, che ha una prognosi infausta». Il rischio di infezioni gravi, in questa fase, è elevatissimo.

Le prime 24 ore sono decisive. «Si procede alla prima fase di intervento che è quella rianimatoria attraverso una terapia infusionale», precisa Spaltro, ricorrendo a un’immagine efficace: «Un grande ustionato perde infatti tantissimi liquidi, come fosse un secchio bucato pieno d’acqua». In parallelo è essenziale valutare l’eventuale inalazione di fumi: «Se l’apparato respiratorio ha inalato fumi, il paziente va intubato per permettergli di respirare». Nella finestra iniziale, dunque, «è primaria la fase rianimatoria-infusionale e respiratoria».

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Solo successivamente, se le condizioni generali lo consentono, si passa alla fase chirurgica. «Bisogna intervenire chirurgicamente, o con la chirurgia tradizionale o con prodotti enzimatici, per rimuovere le aree necrotiche», un percorso che spesso richiede più interventi nel tempo. La gestione clinica resta estremamente delicata. «Si tratta di pazienti molto difficili da trattare e che richiedono l’intervento di vari specialisti oltre al chirurgo plastico, come il rianimatore, l’anestesista, l’infettivologo, il nefrologo e personale infermieristico formato», evidenzia Spaltro, sottolineando la necessità di una multidisciplinarietà garantita solo dai centri specializzati.

Il rischio di decesso, avverte, «resta alto e la prognosi rimane a lungo riservata». I tempi di recupero sono lunghi, spesso mesi, seguiti da un esteso periodo di fisioterapia. Negli ultimi anni, però, i risultati sono migliorati: «Abbiamo salvato anche pazienti con ustioni al 75%», osserva lo specialista, precisando che «l’estensione delle ustioni fa una grande differenza». Determinante è anche l’età: la presenza di altre patologie, soprattutto nei soggetti anziani, peggiora il quadro clinico. «In questo tragico incendio che ha visto coinvolti principalmente giovani, la giovane età è quindi un elemento che può aprire a maggiori speranze di ripresa e guarigione», conclude Giuseppe Spaltro.

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