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Cronaca

Capodanno in fiamme a Crans-Montana: il bar Le Constellation diventa un inferno

Cronologia dei soccorsi, indagini scientifiche e dolore senza confini: “Una serata di festa si è trasformata in un incubo”. Intanto l’Italia conta dispersi e feriti, con i primi trasferimenti verso Milano.

“Una serata di festa si è trasformata in un incubo”: così le autorità vallesane hanno descritto l’incendio che nella notte di Capodanno ha colpito il bar Le Constellation a Crans-Montana. L’allarme è arrivato intorno all’1:30 e i primi soccorritori erano già sul posto alle 1:32. Da quel momento è scattata una lunga notte di soccorsi e trasferimenti in diversi ospedali svizzeri.

La cronologia fornita dalle autorità cantonali è impressionante per precisione e per drammaticità. Lo spiega il comandante della Polizia cantonale, Frédéric Gisler, durante la conferenza stampa del pomeriggio: la segnalazione dell’incendio arriva intorno all’1:30, e i primi soccorritori sono già sul posto alle 1:32. Due minuti. Ma dentro, in quei due minuti, può già essere successo tutto. I sanitari e i soccorritori iniziano immediatamente a prestare aiuto e a caricare i feriti, che vengono distribuiti in una rete ospedaliera che nel giro di poche ore coinvolge mezza Svizzera: Sion, Berna, Zurigo, Losanna e altre strutture specializzate. “Un numero di emergenza è stato attivato alle 4:14 del mattino”, chiarisce Gisler, aggiungendo che alle 5:00 “tutti i feriti erano stati presi a carico”. Il bilancio comunicato dallo stesso comandante parla di “una quarantina di morti” e 115 feriti, molti dei quali gravi. È una fotografia che non ha bisogno di aggettivi: è già un colpo allo stomaco.

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Le immagini, i racconti, e soprattutto alcuni elementi tecnici emersi nel corso della giornata descrivono un incendio “da manuale dell’orrore”. Le autorità parlano di flashover, quel fenomeno micidiale per cui un incendio localizzato, in un ambiente chiuso, passa in un attimo a un incendio generalizzato: la temperatura schizza a centinaia di gradi, i gas di combustione saturano l’aria e tutto prende fuoco insieme. In altre parole: quando succede, la sopravvivenza diventa quasi impossibile. Ed è in questa cornice che si colloca anche la sequenza incendio-esplosione, perché la procuratrice generale Béatrice Pilloud mette un punto importante: l’esplosione sarebbe arrivata dopo l’incendio, non prima. Un dettaglio che pesa, perché sposta l’attenzione sulla dinamica interna del rogo e sui materiali, non su ipotesi “esterne” o suggestioni immediate.

Sul fronte investigativo, le parole di Pilloud sono nette e, allo stesso tempo, cariche di consapevolezza. “Diverse ipotesi sulla sequenza degli eventi”, dice. E poi spiega l’impostazione dell’inchiesta: “La Procura vuole trovare risposte il più rapidamente possibile alle domande che le famiglie si pongono”. L’area viene transennata, il quartiere chiuso, e viene istituita anche una no-fly zone. Non è solo una misura di ordine pubblico: è il segnale che lì dentro si sta lavorando su un crimine della realtà, non su una notizia da aggiornare con leggerezza. “L’intera stanza ha preso fuoco”, chiarisce ancora Pilloud, sottolineando che l’origine dell’incendio è oggetto di indagini scientifiche. E aggiunge la frase che, in queste tragedie, diventa sempre il vero centro: “Tuttavia, la nostra priorità è identificare le vittime”. Perché la verità tecnica arriverà, ma prima ci sono i nomi, i volti, le famiglie.

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Ed è proprio sulle famiglie che insiste anche il presidente del Consiglio di Stato vallesano, Mathias Reynard. Davanti ai giornalisti rifiuta di fornire un numero più preciso, non per reticenza, ma per rispetto di un’identificazione che richiede tempo e che, come lui stesso ammette, sta andando avanti con fatica. “Questo è un momento davvero terribile”, dice. E si scusa perché le procedure di riconoscimento e la ricostruzione puntuale delle liste stanno richiedendo ore che per chi aspetta sembrano giorni. Poi ringrazia i soccorritori e sottolinea un aspetto fondamentale: la solidarietà tra Cantoni sta funzionando e sta facendo la differenza nell’assistenza ai feriti gravi. “Non si può immaginare una simile tragedia”, afferma. È una frase che sembra banale, ma detta lì, in quel contesto, è la misura dell’incredulità istituzionale di fronte a un evento che scardina ogni previsione.

A Crans-Montana arriva anche il presidente della Confederazione, Guy Parmelin, accompagnato da Stéphane Ganzere dallo stesso Reynard. Entra nell’area delimitata dai nastri della polizia, parla ai giornalisti e prova a mettere in fila l’essenziale: “Sono qui a nome del Consiglio federale e dell’intera Svizzera, per mostrare il mio rispetto verso le persone colpite”. E aggiunge il pensiero che ricorre in ogni testimonianza di queste ore: “I nostri pensieri vanno alle famiglie che attendono con angoscia notizie dei loro figli”. Più tardi, in conferenza stampa, Parmelin definisce l’accaduto un dramma di “ampiezza inedita”, “una festa brutalmente interrotta”, e lo colloca già tra “una delle peggiori tragedie del Paese”. Il gesto simbolico scelto dal presidente non è di quelli di circostanza: annuncia bandiere a mezz’asta per cinque giorni sul Palazzo federale. “Concordiamo sul fatto che simili tragedie debbano essere prevenute in futuro”, dice, legando lutto e responsabilità in una sola frase.

Intanto, mentre la Svizzera conta i feriti e distribuisce i pazienti negli ospedali universitari specializzati in grandi ustioni, l’onda d’urto arriva in Italia con nomi, numeri e paure. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani parla di 47 morti, di 16 italiani dispersi e di 12-15 connazionali in ospedale, aggiungendo di essere stato in contatto con le autorità svizzere per tutta la giornata. È un quadro che alimenta un timore concreto: che il bilancio possa ancora crescere. E in serata, secondo quanto riferito, i primi pazienti dovrebbero essere trasferiti in Italia: tre persone verso il Centro Grandi Ustioni del Niguarda di Milano, uno dei poli europei di riferimento per questo tipo di traumi.

Sul tema dei dispersi e delle identificazioni, arriva anche un elemento che spiega perché il tempo, qui, è un nemico. L’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, evidenzia che l’identificazione potrebbe richiedere giorni: le vittime, a causa della gravità delle ustioni, in molti casi non sono riconoscibili. È la parte più crudele e silenziosa di ogni grande incendio: la burocrazia del dolore, i test scientifici, le procedure che servono a restituire un nome a chi, in quel momento, sembra essere stato cancellato.

Attorno alla tragedia cresce, ora dopo ora, anche un lutto collettivo che si manifesta con gesti pubblici: discoteche chiuse, concerti annullati, fuochi d’artificio cancellati in altre località per rispetto. La comunità internazionale manda messaggi di cordoglio: tra gli altri, Emmanuel Macron, Giorgia Meloni e Isaac Herzog. E arriva anche la voce della Chiesa: la Diocesi di Lugano esprime vicinanza alle famiglie e ringrazia i soccorritori; il vescovo di Sion, Jean-Marie Lovey, è atteso a una messa a Crans-Montana. Sono segnali che, messi insieme, raccontano una cosa semplice: questa non è “solo” una notizia estera. È una tragedia europea, con una componente internazionale “che avrà un peso”, come ammettono le autorità vallesane, perché a Capodanno la gente viaggia, si sposta, si ritrova dove non dovrebbe mai finire intrappolata.

Ora resta la parte più difficile. Capire cosa abbia innescato tutto, ricostruire la sequenza esatta, verificare le condizioni del locale, le dinamiche interne, l’eventuale ruolo di materiali e strutture, e soprattutto dare alle famiglie ciò che chiedono con la voce rotta o in silenzio: un nome, una certezza, una risposta. Ma nel frattempo, per Crans-Montana e per chiunque abbia qualcuno là, il 2026 è cominciato così: con una festa spezzata, un soffitto che brucia in pochi secondi, e un’intera comunità che guarda l’orologio non per contare i brindisi, ma per misurare quanto può essere lunga una notte quando non finisce. 

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