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Intervista

L’agricoltura piemontese sta morendo e la politica guarda altrove: Bruno Mecca Cici racconta perché i campi sono arrivati al limite

Tra proteste, trattori in piazza e aziende che chiudono, Coldiretti lancia l’allarme su prezzi, burocrazia e accordi internazionali che mettono a rischio il futuro dei territori rurali

I trattori che hanno attraversato Torino nelle ultime settimane non erano lì per folklore, né per nostalgia rurale. Erano lì perché il mondo agricolo piemontese ha smesso di sentirsi rappresentato. Le proteste degli agricoltori, che hanno portato colonne di mezzi agricoli davanti al Grattacielo della Regione, lungo le principali arterie urbane e nei luoghi simbolo della politica, non sono esplose all’improvviso. Sono il risultato di una pressione costante, stratificata, che da anni grava sulle aziende agricole e che oggi ha raggiunto un punto di rottura.

Dietro quelle manifestazioni non c’è solo la rabbia per un prezzo che non copre più i costi o per l’ennesimo adempimento burocratico. C’è una domanda molto più profonda, che riguarda il futuro stesso dell’agricoltura piemontese e il suo ruolo in una regione che vive di territori, di colline, di montagne, di produzioni di qualità. È una domanda che Bruno Mecca Cici, presidente di Coldiretti, conosce bene e che accompagna ogni suo ragionamento.

Quando gli si chiede se, dopo due mesi di proteste, qualcosa sia davvero cambiato, la sua risposta è misurata, ma non indulgente. «Qualcosa si è ottenuto, sì, ma dobbiamo stare attenti a non raccontarci delle favole», chiarisce subito. In questi mesi Coldiretti non è rimasta ferma. «Abbiamo girato l’Italia, abbiamo girato l’Europa, portando le nostre istanze anche fuori dai confini nazionali». Un lavoro che, secondo Mecca Cici, ha prodotto almeno un primo risultato concreto sul piano politico europeo.

Il riferimento è all’accordo di libero scambio con il Mercosur, diventato uno dei simboli dello scontro tra il mondo agricolo e le logiche del commercio globale. «La firma dell’accordo doveva arrivare a fine dicembre, poi è stata rinviata. A gennaio la presidente della Commissione europea è andata in Sud America a firmarlo, ma dopo le proteste di Strasburgo il Parlamento europeo non lo ha ratificato». Un passaggio tutt’altro che secondario. «Ora l’accordo è stato portato davanti alla Corte di giustizia europea, che dovrà stabilire se va contro le norme comunitarie».

Per Bruno Mecca Cici questo è il segnale che le mobilitazioni hanno inciso. Non una vittoria definitiva, ma una crepa in un meccanismo che sembrava già scritto. «Se sarà un risultato stabile lo vedremo più avanti», aggiunge, senza concedersi trionfalismi.

Ed è qui che il presidente di Coldiretti sente il bisogno di chiarire un equivoco che ritorna spesso nel dibattito pubblico. «Noi non siamo contro gli accordi di libero scambio», ribadisce. «L’Italia è un grande Paese esportatore e l’agroalimentare è uno dei pilastri del made in Italy nel mondo». Il problema non è il commercio in sé, ma come viene regolato. «Quello che chiediamo è reciprocità». Una parola che torna più volte nel suo discorso, come un asse portante.

Secondo Mecca Cici, non è accettabile che l’Unione Europea imponga agli agricoltori norme sempre più stringenti – ambientali, sanitarie, sociali – e poi consenta l’importazione di prodotti che quelle stesse regole non le rispettano. «Sono norme giuste, che tutelano la salute dei territori, dei lavoratori e dei consumatori», precisa. «Ma se poi apriamo le frontiere a prodotti che non seguono quegli standard, creiamo una concorrenza sleale enorme». Una concorrenza che si traduce in prezzi più bassi sugli scaffali e margini sempre più ridotti per chi produce in Italia.

C’è anche un aspetto che Mecca Cici definisce etico. «Non possiamo chiudere gli occhi davanti allo sfruttamento della manodopera e dei territori nei Paesi di produzione». Consentire l’ingresso di quei prodotti significa, di fatto, accettare pratiche che in Europa non sarebbero mai tollerate. «Noi chiediamo solo che chi vuole esportare rispetti le stesse regole che rispettiamo noi».

Quando il discorso si sposta sulle difficoltà quotidiane delle aziende agricole piemontesi, Bruno Mecca Cici individua subito quello che considera il nodo più soffocante: la burocrazia. «È uno degli elementi che pesa di più sulle nostre aziende». Non si tratta solo di moduli da compilare o controlli da superare, ma di un sistema che, nel suo complesso, scoraggia chi vorrebbe investire. «Le norme sono talmente stringenti che spesso limitano le aziende e allontanano i giovani dal ricambio generazionale».

È un punto che il presidente di Coldiretti considera centrale. «Molti ragazzi rinunciano a subentrare nelle aziende dei genitori o dei nonni». Non per mancanza di attaccamento alla terra, ma perché il rischio economico è diventato troppo alto. La burocrazia, in questo senso, non è solo un costo, ma un fattore di disinnamoramento del settore.

Accanto alla burocrazia c’è poi il problema, strutturale, della remunerazione dei prodotti agricoli. «Siamo su un mercato globale», ricorda Mecca Cici. «E spesso i nostri agricoltori non sono messi nelle condizioni di trarre un profitto sufficiente per sopravvivere». Un paradosso che emerge con forza quando si parla di settore primario. «Il nostro è un settore produttivo come gli altri, ma produce cibo». E senza cibo, aggiunge, «le popolazioni non possono andare avanti».

Il presidente entra nel dettaglio con esempi concreti. Il grano, innanzitutto. «Nei periodi di trebbiatura, poche multinazionali riempiono i porti italiani di grano estero». Il risultato è un mercato saturo e prezzi che crollano proprio quando gli agricoltori piemontesi dovrebbero vendere il loro prodotto. «È una forma di concorrenza sleale e spesso di speculazione». Dinamiche simili, sottolinea, si ritrovano anche in altri comparti.

Il latte è uno di questi. «In questo periodo grandi quantità di latte stanno riempiendo la filiera», spiega Mecca Cici. «E questo ha fatto crollare i prezzi pagati ai nostri allevatori». Le conseguenze sono immediate. «Molte aziende non riescono più a sostenere mutui e finanziamenti». Una situazione che mette a rischio la sopravvivenza stessa delle imprese agricole.

Quando Coldiretti parla di agricoltura sotto attacco, Bruno Mecca Cici chiarisce che non si tratta di una formula retorica. «Siamo sotto attacco da tutti i lati». Dalle norme, dal mercato, dalle politiche che spesso non tengono conto della specificità del settore agricolo. «Il mondo agricolo ha una caratteristica che lo distingue da tutti gli altri settori: non può delocalizzare». Gli investimenti restano sui territori, sempre. «E se le condizioni diventano insostenibili, l’unica alternativa è chiudere».

Un esempio emblematico, per il presidente, è quello del piano regionale per la qualità dell’aria. «Al mondo agricolo vengono attribuite molte responsabilità». Coldiretti non contesta la necessità di ridurre le emissioni. «Siamo favorevoli a misure come il blocco degli spandimenti nei periodi critici o a tecniche più sostenibili». Molte aziende, sottolinea, lo stanno già facendo. Il problema nasce quando le norme richiedono investimenti enormi. «Abbiamo stimato un costo di circa 800 milioni di euro a livello regionale». Una cifra che Mecca Cici definisce senza esitazioni «insostenibile».

Il rischio, avverte, è paradossale. «Se chiudiamo le aziende agricole italiane, dovremo importare cibo dall’estero». Con più trasporti, più emissioni e prodotti che difficilmente raggiungono gli stessi standard qualitativi. «Non credo che questo migliori davvero la qualità dell’aria o quella del cibo».

Per Mecca Cici, il problema di fondo è che spesso si guarda all’agricoltura solo in termini economici, dimenticando tutto il resto. «Il mondo agricolo non è solo produzione di cibo». È turismo, paesaggio, identità dei territori. «Immaginate le nostre Langhe, le nostre montagne senza agricoltura». La risposta, per lui, è scontata: «Non ci sarebbe turismo». L’agricoltura è il primo anello di un indotto molto più ampio che coinvolge trasporti, trasformazione, ristorazione, accoglienza. «Ce lo dimentichiamo troppo spesso».

Il confronto con la politica, in queste settimane, è stato intenso. Il presidente di Coldiretti racconta di incontri con assessori, ministri, europarlamentari. «Capisco che il mondo agricolo sia una delle tante voci che la politica deve ascoltare». Ma il problema resta. «Non sempre al sì seguono atti concreti». Per questo Coldiretti non intende arretrare. «Noi siamo un pungolo per la politica». Un ruolo che l’associazione rivendica apertamente.

I numeri, del resto, non lasciano spazio a interpretazioni ottimistiche. «Negli ultimi due anni in Piemonte abbiamo perso circa il 10% degli allevamenti». Quattrocento aziende di bovini di razza piemontese hanno chiuso. Una razza autoctona che, oltre al valore produttivo, svolge un ruolo fondamentale nella tutela del territorio. «Questo ci preoccupa moltissimo», ammette Mecca Cici. Soprattutto perché le chiusure colpiscono in modo particolare le aree collinari e montane. «Il mondo agricolo lavora dove nessun altro investirebbe». Abbandonare quei territori significa perdere non solo produzione, ma economia locale e presidio sociale.

Eppure, nonostante il quadro difficile, il presidente di Coldiretti non rinuncia a lanciare un messaggio ai giovani. Se un ragazzo gli chiedesse oggi se vale ancora la pena investire in agricoltura in Piemonte, la risposta sarebbe senza esitazioni. «Sì, deve farlo». Il Piemonte, ricorda, è una delle regioni agricole più complete d’Italia, con tutte le filiere produttive. «Non possiamo permetterci di abbandonare questo patrimonio». L’agricoltura, aggiunge, è anche un baluardo sociale e i giovani devono esserne consapevoli, a patto che le istituzioni li mettano davvero nelle condizioni di restare.

Se tra sei mesi nulla sarà cambiato, Coldiretti è pronta a tornare in piazza. «Ci saranno altre proteste», dice Bruno Mecca Cici. «Sempre pacate, sempre intelligenti, sempre accompagnate da proposte». Con ottant’anni di storia alle spalle, l’associazione non immagina un’Italia senza agricoltura. «Vinceremo queste battaglie con il buon senso e con la concretezza». Ma il tempo, avverte, non è infinito. E i campi piemontesi non possono più aspettare che qualcuno, finalmente, decida di guardare davvero dove nasce il cibo.

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