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Intervista

L’agricoltura piemontese sta morendo e la politica guarda altrove: Bruno Mecca Cici racconta perché i campi sono arrivati al limite

Tra proteste, trattori in piazza e aziende che chiudono, Coldiretti lancia l’allarme su prezzi, burocrazia e accordi internazionali che mettono a rischio il futuro dei territori rurali

I trattori che hanno attraversato Torino nelle ultime settimane non erano folklore. Erano una richiesta di ascolto. Dopo due mesi di proteste del mondo agricolo piemontese, abbiamo chiesto a Bruno Mecca Cici, presidente di Coldiretti, se qualcosa sia davvero cambiato.

Presidente Mecca Cici, dopo due mesi di mobilitazioni degli agricoltori, è successo qualcosa di concreto oppure no?

«Qualcosa si è ottenuto, sì, ma dobbiamo stare attenti a non raccontarci delle favole. In questi mesi Coldiretti non è rimasta ferma: abbiamo girato l’Italia, abbiamo girato l’Europa, portando le nostre istanze anche fuori dai confini nazionali».

A cosa si riferisce in particolare quando parla di risultati?

«Penso soprattutto all’accordo di libero scambio con il Mercosur. Doveva essere firmato definitivamente a fine dicembre, poi è stato rinviato. A gennaio la presidente della Commissione europea è andata in Sud America a firmarlo, ma dopo le proteste di Strasburgo il Parlamento europeo non lo ha ratificato».

Un passaggio tutt’altro che secondario.

«Esatto. Ora l’accordo è stato portato davanti alla Corte di giustizia europea, che dovrà stabilire se va contro le norme comunitarie. Questo dimostra che le mobilitazioni hanno inciso. Non è una vittoria definitiva, ma una crepa in un meccanismo che sembrava già scritto».

Coldiretti viene spesso dipinta come contraria agli accordi di libero scambio. È davvero così?

«No, ed è un equivoco che va chiarito. Noi non siamo contro gli accordi di libero scambio. L’Italia è un grande Paese esportatore e l’agroalimentare è uno dei pilastri del made in Italy nel mondo».

Allora qual è il problema?

«Il problema è come questi accordi vengono regolati. Noi chiediamo una cosa sola: reciprocità. L’Unione Europea impone agli agricoltori norme ambientali, sanitarie e sociali sempre più stringenti, che sono giuste, ma poi consente l’importazione di prodotti che quelle regole non le rispettano».

E questo che conseguenze ha?

«Crea una concorrenza sleale enorme. Quei prodotti arrivano sugli scaffali a prezzi più bassi e i nostri agricoltori vedono ridursi sempre di più i margini. È un sistema che non regge».

C’è anche un tema etico, oltre che economico.

«Assolutamente sì. Non possiamo chiudere gli occhi davanti allo sfruttamento della manodopera e dei territori nei Paesi di produzione. Accettare quei prodotti significa accettare pratiche che in Europa non sarebbero mai tollerate. Noi chiediamo solo che chi esporta rispetti le stesse regole che rispettiamo noi».

Scendendo sul piano delle difficoltà quotidiane delle aziende agricole piemontesi, qual è il problema principale?

«La burocrazia. È uno degli elementi che pesa di più sulle aziende. Non sono solo moduli da compilare o controlli da superare, è un sistema che scoraggia chi vuole investire».

In che modo incide sul futuro del settore?

«Incide moltissimo sul ricambio generazionale. Molti giovani rinunciano a subentrare nelle aziende dei genitori o dei nonni. Non per mancanza di attaccamento alla terra, ma perché il rischio economico è diventato troppo alto».

Oltre alla burocrazia, resta il tema dei prezzi.

«Siamo in un mercato globale e spesso i nostri agricoltori non sono messi nelle condizioni di trarre un profitto sufficiente per sopravvivere. Il nostro è un settore produttivo come gli altri, ma produce cibo. Senza cibo le popolazioni non vanno avanti».

Ci fa un esempio concreto?

«Il grano. Nei periodi di trebbiatura poche multinazionali riempiono i porti italiani di grano estero. Il mercato si satura e i prezzi crollano proprio quando i nostri agricoltori dovrebbero vendere. È concorrenza sleale, spesso anche speculazione».

Succede anche in altri comparti?
«Sì, nel latte ad esempio. In questo periodo grandi quantità di latte stanno riempiendo la filiera e i prezzi pagati agli allevatori stanno crollando. Molte aziende non riescono più a sostenere mutui e finanziamenti».

Quando parlate di agricoltura sotto attacco, non è quindi uno slogan.

«No, siamo sotto attacco da tutti i lati: dalle norme, dal mercato, da politiche che non tengono conto della specificità del settore. Il mondo agricolo ha una caratteristica unica: non può delocalizzare. Gli investimenti restano sui territori. Se le condizioni diventano insostenibili, l’unica alternativa è chiudere».

Un esempio è il piano regionale per la qualità dell’aria.
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All’agricoltura vengono attribuite molte responsabilità. Noi non contestiamo la necessità di ridurre le emissioni, anzi: siamo favorevoli a misure come il blocco degli spandimenti nei periodi critici o a tecniche più sostenibili. Molte aziende lo fanno già».

Dove nasce allora il problema?
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Negli investimenti richiesti. Abbiamo stimato un costo di circa 800 milioni di euro a livello regionale. È una cifra insostenibile».

Qual è il rischio concreto?

«Se chiudiamo le aziende agricole italiane dovremo importare cibo dall’estero, con più trasporti, più emissioni e prodotti che non sempre rispettano i nostri standard. Non credo che questo migliori né la qualità dell’aria né quella del cibo».

Spesso l’agricoltura viene vista solo come un settore economico.
«Ed è un errore. L’agricoltura non è solo produzione di cibo. È turismo, paesaggio, identità dei territori. Immaginate le Langhe o le nostre montagne senza agricoltura: non ci sarebbe turismo».

Il confronto con la politica in queste settimane com’è stato?

«Intenso. Abbiamo incontrato assessori, ministri, europarlamentari. Capisco che il mondo agricolo sia una delle tante voci da ascoltare, ma non sempre ai sì seguono atti concreti».

Per questo Coldiretti continua a protestare?

«Sì. Noi siamo un pungolo per la politica e lo rivendichiamo. Se tra sei mesi nulla sarà cambiato, ci saranno altre proteste. Sempre pacate, sempre intelligenti, sempre accompagnate da proposte».

I numeri però sono preoccupanti.

«Negli ultimi due anni in Piemonte abbiamo perso circa il 10% degli allevamenti. Quattrocento aziende di bovini di razza piemontese hanno chiuso. Questo ci preoccupa moltissimo, soprattutto nelle aree collinari e montane, dove l’agricoltura è anche presidio sociale».

Nonostante tutto, che messaggio lancia ai giovani?

«Se un ragazzo mi chiedesse se vale ancora la pena investire in agricoltura in Piemonte, risponderei senza esitazioni: sì. È una delle regioni agricole più complete d’Italia. Non possiamo permetterci di abbandonare questo patrimonio».

Con quale prospettiva finale?

«Coldiretti ha ottant’anni di storia e non immagina un’Italia senza agricoltura. Vinceremo queste battaglie con il buon senso e con la concretezza. Ma il tempo non è infinito. E i campi piemontesi non possono più aspettare che qualcuno decida, finalmente, di guardare davvero dove nasce il cibo».

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