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Agricoltura piemontese sull’orlo del collasso: senza nuove regole il 2027 rischia una scia di chiusure

Mecca Cici lancia l’allarme dopo la mobilitazione di Torino: allevamenti, latte e vino sotto pressione, il tempo stringe

Il presidente di Coldiretti Torino, 'Senza un piano il settore non reggerà'

Il presidente di Coldiretti Torino, 'Senza un piano il settore non reggerà' (foto di repertorio)

L’agricoltura piemontese è arrivata a un punto di svolta che non ammette rinvii. Senza interventi rapidi e strutturali, il rischio concreto è che molte aziende non riescano a superare i prossimi due anni, aprendo nel 2027 una nuova e pesante ondata di chiusure. A lanciare l’allarme è Bruno Mecca Cici, presidente di Coldiretti Torino, all’indomani della mobilitazione partita dal capoluogo piemontese e destinata a proseguire a livello nazionale.

Il quadro che emerge è già segnato da numeri allarmanti. «Il bilancio è già pesante: negli ultimi anni in Piemonte è scomparso oltre il 10% degli allevamenti. Senza interventi strutturali entro il 2026 su regole, burocrazia, manodopera e tutela delle produzioni, il 2027 rischia di segnare una nuova ondata di chiusure», avverte Mecca Cici, indicando una scadenza ormai vicinissima per un comparto che rappresenta un pilastro economico e sociale del territorio.

Bruno Mecca Cici

Tra i dossier più delicati c’è l’accordo commerciale tra Unione Europea e Mercosur. Coldiretti non contesta il principio degli scambi internazionali, ritenuti fondamentali per l’export del Made in Italy, ma denuncia con forza l’assenza di reciprocità. «Noi produciamo rispettando regole stringenti su ambiente, lavoro e salute dei consumatori, mentre importiamo prodotti realizzati con standard che da noi sono vietati da decenni», spiega il presidente di Coldiretti Torino. Per il Piemonte le ricadute potrebbero essere particolarmente gravi, soprattutto per la carne bovina e il riso: la razza Piemontese e una delle principali regioni risicole d’Europa rischiano di subire una concorrenza costruita su costi più bassi e minori tutele, anche sotto il profilo etico.

Un altro fronte critico riguarda il settore lattiero-caseario. Gli allevatori segnalano prezzi alla stalla sempre più bassi, incapaci di coprire i costi di produzione, mentre l’ingresso di latte estero a basso costo contribuisce a saturare il mercato e ad alimentare dinamiche speculative lungo la filiera. Una situazione che erode i margini e mette in discussione la sostenibilità stessa delle aziende.

In sofferenza anche il comparto vitivinicolo, simbolo dell’economia agricola regionale. Le cantine piene, il calo dei consumi, i dazi americani e una comunicazione che tende a demonizzare il vino stanno creando una pressione crescente sulle imprese. «Serve promozione e informazione sul consumo consapevole, non una criminalizzazione generalizzata», sottolinea Mecca Cici, chiedendo un ruolo più incisivo della Regione Piemonte nella valorizzazione del prodotto.

A rendere il quadro ancora più complesso è la transizione ecologica. L’agricoltura è già oggi uno dei settori più regolamentati dal punto di vista ambientale. Secondo i dati Ispra, il comparto incide per circa l’8% sulle emissioni complessive, ma viene spesso indicato come uno dei principali responsabili dell’inquinamento. In Piemonte, gli allevamenti dovrebbero affrontare investimenti stimati in circa 800 milioni di euro per adeguarsi al piano sulla qualità dell’aria, una cifra difficilmente sostenibile in un contesto di mercato instabile.

Resta infine il nodo irrisolto della manodopera. In settori come ortofrutta e vitivinicoltura, le aziende faticano a reperire lavoratori stagionali qualificati. La manodopera straniera è indispensabile, ma tra burocrazia, tempi lunghi e difficoltà nel trattenere personale formato, il sistema resta fragile. Un problema che, avverte Bruno Mecca Cici, rischia di tradursi in ulteriori rinunce produttive e in un impoverimento strutturale del tessuto agricolo piemontese.

Il messaggio che arriva da Coldiretti Torino è netto: senza un piano chiaro e interventi concreti, il conto per l’agricoltura piemontese rischia di presentarsi già nel giro di pochi mesi, con il 2027 pronto a segnare un punto di non ritorno.

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