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Ombre su Torino

La Banda dei Vinattieri, il processo e tre impiccagioni al Rondò d’la forca

Rapine, omicidi, tradimenti e una sparatoria in aula: il maxi-processo che sconvolse Torino a metà Ottocento

Delinquenti in bianco e nero: la Banda dei Vinattieri

22 febbraio 1850.

Alla Corte di appello di Torino è il giorno della sentenza. L’aula è colma fino all’inverosimile, stipata di curiosi, funzionari, cronisti, gendarmi, parenti delle vittime e dei colpevoli. Tutti vogliono assistere alla fine di un processo che da mesi tiene col fiato sospeso la città e buona parte del Piemonte. È uno di quei procedimenti che segnano un’epoca, che escono dalle aule di giustizia per diventare racconto popolare, materia di discussione quotidiana. Oggi si decide tutto.

Quando il verdetto viene finalmente pronunciato, l’equilibrio precario dell’aula si spezza. Uno degli imputati scatta in piedi di colpo, come se la sentenza gli fosse esplosa addosso. Il volto è stravolto, gli occhi iniettati di sangue. Urla, bestemmia, perde ogni controllo. Si gira verso uno dei coimputati, suo cugino, e lo investe di una raffica di insulti. Lo chiama infame, traditore, gli grida che per colpa della sua “cantata” si è appena preso vent’anni di carcere. Vent’anni che pesano come una condanna a vita.

Le parole diventano sempre più violente, l’odio sempre più esplicito. Poi, all’improvviso, il gesto. L’uomo tenta di avventarsi sul cugino, cercando di colpirlo, di afferrarlo, di fargliela pagare lì, davanti ai giudici, davanti a tutti. In aula scoppia il caos. Le urla coprono le voci dei magistrati, le guardie si muovono di scatto, qualcuno indietreggia, qualcun altro cerca riparo.

Poi, netto, definitivo, un boato. Un colpo di pistola. Il suono rimbalza sulle pareti dell’aula e cala un silenzio irreale. Un carabiniere ha fatto fuoco. Il proiettile colpisce l’aggressore alla testa. L’uomo crolla a terra, senza neppure un lamento. È morto sul colpo. Così, nel cuore di un tribunale, davanti alla legge e ai suoi simboli, la violenza chiude il cerchio. Ai tempi, evidentemente, certe situazioni si risolvevano in modo rapido, brutale, senza spazio per esitazioni.

I protagonisti di questa vicenda sono seduti alla sbarra insieme a un’altra quindicina di imputati. Un numero impressionante per l’epoca. Quello che si sta celebrando è, a tutti gli effetti, uno dei primi esempi di quello che oggi verrebbe definito un “maxi-processo”. Davanti ai giudici c’è il gruppo criminale più pericoloso e temuto del Piemonte di metà Ottocento: la Banda dei Vinattieri.

Sono uomini che arrivano dal gradino più basso della scala sociale. Quasi tutti analfabeti, molti già noti alle autorità, tutti segnati da una vita di emarginazione e miseria. Contadini, pastori, muratori, braccianti senza prospettive, accomunati da una scelta precisa: vivere di rapine. A guidarli ci sono i cugini ArtusioGiovanni, Pietro e Vincenzo— un nucleo familiare che tiene insieme il gruppo e che, allo stesso tempo, finirà per distruggerlo. Proprio Vincenzo e Pietro sono l’aggredito e l’aggressore del drammatico prologo in aula.

La banda colpisce in varie zone del Piemonte, muovendosi con rapidità e tornando poi a rifugiarsi a Torino. All’epoca, nascondersi in città è più facile che farlo nei paesi o nelle campagne, dove ogni volto è noto e ogni movimento viene notato. I Vinattieri sfruttano questo vantaggio. Si dividono spesso in piccole batterie da tre o quattro uomini, una scelta che per anni confonde gli investigatori e rende difficile collegare i singoli episodi. Solo col tempo emergerà il disegno complessivo.

Le loro azioni si concentrano soprattutto lungo le strade che conducono a fiere e mercati, snodi fondamentali della vita economica dell’epoca. Si appostano ai margini delle carreggiate, spesso di notte, e attaccano senza distinzione. Carrozze, carretti carichi di merci, viandanti solitari, uomini a piedi o a cavallo: chi passa diventa una possibile vittima. La violenza è immediata, la fuga altrettanto rapida.

Quasi sempre riescono a farla franca, a sparire con il bottino. Ma non sempre. A loro carico pesano anche quattro omicidi. A perdere la vita sono Saul Diena, commerciante di Carmagnola; Giuseppe Cantù, commerciante di bestiame ucciso a Moncalieri; Gabriele Beltramino; e Vittoria Appendino, vittima di un’aggressione che non si ferma all’omicidio ma comprende anche lo stupro. Un particolare che contribuisce a rendere la banda ancora più temuta e odiata.

Nel giro di cinque anni di attività, i Vinattieri accumulano novanta capi d’imputazione. Un numero enorme, che restituisce la misura della loro pericolosità. La svolta arriva con la cattura di Pietro Artusio. Arrestato, messo alle strette, decide di parlare. Accetta di collaborare con la giustizia in cambio della promessa di uno sconto di pena, una promessa che, formalmente, il codice dell’epoca non prevede. Ma che viene comunque fatta.

Le sue confessioni sono un terremoto. Portano a nuovi arresti e provocano una reazione a catena: ammissioni, accuse incrociate, delazioni. L’unità della banda si sgretola. Al suo posto nasce una faida familiare feroce. Cugini e fratelli si accusano a vicenda, si rinfacciano colpe, cercano di salvarsi trascinando a fondo gli altri. Un tutti contro tutti che, una volta arrivato in aula, si trasforma spesso in una serie di ritrattazioni, silenzi improvvisi e memorie che cambiano.

Il processo, celebrato tra il 1849 e il 1850, diventa uno dei primi grandi eventi giudiziari seguiti dall’opinione pubblica. Se ne parla ovunque, si commentano le udienze, si prendono le parti dell’uno o dell’altro, si discute delle pene e delle responsabilità. La giustizia diventa spettacolo, racconto collettivo.

Alla fine, la parola data a Pietro Artusio viene rispettata. La sua condanna è sorprendentemente lieve: cinque anni di carcere. Una sentenza che fa discutere. Per gli altri imputati il destino è molto più duro. Alcuni vengono condannati a pene detentive comprese tra i cinque e i vent’anni, altri ai lavori forzati, con condanne che vanno dai dodici ai diciassette anni. Per tre di loro, invece, non c’è scampo.

La pena di morte viene eseguita il 18 aprile 1850 al Rondò d’la forca di Torino. A salire sul patibolo sono Giovanni Domenico Guercio, Michele Violino e Lorenzo Magone. Con loro si chiude formalmente la storia della Banda dei Vinattieri.

Ma non del tutto.

I loro teschi, insieme a quello di Vincenzo Artusio, vengono conservati nel Museo di Anatomia dell’Università di Torino. Proprio lì, osservandoli, studiandoli nei minimi dettagli, un medico elaborerà una teoria destinata a segnare profondamente il pensiero criminologico: l’idea che il comportamento criminale sia scritto nei tratti anatomici dell’uomo.

Il suo nome è Cesare Lombroso. E anche da questa storia di rapine, omicidi, tradimenti e violenza, nascerà una delle pagine più controverse della scienza e della giustizia moderna.

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