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Ombre su Torino

A Torino ci si ammazza pure alla Befana: la 600 sparita, l’Alfa aperta e un uomo di Caselle stecchito nella neve

Una 600 blu, una coppia appartata e un’esecuzione fulminea nell’inverno del ’72: gelosie, violenze domestiche, minacce e un amore clandestino al centro dell’omicidio Catarinella. Confessione, nozze in cella e una sentenza che fece discutere

A Torino ci si ammazza pure alla Befana: la 600 sparita, l’Alfa aperta e un uomo stecchito nella neve

A Torino ci si ammazza pure alla Befana: la 600 sparita, l’Alfa aperta e un uomo stecchito nella neve

Quando il signor Domenico D’Agostino vede una 600 blu ferma tra via Rossetti e via Signorini non ci fa neanche caso.
È uno di quei pomeriggi torinesi che sembrano non finire mai, quando il cielo basso e lattiginoso schiaccia la campagna e i rami degli alberi nudi disegnano ombre sottili sulle strade sterrate. La zona, allora, è ancora un confine incerto tra periferia e campi, un luogo sospeso dove ragazzini, agricoltori e coppie in cerca di privacy convivono senza realmente incrociarsi.
Il passo lento dell’uomo, infossato nella sciarpa e nelle abitudini del suo cammino quotidiano, non tradisce la minima inquietudine: in quel punto vedere un’auto appartata è quasi un elemento del paesaggio, un dettaglio che non sorprende più nessuno.

Quella, allora, è una zona di campagna a nord di Torino e, anche se sono le 16, è normale che qualche coppietta fosse andata lì per cercare un po’ di intimità.
La campagna è silenziosa, il terreno gelato scricchiola sotto i passi, e da lontano si sente solo il rumore attutito di qualche motore sulla provinciale. Il freddo dell’Epifania non ferma gli innamorati, che spesso preferiscono quei prati ai bar affollati del centro.
Niente di anomalo, insomma. Nulla che faccia presagire l’orrore di pochi minuti dopo.

Al ritorno dalla sua passeggiata, tra l’altro, è anche diventato buio perché il giorno dell’Epifania del 1972 il sole è tramontato alle 17.
Nel frattempo il cielo è diventato un’unica lastra scura, la nebbia si è abbassata come se volesse avvolgere tutto in una coperta spessa, e il freddo è peggiorato. Il signor D’Agostino accelera quasi senza accorgersene, le mani nelle tasche, gli occhi che cercano la strada.
L’auto è sparita e i piccioncini con lei.
Tutto sembra seguire il solito copione: arrivano, stanno un po’, poi se ne vanno. Routine.

Al suo posto c’è un’Alfa 2000 con lo sportello dell’autista aperto e, poco vicino, il suo proprietario.
La scena, illuminata solo da un residuo di luce e dai riflessi sulla neve, è improvvisamente inquietante. Lo sportello spalancato, l’auto ferma di sbieco, l’ombra scura a terra: un quadro che toglie il fiato.
È morto, riverso tra la neve che ha ricoperto le strade qualche giorno prima.
Il gelo amplifica tutto: il silenzio, la solitudine, l’intuizione che quello che ha davanti non è uno svenimento né un malore.
Qualcuno gli ha sparato un colpo di calibro 6,35 che gli ha reciso l’aorta: se n’è andato in pochi secondi.
Nessuna colluttazione evidente, nessun segno di fuga. Un’esecuzione rapida, brutale, quasi chirurgica, consumata in un angolo dimenticato della città.

Le indagini, condotte per la prima volta a Torino da una donna, la dott.ssa Maria Pia Astore, (che, nel relativo processo, sarà anche il primo PM al femminile nella storia della Corte d'Assise piemontese a rappresentare la pubblica accusa) partono dai documenti addosso al cadavere.
La presenza di una donna alla guida dell’inchiesta, in quegli anni, suscita commenti sommessi nei corridoi della Questura, dove certi ruoli sono ancora considerati “da uomini”. La sua freddezza, invece, conquista tutti: osserva, annota, ricostruisce senza lasciare spazio all’emotività.

La vittima si chiama Giuseppe Catarinella, ha 36 anni e un fascicolo alto una spanna in questura.
Il nome, per gli investigatori più esperti, non è nuovo. Qualcuno ricorda litigi, qualche lite plateale, la reputazione di uomo irascibile.
Titolare di un’officina di pulitura di metalli di Caselle, è stato arrestato per furto ai danni di un concorrente: i materiali utilizzati per il suo lavoro sono costosi e l’uomo aveva deciso di rubarglieli.
È stato condannato anche per degli assegni a vuoto e per infedele denuncia del valore della sua azienda, ma a indirizzare correttamente l’inchiesta sono altre pendenze a suo carico.
Catarinella è un uomo molto violento.
Gli agenti, scorrendo il casellario, trovano ormai conferme: non era uno che si limitava alle parole. Le foto, i verbali, le testimonianze parlano da soli.

Nel suo casellario si può leggere di un conoscente preso a calci e pugni, ma, soprattutto, delle violenze inflitte alla moglie.
La donna, madre dei suoi 3 figli, lo ha denunciato due volte.
Riferisce che è un marito dalle numerose relazioni fuori casa, che fa mancare i soldi alla famiglia e che, rimproverato, la riempie di ingiurie, minacce di morte e di schiaffi.
Gli inquirenti, rileggendo quelle righe, iniziano a intuire che la tragedia affonda le radici nella vita privata dell’uomo più che in piste criminali o regolamenti di conti.

Non a caso, un mese prima dell’omicidio la signora Incoronata aveva tentato di uccidersi avvelenandosi e, al momento del delitto, si trova con la testa fasciata a Novara dal fratello dove è scappata.
Il quadro familiare è devastante: litigi, fughe, ferite fisiche ed emotive, un clima di terrore domestico che emerge con chiarezza dagli atti.

Sentita dalla Polizia, la signora, che a causa dei problemi legali di Giuseppe risulta proprietaria della sua azienda, aggiunge un tassello. “Mio marito ha un’amante che lavora con lei. Una più brutta di me, anche lei di Lavello”.
Una frase secca, amara, che restituisce tutta la gelosia, l’umiliazione e la rabbia accumulate negli anni.

Questo identikit corrisponde alla 39enne Incoronata Capuano.
In una relazione da 3 anni, Giuseppe e Incoronata vivono una storia passionale ma molto travagliata.
I colleghi, i vicini, qualcuno dei clienti dell’officina: tutti, in retrospettiva, ricordano litigi, pianti, scenate.
Catarinella picchia anche lei, soprattutto a seguito di furiose scenate di gelosia.
La violenza è una costante, un filo nero che lega ogni relazione dell’uomo.

Tra i due, però, il rapporto non è solo di “amore”.
Quando si incontrano la donna è stata appena scaricata da un uomo molto più anziano che le ha lasciato come “buonuscita” un alloggio e 4 milioni di lire in contanti.
La cifra viene investita per permettere all’uomo di aprirsi la propria attività con l’amante e diventarne finanziatrice e segretaria particolare con la moglie, come detto, titolare.

In questo intrigo amoroso si inserisce anche un altro personaggio.
Si chiama Canio Coviello, ha 29 anni ed è un dipendente di Catarinella ma anche nuova fiamma della Capuano.
Gli agenti, mettendo insieme date, testimonianze e movimenti, comprendono che il triangolo non è recente e che la tensione tra i tre è arrivata più volte a un passo dal dramma.
Giuseppe è a conoscenza della tresca tra i due da circa un anno e, dopo averlo affrontato più volte anche fisicamente, lo aveva licenziato.

Trovatasi in una storia impregnata di violenza, Immacolata si è innamorata perdutamente di Coviello: vogliono sposarsi.
Gli investigatori comprendono che la relazione tra i due non è un capriccio: è l’unica via di fuga da una vita che li sta soffocando entrambi.

Interrogato, anche perché in possesso di una 600 blu come quella vista da D’Agostino, Canio racconta delle numerosissime minacce ricevute dal suo ex datore di lavoro e di come molte volte la vittima avesse seguito lui e l’amata per sorprenderli in situazioni intime.
A ogni parola, la tensione si taglia con il coltello: non è difficile immaginare Catarinella apparire all’improvviso con l’aria minacciosa e lo sguardo torvo.

Quando gli viene richiesto un alibi tentenna, poi risponde spavaldamente.
Alla fine confessa: l’ha ammazzato lui.
Il clima nella stanza degli interrogatori cambia all’istante: l’aria si fa immobile, i poliziotti smettono di scrivere, la verità irrompe come uno schianto.

Quella sera era andato a prendere la Capuano e si erano appartati in quel campo dietro al Regio Parco.
All’improvviso era arrivato Catarinella dicendogli che li avrebbe fatti fuori entrambi: lui sfoderò la pistola per spaventarlo e partì quell’unica pallottola che lo mandò al creatore.
“Meglio tra due poliziotti che tra quattro becchini” chiosa davanti agli inquirenti.
Una frase che rimarrà impressa nei verbali, nella memoria collettiva e nei titoli dei giornali.

Mentre la vedova riapre l’officina, che era pur sempre intestata a lei e serviva principalmente per mantenere i 3 figli, e assolve incredibilmente post-mortem il violento consorte “avevo chiesto la separazione ma non era vero, lo avevo già perdonato. Mi dispiace che non abbia capito in questa vita quanto gli volevo bene” le indagini vengono chiuse.
Una conclusione amara, in cui amore, paura, sottomissione e convenienza si confondono fino a diventare indistinguibili.

Esclusa la suggestiva ipotesi dell’assassinio per interesse (la Capuano avrebbe rivoluto indietro i 4 milioni, avrebbe attirato Giuseppe in campagna e poi qualcosa sarebbe andato storto e da qui l’assassinio) Coviello viene accusato di omicidio volontario e la donna di favoreggiamento.

Si sposano in carcere in corrispondenza della prima udienza del processo che vedrà Coviello prendere 11 anni e 3 mesi e la Capuano 1 anno e 2 mesi grazie alla concessione delle attenuanti generiche e di quella della provocazione.
Un matrimonio che, nelle cronache dell’epoca, viene descritto come un gesto disperato, la chiusura simbolica di un cerchio di passioni malate e scelte estreme.

Fu un delitto d'impeto, provocato dalla tracotanza della vittima, violenta e rissosa.

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