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Giocare nella Settimo di altri tempi

Nessuno studiava l’inglese né conosceva termini quali «delivery» (tiro d’inizio), «sheet» (campo di gara) e «hack» (blocco di partenza), ma il divertimento era assicurato.

Giocare nella Settimo di altri tempi

IN FOTO Bambine e bambole di altri tempi

«Ogni gioco è anzitutto e soprattutto un atto libero. Il gioco comandato non è più un gioco. […] Il bambino e l’animale giocano perché ne hanno diletto, e in ciò sta la loro libertà». 

La citazione è tratta da un testo famoso, «Homo ludens», che lo storico Johan Huizinga (1872-1945) pubblicò in tedesco, ad Amsterdam, ottantacinque anni fa. Nella ricerca creativa del gioco, il grande storico olandese coglie l’essenzialità durevole della natura umana: benché non strettamente necessario all’esistenza, lo spirito ludico è il vero principio creatore e ordinatore di ogni cultura.

Purtroppo, per quanto concerne Settimo Torinese, la documentazione d’archivio si rivela assai avara di notizie su svaghi, balocchi e divertimenti «d’antan», per piccini e adulti. È vero che le fonti storiche locali menzionano alcuni giochi, ma quasi sempre il loro obiettivo è di proibirli, comminando ammende ai trasgressori.

Gli statuti del tardo Medioevo, ad esempio, vietavano i dadi o «taxilli», fuorché «in festivitatibus in quibus solent ludere», cioè nelle feste in cui si era soliti giocare. La proibizione non riguardava le «tabulæ», un gioco di dadi e pedine altrimenti detto tric-trac o tavola reale (in pratica, un antesignano del moderno «backgammon»): gli sfidanti muovevano le pedine su un tavoliere, in base al punteggio conseguito lanciando i dadi.

IN FOTO L’antico campanile della chiesa di San Pietro in Vincoli (prima della trasformazione del 1902) dove si giocava d’azzardo durante le funzioni religiose

Nel 1755 il sindaco Giovanni Battista Banchero denunciò il malvezzo dei campanari di San Pietro in Vincoli che si permettevano, «massime nel tempo de divini ufficii, d’introdurre compagni nel campanile e con essi giocare alle carte, tarochi e simili, con grave scandalo del publico». Sul finire del 1914 il consigliere comunale Stefano Rovasetti invitò l’amministrazione civica a impedire che ragazzi e giovani si radunassero «in crocchi e capannelli per darsi a giochi d’azzardo» sulle «pubbliche vie e piazze». Nel giugno dell’anno seguente, «dopo lunga corsa», la guardia Amedeo De Angelis riuscì ad acciuffare due ragazzini, i fratelli Tommaso e Giacomo Benedetto, sorpresi poco prima «in costume adamitico» mentre si divertivano a sguazzare nella Bealera del Mulino.

Non meno scarse sono le informazioni ricavabili dalle fonti iconografiche. Un quadretto votivo risalente al 1923 e già custodito nella cappella campestre dedicata alla Madonna delle Grazie ritrae il biondissimo Angelo Boero, di ventidue mesi, in piedi, con un lindo vestitino, mentre i suoi genitori sono a tavola. Ma un cane, col quale il fanciullo stava presumibilmente giocando, cerca di saltargli addosso per azzannarlo.

Gli anziani di Settimo serbano vivi ricordi dei monelli vocianti che si svagavano rincorrendo un sasso ovoidale, con un bastone o una vecchia scopa, sui prati ghiacciati del Vagliè e del Chiomo

Difettando le fonti scritte e iconografiche, è giocoforza ricorrere alla memoria, grazie alla quale l’uomo – per dirla col notissimo medievista francese Jacques Le Goff (1924-2014) – attualizza «impressioni o informazioni» che egli «si rappresenta come passate». D’altronde anche la pratica della memoria, ovvero la volontà di ricordare e trasmettere, può essere ritenuta una forma di gioco, in una delle ampie accezioni di Johan Huizinga.

Gli anziani di Settimo serbano vivi ricordi dei monelli vocianti che si svagavano rincorrendo un sasso ovoidale, con un bastone o una vecchia scopa, sui prati ghiacciati del Vagliè e del Chiomo, dove i lavandai erano soliti stendere la biancheria al sole. Naturalmente gli indiavolati ragazzini ignoravano di praticare una forma primitiva di curling. Nessuno studiava l’inglese né conosceva termini quali «delivery» (tiro d’inizio), «sheet» (campo di gara) e «hack» (blocco di partenza), ma il divertimento era assicurato.

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