AGGIORNAMENTI
Cerca
Pagine di storia
09 Giugno 2023 - 23:51
IN FOTO La roccia delle croci in regione Canapre ad Alice (foto G. Gambino).
Il tema delle incisioni rupestri ha sempre suscitato grandi curiosità in seno ad un folto numero di persone, che, spinte da una loro particolare sensibilità e animate da un forte bisogno di conoscenza, si pongono sostanzialmente due domande. La prima di queste è attinente al dato cronologico: quando la roccia, o le rocce, sono state incise? La seconda relativa al dato funzionale: con quale scopo le incisioni sono state fatte?.
Molti appassionati, pur di trovare risposte a questi quesiti, hanno avanzato ipotesi che si appoggiavano sulle più svariate prospettive, ma che molto spesso non trovavano alcun riscontro in dati oggettivi che potessero corroborarle.
I ricercatori più seri e soprattutto quelli che di questa specifica ricerca hanno fatto la propria professione, si sono sempre mossi su un piano di estrema prudenza, evitando, come si suol dire, di muovere vanamente l’aria: in assenza di un contesto particolarmente significativo, ma, soprattutto, di elementi intrinseci ai singoli segni incisi o derivanti dal rapporto tra segno e segno, hanno sempre evitato di azzardare ipotesi di qualsiasi natura.
Le incisioni della Valcamonica e del Monte Bego, ad esempio, hanno potuto essere datate grazie al concorrere di due fattori molto importanti: in primo luogo ciò che veniva rappresentato a mezzo dell’incisione erano, in molti casi, oggetti che riportavano ad una precisa epoca storica (o preistorica), come nel caso dei molti esemplari di pugnali che la ricerca archeologica aveva già condotto ad una precisa cultura preistorica; numerose, poi, erano le sovrapposizioni tra segno e segno, che consentivano di definire datazioni relative (questo prima di quello).
Le incisioni presenti sul nostro territorio, dobbiamo necessariamente ammetterlo, non possono essere lette con il supporto di questi due fattori; ci troviamo generalmente di fronte a segni che non hanno alcun immediato riscontro con oggetti reali (cruciformi, coppelle, canalette, vaschette) e le sovrapposizioni tra segni sono praticamente assenti.
L’unica roccia per la quale si è potuto esprimere un’ipotesi di datazione dei segni incisi è la Pera di Cruss, in Valchiusella: ciò che ha giustificato tali ipotesi è stata un’accurata operazione di confronto degli antropomorfi incisi sulla Pera con quelli presenti in Valcamonica. Ma va detto che, in questo specifico caso, si tratta, in realtà, di una coppia di ipotesi tra loro in alternativa: o l’una o l’altra; siamo dunque ben lontani, ancora, da un’auspicabile maggior precisione.
Abbiamo fatto riferimento, più sopra, all’importanza, anche se non determinante, che può rivestire il contesto ambientale entro il quale la roccia incisa è collocata: quando si è fortunati è possibile ricostruire tale contesto su base documentale e, in tal caso, possono risultare giustificabili ipotesi in ordine sia alla datazione che alla funzione delle incisioni.
Proprio questo è ciò che ci è occorso ultimamente in relazione allo studio di una roccia incisa che si trova in Valchiusella poco discosto dall’abitato di Alice. I segni incisi che questo masso ospita sfuggono facilmente a chi vi passa accanto: noi stessi abbiamo percorso più volte la vecchia strada che da Alice porta verso Brosso, al bordo della quale la roccia è collocata, senza avvederci di ciò che vi stava inciso.

Si tratta di un grosso masso che si incontra poche decine di metri oltre la croce di Canapre, scendendo verso la strada provinciale..
Si tratta di un grosso masso che si incontra poche decine di metri oltre la croce di Canapre, scendendo verso la strada provinciale. I segni incisi sono cruciformi che a prima vista abbiamo giudicato molto consunti e che, in realtà, risultano appena accennati perché realizzati in maniera frettolosa. Più ci dilungavamo nell’analizzare la roccia, più aumentava la nostra sorpresa nell’individuare la presenza di alcune decine di cruciformi, che, a volte, mal si distinguevano l’uno dall’altro: si trattava sempre di croci greche delle stesse dimensioni.
Data la rilevanza del numero dei segni, uno di noi (G. Gambino) ha ritenuto opportuno fotografare la roccia con luce artificiale radente. Il risultato è stato sorprendente.
Ci siamo posti, ovviamente, le solite domande, certi di incontrare la consueta, desolante frustrazione derivante dall’impossibilità di trovare risposte adeguate. A quel punto ci siamo ricordati che della regione Canapre c’era cenno in una tradizione orale e in una breve cronaca secentesca.
Il primo di questi riferimenti era costituito da una leggenda raccolta da Marino De Sanctis nel suo Fervaje: un suo occasionale informatore, percorrendo con lui la strada da Lugnacco verso Alice, ebbe a raccontargli la seguente leggenda.
«Ecco Chiosi di Cavales e la Croce di Canapre, dove la leggenda indica queste due frazioni del paese quale luogo di tumulazione dei morti di peste e, per conseguenza, si crede che il fieno di questo luogo, quando falciato, sia sempre rovinato dalla pioggia, in castigo della violazione dei tumuli mortuari, benché ciò non si avveri sempre».
A parte l’ambiguità che oggi possiamo trovare circa la descrizione dell’itinerario, questa testimonianza offre molto su cui riflettere, ma qualcosa di ben più pregnante, sul piano più propriamente storico, ci veniva dall’ anonima cronaca che si riferisce ad avvenimenti accaduti ad Alice tra il il 1626 e il 1686. L’arco cronologico coperto dal documento, un quarantennio, non deve far pensare ad una ricchezza informativa puntuale e continuativa: l’autore di queste memorie, infatti, registrò solo gli accadimenti che lo colpirono in maniera particolare, e, tra questi, non poteva trascurare il tragico evento della peste del 1629-1630. In quelle circostanze, ad Alice, morirono per il contagio più di cento persone.
Ma, e questo è importante, le diciannove pagine della cronaca furono fatte precedere da tre appunti, relativi al secolo XVI. Da questi emerge la testimonianza del verificarsi di altri tre eventi epidemici, che si collocano il primo nel 1523, il secondo nel 1550 ed il terzo nel 1585.
La cronaca che fa seguito agli appunti, per contro, non presenta alcun riferimento all’epidemia del 1672, che pure è compresa nell’arco di tempo considerato dall’estensore delle note.
In ordine al nostro discorso risulta particolarmente importante l’appunto relativo all’anno 1523, la cui traduzione dal latino può essere espressa così: «Da documenti scritti venni a sapere che nell’anno 1523 serpeggiò un morbo pestifero, per il quale tempo trovai il testamento di un tal Giovanni Allera alias Ricono redatto e formalizzato nel luogo volgarmente detto alla Croce di Canapre, dove il sospetto [di contagio] dimorava e dove morì».
Possiamo immaginare che nel luogo in questione fosse collocato il lazzaretto in cui si ricoveravano i malati colpiti dall’epidemia. La tradizione orale e la documentazione scritta si integrano vicendevolmente e compartecipano alla precisa definizione della funzione specifica che, al verificarsi dell’evento epidemico, veniva attribuita alla località: lì i contagiati venivano isolati dal resto della comunità, assistiti per quanto possibile, e lì, in larga proporzione, morivano e venivano seppelliti.
Se in regione Canapre si svolgevano le ultime scene di un’immane tragedia, allora non si può non riconoscere una precisa funzione anche ai segni incisi sulla roccia: essi altro non erano che un’ultima testimonianza di affetto e di rispetto e, forse, un atto di raccomandazione alla divinità dei singoli defunti.
Chiarita la funzione dei segni incisi, appare parzialmente risolta anche la questione relativa alla loro datazione: essi sono stati incisi in tempo di peste, e quindi possono riferirsi ad una delle quattro epidemie di cui abbiamo parlato, o, anche, a più di una di queste. Possiamo allora concludere che i segni furono incisi, molto probabilmente, nel periodo compreso tra il 1523 e il 1630. Se rimane la possibilità che essi possano essere collegati al verificarsi di epidemie precedenti, di cui non abbiamo alcuna testimonianza in loco, resta difficile pensare che possano essere ascritti ad un periodo successivo.
Edicola digitale
I più letti
LA VOCE DEL CANAVESE
Reg. Tribunale di Torino n. 57 del 22/05/2007. Direttore responsabile: Liborio La Mattina. Proprietà LA VOCE SOCIETA’ COOPERATIVA. P.IVA 09594480015. Redazione: via Torino, 47 – 10034 – Chivasso (To). Tel. 0115367550 Cell. 3474431187
La società percepisce i contributi di cui al decreto legislativo 15 maggio 2017, n. 70 e della Legge Regione Piemonte n. 18 del 25/06/2008. Indicazione resa ai sensi della lettera f) del comma 2 dell’articolo 5 del medesimo decreto legislativo
Testi e foto qui pubblicati sono proprietà de LA VOCE DEL CANAVESE tutti i diritti sono riservati. L’utilizzo dei testi e delle foto on line è, senza autorizzazione scritta, vietato (legge 633/1941).
LA VOCE DEL CANAVESE ha aderito tramite la File (Federazione Italiana Liberi Editori) allo IAP – Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria, accettando il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.