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Montanaro e Caluso
09 Giugno 2023 - 23:54
In un precedente articolo si è parlato delle origini della coltivazione del riso nel basso Canavese e di come già sul finire del Cinquecento fosse testimoniata la presenza di risaie nell’area compresa tra le frazioni Boschetto e Carolina di Chivasso.
Altre coltivazioni si contavano attorno a San Giusto. Nella seconda metà dell’Ottocento le colture si estendevano in molte altre località attorno a Caluso e Montanaro.
Ma i miasmi paludosi creavano allarme nella popolazione e le epidemie di malaria erano frequenti. Le proteste delle diverse comunità portarono le autorità, sul finire degli anni Sessanta dell’800, ad emanare nuovi regolamenti a tutela della salute pubblica fino a che, di fatto, verso il 1870 la coltivazione del riso fu abbandonata. Con grande sollievo delle popolazioni.
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A Montanaro, facendo seguito ad una Delibera del 22 settembre 1868, iniziarono moti di esultanza e frenetica gioia tra la popolazione ormai stremata dalla situazione, tanto che la domenica successiva (27 settembre 1868) la popolazione festeggiò l’evento con grandi luminarie, fuochi d’artificio, musiche e danze, suoni festivi delle campane, sparo di mortaretti.
Con l’emanazione del Regio Decreto del 29 gennaio 1869, l’allora Consiglio comunale (sindaco Federico Porta) con una Delibera del 4 aprile 1869 invitò i membri della Commissione permanente assieme al Luogotenente Generale on. Deputato cav. Genova Thaon di Revel per degni festeggiamenti.
L’Inno di Varchi e Baudino.
La visita si svolse nella giornata del 2 maggio di quell’anno. Per la circostanza fu composto un Inno per l’abolizione delle risaie scritto nelle parole dal chimico farmacista sig. Bernardino Varchi (1830 – 1906) e nella musica dal maestro Pietro Baudino (1831 – 1895) organista della chiesa parrocchiale, cantato con grande affetto dalla popolazione all’arrivo degli illustri ospiti. Lo stile compositivo dell’Inno è ispirato alla «scuola Verdiana» in voga al periodo, specialmente nell’introduzione, in cui si intersecano sviluppi tematici derivanti dalla musica tradizionale (es. il ponte, ovvero la sezione legante la strofa con il ritornello, non è altro che un noto tema a danza dell’area provenzale conosciuto con il nome di Farandola, il tutto viene riportato nella consueta forma in tre parti (introduzione, strofa - ponte - ritornello, trio) come in gran parte della musica del periodo.
La trascrizione odierna fatta dal M° Giovanni Bioletto (1905 - 1988) negli anni ’70 su testimonianze di vecchi suonatori è presentata nella forma di marcia.
Al momento non possiamo sapere se l’originale sia stata eseguita con l’accompagnamento di una Banda musicale, possiamo essere certi che nel periodo che fu scritta non esisteva ufficialmente alcuna Banda in paese, quindi l’esecuzione pubblica potrebbe essere stata fatta da suonatori locali o con una Banda esterna chiamata per l’occasione, come di solito succedeva per altre circostanze
Non è neanche da escludere che sia stata semplicemente cantata «a cappella», cioè a sole voci con l’ausilio di qualche strumento d’accompagnamento.
Grazie alle nuove tecnologie, in occasione dei lavori di ricerca sulla musica montanarese, una revisione per coro e Banda è stata registrata su CD nel 2003 a cura del Circolo Culturale E.N.D.A.S. Montanaro patrocinata dall’allora vigente Amministrazione Comunale (sindaco Riccardino Massa), 134 anni dopo la prima – e forse unica – pubblica esecuzione.
Ecco il testo completo. La grafia utilizzata è quella storica, detta anche piemontese – moderna.
Gioventù, spose e masnà,
patriòt, su, fije e fieuj,
foma part, tuti animà,
‘d la gran festa ch’as fa ancheui.
Antonoma ‘na canson
an onor ‘d la Comission
che a la testa ‘d so drapél
l’ha la Génova ‘d Revél!
Viva ij campion ‘d la Comission,
soma pàr lor torna padron
‘d nosta bona aria ‘d nost bél cél:
viva Revél, viva Revél !
A son giust quatr’ani adéss
d’animesse a semne ‘l ris,
quaicadun n’avìa promess
na cucagna e ‘n paradis.
Le risére… poch travai,
gran richessa, pi gnun guai,
ma, purtròp, si, a Montanar,
‘s paradis an costa car!
Viva i campion…
Da coi camp tuti alagà
n’aria greva avnìa dòss,
an fasìa manché al fià,
a n’intrava fin-a ‘nt j’òss.
Le noste ève ‘d le bialére
tanto bon-e e tant legére
che d’ananss fasìo tant bèn
j’ero mnùite tant velen.
Gioventù, spose e bambini, / patrioti, su, ragazzi e ragazze, / facciamo parte animatamente/ della grande festa che si fa oggi. // Intoniamo una canzone / in onore della Commissione / che alla testa del suo drappello / ha la «Genova» di Revél! // Viva i campioni della Commissione, / grazie a loro siamo tornati padroni / della nostra buona aria del nostro bel cielo / Viva Revél, viva Revél! // Son giusto quattro anni adesso / che han cominciato a seminare il riso, / qualcuno aveva promesso / una cuccagna e un paradiso. // Le risaie… poco lavoro, / gran ricchezza basta guai, / ma, purtroppo, qui, a Montanaro, / questo paradiso ci costa caro! // Viva i campioni… // Da quei campi allagati / un’aria pesante ci veniva addosso, / ci faceva mancare il fiato, / ci entrava fin dentro le ossa. // Le nostre acque delle gore / tanto buone e leggere / che prima facevano bene / sono diventate velenose.
I canti di Caluso.
A Caluso l’epidemia si fece sentire ancora nell’estate del 1867, con diversi casi mortali.
Rimanendo in tema musicale di quei ricordi è la canzone Gigìn ‘d Pescarol, scritta presumibilmente in quel periodo da autore al momento ignoto. Rispetto all’Inno celebrativo di Montanaro qui è l’aspetto popolaresco a predominare:
O Gigìn d’an Pescarol
va ‘n malora al caus dal fò,
o Gigìn dal Canavèis
va ‘n malora ad rame ‘d rèiss.
La Gigìn l’era ‘na tota
Tuta bela e bin butà,
an poc temp l’è gniuita smorta,
smija ‘na morta da sotrà.
A l’è andaita ‘s le montagne
A ripijèij so bèi color,
l’ha lassà le sue campagne
‘ndua pasija i so bèi fior.
O Gigìn di Pescarolo / va in malora a causa del fuoco, / o Gigìn del Canavese / va in malora come radici secche. // La Gigìn era una ragazza / bella e formosa, / in poco tempo è divenuta smorta, / sembra una morta da sotterrare. // è andata sulle montagne / per riprendere il colorito, / ha lasciato le sue campagne / dove appassivano i suoi bei fiori.
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Quasi a risposta di questo canto esiste una versione più dettagliata nel significato trovata dal ricercatore calusiese Elio Magaton presso l’ing. Mario Actis Perinetti, da lui descritta come «testo originale». La musica non ci è pervenuta, provando a posare la metrica sulla melodia precedente notiamo che non combacia. Curiosamente il titolo è Gigìn torna al to paìs, idealmente può essere letta come il proseguo del testo precedente…
Gigìn torna pure a cà
Che i nost temp a san cambià,
Gigìn torna al to paìs
C’ha l’han fèt esquarssà i ris.
Gigìn torna pure a cà
Che i nost clima a san cambià.
Ven, coltiva cui pantàn
‘n tè che ij aso a sumnu i ris,
e quatt ‘sgnure da Milan
a n’antossiu i nos paìs.
O Gigìn, ‘l Canavèis
A va ‘n malora ‘d ram ‘d reiss.
Ai san ancora cui c’a blago
Cui c’a porto ‘l giacotin,
Ma cui lì san prima d’ij auti
A mangiasse ‘l pan del Blin.
O Gigìn d’an Pescarol
‘t vè ‘n malora a caus del fo!
Da ‘na part i Minist n’a sgnacco
Con d’imposte sensa fin,
e da l’auta po a n’antossiu
i risere ‘d Tavalin.
Gigìn crija: abàs i ris
Fin che torne al to paìs.
A stan bèn cui c’a l’han ‘d roba
Ma ‘ncur mej cui c’a n’an nén,
vansu la pen-a ‘d pagà i taje
l’esator ai ciapa nén.
Gigìn torna pure a cà
Che i nost clima a san cambià.
E ven giù da le montagne
A Caluso cui to vèi,
Vèn an mes ai tue compagne
Vèn an mes ai to fradèi.
Gigìn torna pure a casa / che i tempi sono cambiati, / Gigìn torna al tuo paese / che hanno tolto le risaie. / Gigìn torna pure a casa / che i nostri climi sono cambiati. // Vieni, coltiva quel pantano / dove gli asini hanno seminato il riso, / e quattro signori da Milano / hanno intossicato i nostri paesi. // O Gigìn, il Canavese / va in malora come radici secche. // Ci sono ancora quelli che parlano / quelli che portano il «giacchettino», / ma quelli sanno prima degli altri / quando è ora di mangiare il pane del «Blin». O Gigìn di Pescarolo / vai in malora a causa del fuoco! // Da una parte i Ministri ci schiacciano / con infinite imposte, / e dall’altra ci intossicano / con le risaie del Tavallino. // Gigìn grida: abbasso le risaie / fin che torni al tuo paese. // Stanno bene coloro che possiedono dei beni / ma ancora meglio quelli che non hanno niente, / avanzano la pena di pagare le tasse / l’esattore non li prende. // Gigìn torna pure a casa / che i nostri climi sono cambiati. // E vieni giù dalle montagne / a Caluso dai tuoi vecchi, / vieni in mezzo alle tue compagne / vieni in mezzo ai tuoi fratelli.
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Generalmente la cultura popolare affonda le radici nella storia, interessante sarebbe scoprire se sia veramente vissuta una Gigìn costretta a migrare in cerca di aria salubre…
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