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La chiesetta fra i casermoni

Da un voto collettivo durante la seconda guerra mondiale, ha avuto origine la tradizione tuttora viva delle due fiaccolate di ferragosto.

Madonna delle Grazie

Madonna delle Grazie

Lo scorso 8 giugno, sulla propria pagina Facebook, il senatore Andrea Fluttero di Chivasso ha pubblicato la fotografia di una chiesetta di Settimo Torinese, quella dedicata all’Assunzione di Maria, comunemente detta Madonna delle Grazie. L’immagine è scioccante: sovrastato dai palazzoni della via Galileo Galilei, l’edificio sacro non ha più nulla del fascino discreto di un tempo. L’immagine ben rappresenta la triste sorte che ha accomunato tutte le cappelle campestri del territorio di Settimo nei decenni delle più devastanti trasformazioni urbane.

Eppure, in origine, la Madonna delle Grazie sorgeva isolata fra i prati e i campi, lungo la strada che andava a collegarsi con la via per Chivasso. Verso oriente, le abitazioni del borgo erano esclusivamente allineate lungo la strada principale (ora via Italia), come appare dalla mappa settecentesca del misuratore Paolo Marenco. In direzione di Brandizzo, gli edifici non oltrepassavano l’incrocio con l’attuale via Francesco Petrarca.

All’inizio dell’Ottocento, però, la situazione era già mutata. In una mappa di epoca napoleonica sono segnati due grandi cascinali nei pressi della chiesetta: uno accanto alla stessa Madonna delle Grazie, nell’isolato fra le vie Italia, Galileo Galilei e Domenico Aragno; l’altro all’angolo fra le vie Petrarca e Italia. Intorno alla metà del secolo, la mappa del catasto Rabbini non riporta sostanziali mutamenti edilizi nelle adiacenze della cappella. Solo nei primi decenni del Novecento, in seguito alla lottizzazione di alcune proprietà agricole, si diede inizio al processo di urbanizzazione, culminato nella seconda metà dello stesso secolo con la costruzione dei grandi palazzi che ormai incombono minacciosi sulla chiesetta.

Purtroppo i documenti finora noti non consentono di ricostruire la storia dell’antica cappella. Le più antiche fonti attualmente conosciute risalgono agli ultimi decenni del Settecento. In un saggio sull’architettura preromanica e romanica nell’arcidiocesi torinese, Eugenio Olivero avanzò l’ipotesi che l’attuale cappella sia una tardiva trasformazione della scomparsa chiesa del Salvatore che è menzionata in documenti del dodicesimo e tredicesimo secolo. Per quanto fascinosa, l’ipotesi non ha finora trovato riscontri di alcun genere. Al contrario, tutto porta a ritenere che la chiesa del Salvatore sorgesse altrove, nella parte occidentale del territorio di Settimo.

Da carte settecentesche si apprende che la gente di Settimo era allora molto legata alla cappella delle Grazie. Il giorno dell’Assunta – scriveva il parroco Giovanni Battista Boetto nel 1784 – «si va a cantare la S. Messa con grande concorso di popolo». Inoltre, «sebbene non vi sii alcun obbligo di celebrare ivi la S. Messa ne’ dì festivi, vanno [...] frequentemente i sacerdoti a celebrare in soddisfazione delle limosine che li sono date dalle persone divote».

Questo singolare rapporto di venerazione per la Vergine delle Grazie si protrasse per lungo tempo, come testimoniano i numerosissimi ex voto che i settimesi hanno portato nella cappella. In massima parte, quelli sfuggiti alla distruzione risalgono agli ultimi decenni dell’Ottocento e ai primi cinquant’anni del Novecento. Fino al 1978, essi rivestivano quasi completamente le pareti laterali della chiesetta, mentre ora sono custoditi altrove. Per lo più raffigurano eventi legati alla vita quotidiana di una comunità di contadini e di artigiani, com’era quella di Settimo. Sono frequenti le scene di malattia, rovesciamento di carri agricoli e cadute da scale a pioli. Non mancano gli ex voto relativi alle campagne militari d’Africa e ai due conflitti mondiali. Il quadretto più antico. una tavoletta di legno, è datato 1837.

In periodi di guerra e di calamità, la gente di Settimo Torinese rivolse sovente alla Vergine delle Grazie. I registri della confraternita di Santa Croce, ad esempio, riportano le spese di un triduo «per il colera», nell’estate del 1854. Da un voto collettivo durante la seconda guerra mondiale, ha avuto origine la tradizione tuttora viva delle due fiaccolate di ferragosto.

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