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Architetture del lavoro a Settimo Torinese, tra Isola e Mezzi Po

Un articolo di Marianna Sasanelli e Vito A. Lupo per la rivista Canavèis

Architetture del lavoro a Settimo Torinese, tra Isola e Mezzi Po

IN FOTO La polveriera Veriglio e la sua shot-tower (foto V. A. Lupo, 1979).

Negli ultimi decenni il territorio è stato sottoposto ad importanti trasformazioni che hanno dettato la modifica e talvolta la scomparsa di antichi assetti produttivi. Seguendo il percorso del rio Freidano e indagando le tracce materiali correlate a questo storico canale motore e intimamente legate allo scorrere del fiume Po, è comunque possibile riscoprire il considerevole patrimonio culturale e tecnologico che denota il territorio settimese e limitrofo. 

Leggendo questa trama territoriale attraverso «occhi museali», la città e il territorio diventano «museo diffuso» e gli oggetti esposti sono le architetture di mulini e cascine, gli impianti e i canali, gli stabilimenti industriali, tutti elementi interessanti di un paesaggio della produzione che rientra nell’ambito di studio dell’Ecomuseo del Freidano.

Questi sono i temi trattati nel volume Settimo oltre Settimo. Guida per leggere la città e il territorio di Vito A. Lupo e Marianna Sasanelli (1), di cui si propongono alcune schede storico-descrittive. In particolare si porta l’attenzione all’itinerario tra le «architetture del lavoro» che ancora oggi si conservano nell’area rurale compresa tra la cascina Isola e la frazione di Mezzi Po. 

L’itinerario.

A valle del Mulino Nuovo di Settimo, interamente recuperato quale sede dell’Ecomuseo, ha termine il tratto urbano del rio Freidano (2). Da questo punto il canale entra negli antichi possedimenti della cascina Isola, con partitore e mulino tuttora esistenti, risalenti ai primi ammodernamenti agrari d’ispirazione cavouriana portati a compimento nel decennio 1840 dal nobile vercellese Avogadro della Motta. Il sistema idraulico di quest’area interessa anche opifici idraulici minori, come una polveriera ed un maglio. 

La cascina Isola.

La cascina sorge lungo l’antica strada romana che univa Torino (Augusta Taurinorum) a Pavia (Ticinum). L’area occupata dalla tenuta insiste su un territorio segnato da rinvenimenti archeologici e testimonianze storiche riconducibili ai primi secoli dell’era volgare. Del periodo romano sono l’epigrafe funeraria rinvenuta nel tardo XVIII secolo in regione San Gallo, riferibile al culto imperiale di Augusto, e la mutatio per il cambio dei cavalli che si suppone sorgesse al decimo miglio della strada consolare, in regione Remartino. Al tardo periodo imperiale è pure riconducibile il tesoretto di monete del III secolo d.C. rinvenuto nei pressi della cascina.

All’inizio del secondo millennio l’area della mutatio, da secoli in abbandono, venne occupata dagli scomparsi priorati di San Lorenzo e di San Martino. Si presume che il primo, nel 1100 ceduto dal vescovo di Torino all’abbazia di Vezzolano, sorgesse sul sedime dell’attuale cascina Remartino Grande. Il priorato di San Martino doveva invece sorgere su quello dell’attuale Remartino Piccolo, nel vicino territorio di Volpiano che qui s’incunea fra i comuni di Settimo e Brandizzo. Questo priorato ricadeva sotto la giurisdizione dell’antichissima abbazia benedettina di San Genuario, presso Crescentino (VIII secolo), decaduta in seguito alla fondazione della potente abbazia di Santa Maria di Lucedio, presso Trino Vercellese (1123).

Ad ovest di cascina Isola si ritiene sorgesse la scomparsa pieve di San Gallo, eretta lungo l’omonimo corso d’acqua che segnava il confine occidentale dell’estesa tenuta. Anticamente le pievi erano parrocchie rurali dove era consentito esercitare il sacramento del battesimo. La plebs S. Galli de Septimo, come più volte richiamata in documenti del XVII secolo, doveva quindi sorgere in prossimità di un nucleo abitato di cui non è rimasta memoria alcuna. La pieve era intitolata al monaco irlandese del VI secolo, evangelizzatore del nord Europa e discepolo di San Colombano.

Nulla si sa di cascina Isola sino al XVII secolo, periodo in cui, da semplice agglomerato di poche case coloniche censite nel catasto del 1605, si passerà a un più articolato impianto edilizio verosimilmente già prossimo al suo aspetto odierno. Il successivo catasto del 1670 la assegna alla famiglia Blancardi alla quale, con molta probabilità, si deve l’effettiva fondazione del grande cascinale e la prima impostazione fondiaria dell’intera tenuta. Isola appartiene ai Blancardi sino al 1730, anno in cui è acquistata dal conte Giuseppe Provana di Pralungo. Nella carta del territorio settimese redatta in quello stesso anno viene denominata Isola Alta ed è curiosamente rappresentata con l’angolo di mezzogiorno mancante, forse ancora in corso di costruzione. La cascina Isola Bassa, non più esistente già nella carta successiva del tardo XVIII secolo, si trovava poco più a sud, in corrispondenza del luogo in cui, oltre un secolo dopo, sorgerà il mulino della tenuta.

Nel 1808 gli interi possedimenti passano in eredità alla famiglia Thaon di Revel. Nel 1845 il conte Ottavio Thaon di Revel vende la tenuta al conte Emiliano Avogadro della Motta, comprensiva di oltre 270 ettari di terreno e delle cascine Isola, Rea e Lys. Nel periodo di massimo sviluppo i terreni della tenuta raggiungeranno i 340 ettari, ripartiti fra i territori di Settimo, Gassino e Castiglione.

Emiliano Avogadro della Motta (1798-1865) è un avvocato cattolico conservatore, abile investitore fondiario e convinto innovatore delle tecniche agrarie che applica negli estesi possedimenti di famiglia dell’alta pianura vercellese e in quelli acquisiti a partire dagli anni Trenta dell’800 in provincia di Torino. Teologo, saggista, parlamentare assai noto e apprezzato ai suoi tempi, in confronto spesso polemico con Gioberti e Rosmini, dal 1852 è membro della commissione incaricata di redigere il dogma dell’Immacolata Concezione, proclamato da Pio IX nel dicembre di due anni dopo.

Gli ammodernamenti introdotti all’interno della tenuta Isola dal Della Motta a partire dal 1845, ne modificheranno profondamente l’assetto fondiario, dando origine ad un raffinato sistema idraulico calibrato sui bisogni di forza motrice, irrigui e zootecnici dell’azienda. In quello stesso periodo la tenuta veniva inoltre dotata di un proprio mulino da grano, con annessa segheria per complessive tre ruote motrici, e di un forno da calce. Disattivato nel 1978, il fabbricato del mulino è tuttora visibile lungo la strada che unisce cascina Isola alla frazione Mezzi Po.

Nel 1895 la tenuta viene venduta alla famiglia Pelazza, che ne aumenterà il potenziale produttivo costruendovi la cascina San Domenico (ubicata a nord delle cascine Rattera e Pista e distrutta con la costruzione della Ceat-Cavi nei primi anni Cinquanta del ’900) e acquistando la cascina San Francesco (recentemente distrutta con la costruzione della linea ad alta velocità). Dal 1901 verrà realizzato l’argine di protezione dei fondi più occidentali della tenuta, a ridosso del rio Freidano, e nel 1908 si provvederà ad installare una doppia turbina idraulica per l’alimentazione elettrica del mulino. Con il declino della famiglia Pelazza, a partire dagli anni Venti del ’900 la tenuta sarà frazionata in diverse proprietà che ne cancelleranno gradualmente il secolare impianto unitario.

Scheda [21] Il mulino dell’Isola

Il Mulino Isola.

Il complesso molitorio, di tipo industriale, è localizzato lungo il rio Freidano a breve distanza dalla omonima cascina. Fu edificato tra il 1924 e il 1925 su di un impianto preesistente, costruito verso il 1845 nelle proprietà della famiglia Della Motta, possidente della tenuta Isola. L’impianto originario era dotato di tre ruote motrici che sfruttavano un salto d’acqua ottenuto tracciando un canale d’adduzione in posizione leggermente elevata rispetto la campagna circostante.

Una restituzione di ciò che doveva essere l’antico mulino la possiamo ritrovare in una delle mappe del catasto Rabbini di Gassino (1858) che riproduce tre corpi di fabbrica: due di impianto quadrato disposti lungo il corso d’acqua, identificabili con i fabbricati destinati alla macinazione dei cereali, e un terzo ad impianto rettangolare corrispondente ad una tettoia con annesso fienile. Il sistema idraulico a servizio del mulino e dell’omonima cascina era regolato dal ripartitore dei Bocchettassi, collocato sul rio Freidano a monte del canale di distribuzione dei due edifici.

A partire dal 1924, quando l’impianto apparteneva già alla famiglia Ferrero, attuale proprietaria, avvenne il cambiamento in senso industriale: furono introdotti sei laminatoi doppi, mantenendo tuttavia due macine a palmenti ed una macina a martelli per la lavorazione dei cereali ad uso zootecnico. Queste innovazioni tecnologiche mutarono anche l’assetto architettonico del complesso, restituendoci il manufatto così come oggi lo vediamo. Il complesso è attualmente costituito da due volumi principali: quello del mulino e quello più imponente del silos, entrambi contraddistinti dalla caratteristica muratura a vista.

Il mulino ha continuato la sua attività sino al 1978, producendo 1200 quintali giornalieri di farina per la panificazione. Come racconta il proprietario, sino a quel momento mantenne la seguente conformazione: al piano terreno trovavano posto le trasmissioni, al primo livello era ubicata la sala macinazione, mentre il secondo piano costituiva un livello intermedio di passaggio delle connessioni verticali; infine all’ultimo piano erano localizzati i plansichter (setacci piani) e le semolatrici.

Il silos aveva una capacità di contenimento per 12.000 quintali e del suo apparato tecnologico oggi si mantengono una pulitrice ed i vari tubi inseriti nella muratura perimetrale, un tempo utilizzati per la ventilazione necessaria alla conservazione del grano. Esternamente si ripropone la suddivisione interna delle celle in muratura attraverso un’intelaiatura in cemento armato. Lungo il salto d’acqua trova invece posto la centrale idroelettrica costruita nel 1908 e per la quale nel 1915 si rese necessario aumentare la portata d’acqua del rio Freidano.

In adiacenza ai due volumi principali è infine ubicata l’abitazione con la sua caratteristica copertura che, molto probabilmente, risale agli anni della Seconda guerra mondiale. Il complesso rientra nel percorso di studio dell’Ecomuseo del Freidano. Rappresenta un’interessante testimonianza dell’attività molitoria valorizzata dalla presenza dell’insediamento rurale della cascina Isola e dalla perfetta conservazione del sistema idraulico che attivava il mulino.

Scheda [22] La chiesa di San Guglielmo Abate

Due opifici rurali: la polveriera Veriglio e il maglio Franchino.

Questi piccoli opifici a conduzione artigianale sorgono a nord della frazione Mezzi Po, lungo un ramo estinto del fiume. La polveriera Veriglio era un modesto impianto per la produzione di esplosivi collocato lungo una derivazione del rio Freidano denominata bealera della Polveriera. Oggi, in gran parte ridotto di dimensioni, è adibito a uso residenziale. Il canale fu tracciato utilizzando un fosso irriguo preesistente intorno al 1870, in occasione della costruzione dell’omonimo edificio. Questo tipo di impianti erano appositamente ubicati lontano dai centri abitati, per preservarli da eventuali esplosioni. L’esistenza del nucleo edilizio è accertata nella carta dell’Istituto Geografico Militare del 1881, segnalato come un piccolo manufatto denominato Polverificio Veriglio, dal nome del suo proprietario.

Il Maglio

L’edificio è ancora oggi caratterizzato da un impianto longitudinale nel quale s’innesta la caratteristica torre di base ottagonale in mattoni a vista. La torretta si presenta suddivisa orizzontalmente in tre parti attraverso linee marcapiano: la prima costituisce la base di questo elemento edilizio ed è completamente integrata nell’abitazione privata, le due parti soprastanti sono invece in muratura di mattoni a vista e mostrano, su quattro degli otto lati, delle aperture ad arco che probabilmente servivano per la necessaria ventilazione all’interno dell’ambiente di lavoro e nello stesso tempo garantivano la sicurezza contro l’intrusione di corpi incendiari. Sino all’inizio del ’900 la torretta era infatti utilizzata per la fabbricazione di pallini da caccia.

Internamente era costituita da due livelli: il piano terra destinato ad ospitare una vasca di raffreddamento nella quale, attraverso una sorta di crivello, precipitava il piombo fuso lavorato nel laboratorio del piano superiore. Derivate da un brevetto rilasciato nel 1782 a William Watts, di Bristol, queste particolari costruzioni sono conosciute come «shot-tower» e possono anche raggiungere altezze di alcune decine di metri. L’impianto fu attivo sino ai primi decenni del ’900 e venne ripetutamente danneggiato dalle alluvioni del fiume Po e da esplosioni accidentali. La stessa sorte colpì anche la cappella dei Santi Giovanni e Barbara, costruita nel 1873 da Giovanni Veriglio e presente all’interno del plesso almeno sino al 1927. Il nucleo edilizio oggi si presenta come una testimonianza d’interesse storico e documentario all’interno dell’ambiente fluviale di Mezzi Po, arricchito inoltre dalla presenza, nelle immediate vicinanze, di un bel ponte in mattoni sul rio Freidano risalente al 1902 e di proprietà del mulino Re di Brandizzo, come arreca la targa apposta su una delle sue pareti.

Il maglio Franchino era un’officina per la realizzazione di utensili a uso domestico e agricolo, oggi una piccola casetta destinata a uso abitativo. L’edificio è ubicato lungo un canale d’adduzione derivato dalla bealera Nuova o Sturetta, poco lontano dalla strada principale che collega Settimo con Brandizzo. Fu costruito intorno al 1870 sui terreni resi disponibili dall’estinzione della Sturella, antico braccio del fiume Po. La sua attività cessò poco prima l’inizio della Seconda guerra mondiale. L’edificio era dotato di una ruota idraulica con corpo centrale in pietra e palette in ferro, ancora montata in sede sino a circa venti anni fa. Nonostante le modeste fattezze architettoniche, il maglio è una testimonianza d’interesse all’interno di un’area ricca di memorie legate al mondo rurale del territorio ecomuseale.

Note

1. Vito A. Lupo. Marianna Sasanelli, Settimo oltre Settimo. Guida per leggere la città e il territorio, L’Artistica Editrice, 2012. Chi fosse interessato alla guida, può contattare gli autori ai numeri telefonici 011 8028505-509.

2. Il rio Freidano è stato per secoli il principale canale motore del territorio settimese e limitrofo, realizzato a partire dal tardo Medioevo adattando in gran parte alvei abbandonati del fiume Po. Il suo percorso nasce a San Mauro Torinese, alle porte di Torino, e termina a Brandizzo, al confine con Chivasso.

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