Cerca

Cronaca

Zoe uccisa a 17 anni, l’accusa cambia: per la Procura è omicidio aggravato da futili motivi, non femminicidio

Alex Manna tace davanti al gip, il giudice si riserva la decisione mentre emergono nuovi dettagli sul caso che ha sconvolto l’Astigiano

Zoe Trinchero

Zoe Trinchero

Per la morte di Zoe Trinchero, la ragazza di 17 anni trovata senza vita nella notte tra venerdì e sabato nell’Astigiano, l’imputazione formulata dalla Procura è quella di omicidio aggravato dai futili motivi. Non femminicidio. È questo il capo d’accusa contestato ad Alex Manna, 20 anni, attualmente detenuto nel carcere di Alessandria, comparso oggi davanti al giudice per le indagini preliminari Aldo Tirone per l’udienza di convalida del fermo.

Alex Manna

Nel corso dell’udienza Manna ha scelto di non rispondere alle domande del gip. Una decisione motivata, secondo quanto riferito dalla sua difensora, dall’aver già reso dichiarazioni al pubblico ministero Giacomo Ferrando. Al termine dell’interrogatorio, il giudice si è riservato di decidere sulla convalida del fermo e sulle eventuali misure cautelari.

«Non ha risposto perché aveva già dichiarato tutto quanto doveva dichiarare al pubblico ministero», ha spiegato l’avvocata Patrizia Gambino, precisando anche che «l’imputazione non è femminicidio». La legale ha annunciato che verrà nominato un consulente medico-legale per l’autopsia, alla quale parteciperà anche un consulente di parte. «È una situazione molto delicata, che ha sconvolto la società, che ha sconvolto la famiglia della ragazza e la famiglia del mio cliente, che non si capacita di quello che è successo», ha aggiunto.

L’avvocata Gambino ha incontrato il suo assistito in carcere e lo ha descritto come profondamente scosso. «Ovviamente è scosso e non potrebbe essere diversamente, perché non è un ragazzo che ha dei precedenti. Io l’ho visto come un ragazzo normale, non lo conoscevo prima, ma a me sembra un bravo ragazzo. Si mostra molto dispiaciuto, ovviamente chiede scusa. Quando potrà farlo di persona, lo farà lui».

Nel frattempo, per sostenere le spese legali della famiglia di Zoe è stata avviata una raccolta fondi online che, già in serata, ha superato i 10.000 euro. Intorno alla figura della ragazza emergono anche nuovi aspetti personali. Monsignor Luigi Testore, vescovo di Acqui, ha rivelato che Zoe «stava maturando un interesse autentico per la fede e aveva intrapreso un itinerario verso il battesimo, seguito con continuità».

Sul passato di Alex Manna intervengono anche ricordi dal mondo scolastico. Franco Calcagno, presidente dell’istituto Artom, racconta che il giovane aveva abbandonato la scuola due anni fa, al termine della terza. «Frequentava l’indirizzo professionale di manutentore meccanico nella nostra sede di Canelli ed era un ragazzo in difficoltà, sia dal punto di vista scolastico, sia comportamentale. Alessandro proveniva da una famiglia a sua volta fragile, che non si è mai opposta ai nostri suggerimenti, ma d’altro canto non li ha mai concretizzati».

Nonostante questo, tra i coetanei che lo conoscevano, il gesto appare incomprensibile. «Lo conoscevo, non me lo sarei mai aspettato», racconta Mario, 20 anni, ex fidanzato di Zoe fino a sei mesi fa. «Non ti dava l’aria di uno che potesse fare una cosa del genere». E ricorda quei momenti concitati subito dopo la tragedia: quella notte Manna «continuava ad urlare “è colpa mia, sono andato via, sono scappato, è colpa mia”» e per un periodo «ha fatto anche finta di cercare il corpo».

In quelle ore, Mario e altri amici avevano pensato che la responsabilità potesse essere di Naudy Carbone, musicista di origini africane che vive a Nizza Monferrato sin da bambino e sul quale Manna avrebbe tentato di far ricadere la colpa. «I miei amici sono andati a prenderlo sotto casa e lo hanno portato via i carabinieri», racconta Mario. Un episodio che ha rischiato di trasformarsi in un linciaggio.

Un fatto definito «inaccettabile» dai penalisti di Asti e Alessandria, che in una nota hanno sottolineato come «la piazza non può e non deve fare processi sommari, sostituendosi alla Giustizia dei Tribunali, che rappresentano l’unica sede deputata ad accertare la verità», esprimendo «piena e completa solidarietà alla persona che ha subìto l’inammissibile tentativo di aggressione».

Mentre la giustizia fa il suo corso, resta una comunità sconvolta, una famiglia distrutta dal dolore e un caso giudiziario che continua ad aprire interrogativi profondi, non solo sul piano penale, ma anche sociale e umano.

Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Edicola digitale

Logo Federazione Italiana Liberi Editori