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Cronaca

Zoe aveva 17 anni. E' stata ammazzata in una sera qualunque. Poi il buio, l’acqua, il silenzio

Uccisa dopo una notte con gli amici, trovata nel Rio Nizza. Una città che non dorme, una comunità che chiede verità e rischia di perdere se stessa

Zoe aveva 17 anni. E' stata ammazzata in una sera qualunque. Poi il buio, l’acqua, il silenzio

Zoe Trinchero

Nizza Monferrato oggi è immobile, trattiene il respiro. Le strade sono le stesse di sempre, i portoni chiusi, le luci accese dietro le tende, ma l’aria è cambiata. È l’aria delle giornate che non passano, delle domande che non trovano risposta, delle ore che sembrano allungarsi fino a diventare interminabili.

Zoe Trinchero aveva diciassette anni e una vita che correva veloce, come quella di tante ragazze della sua età: lavoro, amici, una città che conosci a memoria e che pensi, ingenuamente, ti protegga solo perché è “casa”.

Lavorava al bar della stazione, un impiego semplice, concreto, fatto di turni serali, di clienti abituali, di sorrisi scambiati tra un caffè e un biglietto del treno. Aveva un contratto a tempo determinato e, secondo quanto riferito da ricostruzioni raccolte nelle ore successive, proprio alla fine dell’ultimo turno avrebbe parlato con il barista che le avrebbe confidato l’intenzione di trasformarlo a tempo indeterminato: una parola che, a 17 anni, suona come una promessa di futuro, come un appiglio di normalità. Venerdì sera saluta, esce dal locale e incontra il suo gruppo. La serata comincia come cominciano tutte le serate che poi diventano tragedia: senza nessun allarme, senza nessun segnale che il buio stia già lavorando.

Le ricostruzioni, ancora in fase di verifica, raccontano di un passaggio in una birreria nella zona dei locali, di un tempo condiviso con gli amici, di risate e chiacchiere che restano lì, sospese, perché nessuno oggi riesce più a pronunciarle senza sentire un colpo alla gola. A un certo punto, sempre secondo quanto riferito da chi era con lei, si sarebbe presentato un giovane che avrebbe avuto un interesse per Zoe e che lei avrebbe respinto. Non è un dettaglio da romanzo, è uno di quei frammenti che, nella cronaca giudiziaria, diventano subito materia di verifica: chi è arrivato, a che ora, con chi ha parlato, dove si è spostato, chi l’ha visto, chi può confermare. I due – così viene raccontato – si sarebbero allontanati di poco, per parlare. Un gesto che in qualsiasi altra serata sarebbe banale, quasi invisibile. In questa, invece, diventa un bivio.

Poi, a un certo punto, Zoe si allontana da sola. O forse non è più con gli altri, e gli altri si accorgono dopo che il tempo si è dilatato e l’assenza è diventata preoccupazione. Il telefono non risponde. Le chiamate restano mute. È quell’attimo in cui gli amici passano dalla spensieratezza all’ansia, dall’attesa al panico: iniziano a cercarla, improvvisati e affannosi, lungo le vie del centro, nei luoghi conosciuti, nei passaggi che sembrano sicuri solo perché li percorri da sempre. È una corsa contro qualcosa che ancora non ha un nome, ma che già fa paura.

E poi c’è il canale. Il Rio Nizza. Un corso d’acqua che passa in mezzo alle case, che costeggia via Spalto Nord prima di confluire verso il Belbo. Non è un angolo remoto, non è un posto dimenticato: è un luogo frequentato, attraversato, quasi domestico. Secondo una prima ricostruzione, a dare l’allarme sarebbe stato un abitante del posto che, verso mezzanotte, avrebbe visto da casa un corpo nel rio, in un tratto in cui l’acqua scorre vicina ai muri e alle finestre. Quando si avvicina, si imbatte in un gruppo: sono gli amici che stanno già cercando Zoe. In alcune versioni si parla di loro come dei primi a trovarla e, in un gesto disperato, umano fino a far male, di ragazzi che si gettano nel canale per tentare di soccorrerla, tirarla fuori, strapparla all’acqua. È un’immagine che resta addosso: corpi giovani che si sporcano, che tremano, che urlano, che chiamano aiuto con la voce spezzata. Arriva il 118, arrivano le forze dell’ordine, arrivano i vigili del fuoco. Ma per Zoe Trinchero non c’è più nulla da fare.

Da quel momento la cronaca diventa indagine. I carabinieri arrivano, delimitano l’area, iniziano i rilievi, raccolgono i primi racconti, fissano gli orari, cercano di capire cosa sia successo in quel “buco” di tempo su cui ora si concentra tutto. La notizia corre veloce, rimbalza di bocca in bocca, passa dai telefoni ai social, entra nelle case. La Procura di Alessandria apre un fascicolo per omicidio. È la parola che cambia tutto, quella che spezza definitivamente la possibilità di una spiegazione facile. Non si parla più di una scomparsa. Non si parla più di un incidente. Si parla di una ragazza uccisa.

Nelle ore successive emergono elementi che, se confermati dagli accertamenti medico-legali, disegnano un quadro inquietante: lividi al volto, ferite riconducibili a un trauma cranico, segni compatibili con uno strangolamento. C’è anche un’ipotesi investigativa che si fa strada – e che va maneggiata con la prudenza che impone la cronaca giudiziaria nelle prime ore – quella di una Zoe strangolata e poi gettata nel rio. È su questo, secondo quanto riferito, che lavorano i carabinieri del comando provinciale di Asti: ricostruire da mezzanotte del 7 febbraio una dinamica che al momento è solo una trama di indizi, testimonianze, riscontri da trovare.

In queste ore i carabinieri hanno ascoltato numerose persone. Hanno interrogato gli amici per cercare di ricostruire le ultime ore, per fissare i dettagli che nella memoria si confondono: chi ha visto cosa, chi è rimasto con chi, chi ha chiamato, chi si è mosso, chi ha detto cosa. E' stato sentito un amico indicato come l’ultimo ad averla vista. Nelle ricostruzioni circolate si parla di una presenza in caserma, di un interrogatorio che si protrae, di un avvocato – un’avvocata – fatto arrivare dopo alcune ore. Un passaggio che, per chi scrive di cronaca giudiziaria, non è un dettaglio: segnala che gli investigatori vogliono fissare bene i passaggi, chiarire contraddizioni, verificare ciò che viene riferito. Non significa colpa, non significa innocenza: significa che in quel punto della notte, in quella manciata di minuti, potrebbe esserci qualcosa di decisivo.

E intanto la città reagisce di pancia. Perché quando muore una ragazza di diciassette anni, quando la parola “omicidio” entra nelle cucine e nei bar, quando l’acqua di un canale si trasforma in scena del crimine, la comunità si spacca tra dolore e rabbia, tra bisogno di giustizia e bisogno di un colpevole subito, anche a costo di sbagliare. Un gruppo di residenti alle prime ore di questa mattina s'è radunato sotto l’abitazione di un giovane con problemi psichiatrici. Un ragazzo di origine africana, residente in paese da anni, fragile, facile bersaglio. E' la paura che si trasforma in rabbia, il bisogno di dare un volto al male, di stringerlo in un nome, in un indirizzo. È il meccanismo più pericoloso che esista nei casi di cronaca nera: la piazza che anticipa il tribunale, il sospetto che diventa sentenza, il dito puntato che diventa branco.

Il giovane è stato preso in consegna dai carabinieri per ragioni di sicurezza. Non risulta indagato, non ci sono provvedimenti giudiziari a suo carico, e dopo accertamenti è stato ritenuto estraneo ai fatti. Ma quel raduno, quel rischio di linciaggio, quelle urla sotto una finestra restano una fotografia feroce: la comunità che non riesce più a stare ferma, che pretende risposte immediate, anche quando la giustizia – quella vera – ha bisogno di tempo, di prove, di riscontri, di prudenza.

Le parole degli amici di Zoe arrivano spezzate, cariche di incredulità. «Io non posso dire che è stato lui. Ma se è stato lui, per fare una roba del genere deve essere impazzito. In ogni caso spero che il colpevole sia trovato presto». È una frase che non accusa e non assolve, ma restituisce tutta la confusione di chi si trova improvvisamente dentro un incubo. Lo stesso amico chiarisce che l’interrogato «non aveva alcuna relazione con Zoe» e che «non ci aveva neanche provato». «D’altra parte lui è fidanzato», aggiunge. Parole che entrano nel fascicolo morale di una città, prima ancora che in quello giudiziario. E, nello stesso tempo, fanno capire quanto sia sottile il confine tra il raccontare e l’inventare, tra ciò che si sa e ciò che si crede, tra ciò che si vorrebbe vero e ciò che purtroppo potrebbe esserlo.

zoe

Nel lavoro degli investigatori, invece, tutto deve tornare. Ogni dettaglio viene passato al setaccio: gli ultimi messaggi, i percorsi, gli orari, le immagini, le chiamate. Si verifica dove Zoe sia stata vista per l’ultima volta con certezza. Si controlla se il corpo sia finito in acqua lì, in quel punto, o se possa essere stato spostato. Si cercano tracce, si ascoltano versioni, si confrontano i racconti. Il primo esame del medico legale avrebbe riscontrato lesioni tali da far pensare subito a un omicidio; l’autopsia dovrà chiarire le cause e i tempi della morte, confermare o smentire i segni che oggi vengono letti come compatibili con strangolamento e trauma cranico, stabilire se vi siano altri elementi utili per incastrare la dinamica. È il lavoro freddo e necessario della cronaca giudiziaria: quello che non fa rumore ma che, alla fine, deve portare a una verità processuale. E in questo lavoro c’è anche il ruolo del sostituto procuratore Giacomo Ferrando, indicato nelle ricostruzioni come presente nella fase dell’interrogatorio: anche questo è un segnale della gravità con cui viene trattata la vicenda.

Intanto Nizza Monferrato vive sospesa. C’è chi abbassa la voce al bar, chi guarda con sospetto il vicino, chi ripensa ai propri figli che escono la sera. La morte di Zoe Trinchero come uno specchio in cui tutti si riflettono, un evento che scardina la percezione di sicurezza, che incrina l’idea di normalità. Non è solo una storia di tribunali e verbali: è una ferita aperta, è una comunità che si scopre vulnerabile, attraversata da una rabbia che cerca uno sbocco e da un dolore che non sa dove andare. E in mezzo, come sempre, c’è il rischio più grande: che la caccia al colpevole diventi caccia all’uomo, che la giustizia venga sostituita dalla voce più forte, che il bisogno di chiudere in fretta la storia produca un’altra ingiustizia, un altro dolore.

E mentre le indagini vanno avanti, resta quella domanda che nessuno riesce a scrollarsi di dosso: cosa è accaduto davvero a Zoe in quelle ore? Dov’è iniziato l’incubo, e in quale punto preciso la serata “normale” si è spezzata? La risposta, quando arriverà, non restituirà la vita a una ragazza di diciassette anni. Ma sarà l’unico argine possibile contro il caos delle ipotesi, dei sospetti, delle paure, contro la tentazione di crearsi una verità di comodo pur di non restare nel vuoto. Insomma, Nizza Monferrato aspetta. E nel frattempo impara – nel modo più crudele – quanto possa essere fragile la linea che separa una sera qualunque dall’orrore.

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