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Cronaca
08 Febbraio 2026 - 17:51
La verità emerge a colpi di frasi secche, pronunciate senza appigli, senza attenuanti, senza nemmeno una spiegazione. «Abbiamo discusso, le ho dato un pugno, forse più pugni. Io facevo boxe. Non so perché». È così che Alex Manna, vent’anni, avrebbe raccontato agli inquirenti l’uccisione di Zoe Trinchero, diciassette anni, a Nizza Monferrato. Una confessione che non cerca giustificazioni e che, proprio per questo, restituisce tutta la brutalità di un femminicidio nato da un rifiuto e finito in morte.
Secondo quanto riferito agli investigatori, Manna avrebbe anche precisato un dettaglio destinato a pesare nel procedimento: «Non l’ho buttata nel canale, l’ho solo lasciata cadere». Parole che non attenuano nulla, ma che raccontano il tentativo di ridimensionare l’atto nel momento stesso in cui lo si ammette. Un pugno, forse più pugni, poi la caduta. E una ragazza che non si rialza più.
La confessione contiene anche un altro passaggio inquietante, quello del depistaggio. Dopo la morte di Zoe, il giovane avrebbe cercato di indirizzare i sospetti su un altro ragazzo del paese. «Ho detto in giro che poteva essere stato lui», avrebbe spiegato davanti ai carabinieri e al pubblico ministero, «perché si sa che è un po’ strano. Ho raccontato che ci ha aggrediti e che sono scappato. Mi spiace, ho fatto male». Una versione che, secondo quanto emerso, coincide con ciò che alcuni amici avevano sentito raccontare nelle ore successive alla scomparsa della ragazza, pur definendola da subito “impossibile”.
Ora che la verità è emersa, quel racconto appare ancora più stonato. «Ora che sappiamo la verità, sembra impossibile che fosse indifferente mentre la famiglia, disperata, la cercava», hanno detto alcuni amici. A restare è l’immagine di Zoe, descritta da chi la conosceva come una ragazza che “aveva sempre il sorriso addosso”. Una delle sorelle lo ha ripetuto davanti alle telecamere del Tg3, con parole semplici e definitive: «Non doveva capitare una cosa del genere proprio a lei».
La notte tra il 6 e il 7 febbraio resta un punto fermo, una linea che divide un prima e un dopo. Intorno alle 23.30, sul telefono di Nicole, la migliore amica di Zoe, compare una chiamata senza risposta. Un dettaglio che pesa come un macigno. «Non capita mai», ha raccontato Nicole, spiegando di essersi addormentata presto quella sera. «Io e lei avevamo la posizione condivisa, così sapevamo sempre dove eravamo». Un’abitudine che racconta un’amicizia quotidiana, fatta di messaggi, controlli reciproci, normalità. Quella chiamata persa, oggi, è uno dei simboli più dolorosi di ciò che non si è potuto evitare.

Zoe Trinchero aveva 17 anni
Nicole conosceva bene Alex Manna. In passato aveva avuto una relazione con lui, finita mesi prima. «Ci siamo lasciati perché non mi piaceva il suo comportamento», ha spiegato, aggiungendo di non averlo più frequentato da aprile dell’anno precedente. Il ritratto che ne fa è coerente con quello che, col senno di poi, emerge dalle indagini: un ragazzo ossessivo, possessivo, geloso, incapace di accettare i confini. «Con me era oppressivo, non potevo parlare né uscire con nessuno», ha raccontato. E ancora: scatti di rabbia improvvisi, oggetti distrutti, vetri infranti per motivi banali. Non violenze dirette su di lei, ma una aggressività latente, sempre pronta a esplodere.
È in questo contesto che si inserisce la relazione, breve e mal definita, tra Alex e Zoe. Un rapporto che, secondo quanto ricostruito, si sarebbe incrinato di fronte a un rifiuto. Ed è lì che la dinamica cambia natura, trasformandosi in controllo, frustrazione, violenza. Un passaggio purtroppo ricorrente in molte storie di femminicidio, dove il “no” diventa intollerabile e l’altro smette di essere una persona per diventare qualcosa da possedere.
Nel frattempo Nizza Monferrato si prepara a salutare Zoe. Il sindaco Simone Nosenzo ha annunciato che il giorno dei funerali sarà proclamato lutto cittadino. «Zoe era una ragazza solare, che spesso incontravo per le vie della città. Era conosciuta e benvoluta qui a Nizza», ha detto, spiegando la scelta come un gesto dovuto a una comunità ferita. La salma è a disposizione dell’autorità giudiziaria per l’autopsia, mentre la data delle esequie non è ancora stata fissata.
Il primo cittadino ha ricordato anche il percorso di Zoe: studentessa dell’indirizzo musicale alle medie, giovane lavoratrice assunta da meno di due mesi al Bar della Stazione, quattro ore al giorno, un contratto che il titolare era pronto a rinnovare. «So che da grande sognava di diventare psicologa, per aiutare gli altri», ha raccontato. Poi la frase che chiude ogni possibilità di futuro: «Adesso non diventerà più grande: non si può morire così, aveva diciassette anni».
La reazione non è stata solo istituzionale. Ad Asti, l’associazione Non Una di Meno ha annunciato una manifestazione in piazza San Secondo. «C’è qualcosa che non stiamo insegnando», hanno scritto le attiviste. «Diciassette anni lei. Venti lui. Non possiamo più fingere che questo non dica nulla sulle generazioni che stiamo crescendo». Una riflessione che va oltre il singolo caso e chiama in causa un modello culturale radicato, quello che confonde l’amore con il possesso e la frustrazione con un diritto alla violenza.
Secondo l’associazione, anche in questo caso il colpevole non è una figura esterna o marginale, ma «il figlio sano del patriarcato», cresciuto in una cultura che non insegna a riconoscere i limiti, a rispettare i confini, ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni. La richiesta è chiara: un cambiamento profondo, che parta dall’educazione affettiva, dal rispetto reciproco, dalla prevenzione della violenza di genere fin dall’infanzia.
Resta una confessione che non spiega, una comunità che piange, una famiglia distrutta e una ragazza di diciassette anni uccisa perché ha detto no. Il femminicidio di Zoe Trinchero non è solo una pagina di cronaca nera: è l’ennesima crepa in un sistema che continua a produrre violenza e che troppo spesso la racconta solo quando è ormai irreversibile.
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