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Cronaca

Strage familiare: la cena rimasta sul tavolo e quattro vite spezzate dal gas invisibile

Una famiglia di origine albanese trovata senza vita in via Galgani, mentre la Procura sequestra l’abitazione e concentra gli accertamenti sulla caldaia: il killer è silenzioso, ma in Italia continua a uccidere centinaia di persone ogni anno

Strage familiare

Strage familiare, la cena rimasta sul tavolo e quattro vite spezzate dal gas invisibile

La porta chiusa, il silenzio che non ha più nulla di normale, il telefono che continua a squillare a vuoto. Mercoledì sera, a Porcari, nella Piana di Lucca, la tragedia non arriva con un boato o con le fiamme, ma con un’assenza: nessuna risposta, nessun movimento, nessun segnale da una casa in via Galgani che fino a poche ore prima era abitata dalla quotidianità più ordinaria. Quando il fratello di Arti Kola decide di andare di persona, perché l’inquietudine supera l’attesa, si trova davanti una porta chiusa. È con l’aiuto dei carabinieri che riesce a forzarla. Dall’altra parte non c’è un guasto domestico qualsiasi. C’è una scena che blocca il respiro: quattro persone della stessa famiglia senza vita, e la tavola ancora apparecchiata per la cena.

Le vittime sono Arti Kola, 48 anni, sua moglie Jonida, 43, e i loro due figli, Hajdar, 22 anni, e Xhesika, 15. Una famiglia di origine albanese che, secondo quanto emerso, viveva in quell’abitazione da poco tempo. La morte, per tutti, avrebbe avuto un’unica causa: intossicazione da monossido di carbonio, una fuga probabilmente legata a una caldaia difettosa, ipotesi che adesso dovrà reggere al lavoro tecnico e giudiziario delle prossime ore.

Il fratello, entrato per primo in quell’appartamento, non esce indenne. Anche lui resta intossicato. E adesso è ricoverato in condizioni gravissime all’ospedale di Cisanello, a Pisa: una lotta sospesa, mentre la comunità metabolizza l’impossibile. Nella concitazione dei soccorsi, persino alcuni militari dell’Arma riportano sintomi lievi di intossicazione. È un dettaglio che rende l’idea di quanto il monossido possa saturare un ambiente senza lasciare tracce evidenti, senza odore, senza colore, senza il “campanello” che in altri incidenti domestici permette almeno una reazione istintiva.

La Procura ha disposto il sequestro dell’immobile, una casa su tre piani acquistata da Kola circa tre anni fa e sottoposta a una ristrutturazione recente. Ora l’intero edificio è sotto sigilli: un passaggio inevitabile per ricostruire che cosa sia accaduto e, soprattutto, se ci siano state omissioni, installazioni non conformi, mancate manutenzioni, verifiche saltate. I vigili del fuoco e i carabinieri stanno concentrando gli accertamenti sulla caldaia: se fosse a norma, se fosse stata installata correttamente, se i controlli di legge siano stati rispettati, se la canna fumaria fosse efficiente, se ci fosse ventilazione adeguata nei locali. Il sindaco Leonardo Fornaciari ha espresso dolore per una tragedia che cancella un’intera famiglia e lascia il paese con una domanda che si ripete ogni volta, identica, davanti a questi casi: com’è possibile morire in casa, a tavola, senza nemmeno avere il tempo di capire?

Il punto è che il monossido di carbonio è un assassino che non si annuncia. È il prodotto tipico di una combustione incompleta: può formarsi in presenza di caldaie, stufe, scaldabagni, camini, bracieri, apparecchi a gas o a biomassa quando il sistema non lavora correttamente o quando i fumi non vengono evacuati come dovrebbero. E, soprattutto, tende ad accumularsi negli ambienti chiusi, trasformandoli in camere d’intossicazione. Il suo meccanismo d’azione è spietato: una volta inalato, si lega all’emoglobina con un’affinità molto maggiore dell’ossigeno, sottraendo progressivamente al corpo la possibilità di ossigenare i tessuti. I sintomi iniziali possono confondersi con un’influenza o con una stanchezza improvvisa: mal di testa, nausea, capogiri, sonnolenza, confusione, fino alla perdita di coscienza. Quando si arriva a quel punto, spesso non c’è più tempo.

I numeri aiutano a capire perché ogni tragedia domestica non possa essere archiviata come fatalità isolata. In Italia, secondo una stima rilanciata in queste ore dagli esperti della Società italiana di medicina ambientale, il monossido sarebbe responsabile ogni anno di 350-600 decessi, con oltre seimila ricoveri ospedalieri; circa l’80% delle intossicazioni avverrebbe tra le pareti di casa. Non si tratta di un rischio remoto: è una minaccia costante nei mesi freddi, quando finestre e balconi restano chiusi, i riscaldamenti lavorano senza sosta e gli impianti, se non controllati, possono diventare un punto cieco della sicurezza domestica.

Ed è proprio qui che la vicenda di Porcari assume un significato più ampio. Perché non accade in un edificio fatiscente o in una casa “improvvisata”, ma in un’abitazione acquistata e ristrutturata, dove l’idea di essere al sicuro è quasi automatica. Eppure basta una caldaia non efficiente, un tiraggio alterato, una canna fumaria parzialmente ostruita, un locale senza aerazione sufficiente, per trasformare una serata normale in una strage. Le istituzioni sanitarie lo ripetono da anni: la prevenzione passa dalla manutenzione periodica degli impianti e dal rispetto rigoroso delle condizioni di installazione e ventilazione. In un opuscolo del Ministero della Salute si sottolinea anche un passaggio decisivo: i rivelatori di CO possono essere utili e vanno incoraggiati, ma non devono mai essere considerati un’alternativa alla manutenzione corretta degli impianti. È un avvertimento che pesa: l’allarme elettronico può segnalare il pericolo, ma se l’impianto è fuori norma o mal gestito, il rischio resta.

Il punto, allora, non è “come si riconosce” il monossido, perché spesso non si riconosce affatto. Il punto è come si impedisce che si formi e che resti in casa. La manutenzione fatta da personale abilitato, i controlli periodici, la verifica della regolare evacuazione dei fumi, la pulizia delle canne fumarie e la presenza di adeguate prese d’aria nei locali dove sono installati apparecchi a combustione sono misure che hanno un valore concreto: riducono in modo drastico la probabilità che il gas invisibile inizi ad accumularsi. Anche le aziende sanitarie, nei richiami stagionali, insistono sul controllo periodico degli impianti e sulla prudenza nell’uso di apparecchi a fiamma libera in ambienti chiusi.

Nelle prossime ore, la verità su via Galgani passerà dai rilievi tecnici, dalle analisi dell’impianto, dai documenti di installazione e manutenzione. È lì che si capirà se si è trattato di un evento imprevedibile o del risultato di una catena di negligenze. Ma qualunque sia l’esito giudiziario, resta la fotografia brutale di una famiglia cancellata in casa, senza un grido, senza un segnale, mentre la cena era pronta.

Porcari adesso prova a dare un senso al vuoto, mentre un uomo lotta in ospedale dopo essere entrato per primo in quella stanza satura. Il monossido non lascia segni visibili, ma lascia una lezione che torna puntuale, ogni inverno: la sicurezza degli impianti non è un dettaglio tecnico. È la linea sottile che separa una casa da un luogo dove si può morire senza accorgersene.

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