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Ambiente
20 Gennaio 2026 - 11:10
La Pianura Padana ha l’aria più inquinata d’Europa, ma la soluzione cresce sotto i nostri occhi
Pensavamo che il loro compito fosse semplice: fare ombra d’estate, perdere le foglie d’autunno e assorbire anidride carbonica con la fotosintesi. Un lavoro già nobile, certo. Ma a quanto pare gli alberi sono molto più ambiziosi di così. E lo fanno senza proclami, senza post sui social, senza bisogno di essere ringraziati. Sotto la loro corteccia, quella parte ruvida che nessuno guarda davvero, si nasconde un esercito invisibile che lavora giorno e notte per ripulire l’aria.
La scoperta arriva dall’Australia, ma parla anche a noi, e in modo diretto. Uno studio pubblicato su Science ha rivelato che la corteccia degli alberi ospita migliaia di miliardi di microbi capaci di assorbire non solo metano, ma anche idrogeno e monossido di carbonio. Gas serra, gas tossici, gas che contribuiscono al riscaldamento globale e alla cattiva qualità dell’aria. Insomma, roba che alla Pianura Padana è fin troppo familiare.
Gli scienziati hanno impiegato cinque anni per arrivare a queste conclusioni, analizzando alberi di specie diverse nell’Australia orientale. Hanno usato tecniche sofisticate, tra genomica e biogeochimica, per capire chi vive sulla corteccia e cosa fa davvero. E quello che hanno scoperto ha un sapore quasi cinematografico: microbi specializzati che si nutrono di gas serra come se fosse il loro piatto preferito.
«Sono organismi altamente adattati agli alberi», spiega Bob Leung, coordinatore dello studio. «Consumano metano, idrogeno, monossido di carbonio e persino alcuni composti rilasciati dagli stessi alberi». Tradotto: mentre noi discutiamo su come ridurre le emissioni, loro lavorano in silenzio, senza scioperi e senza bisogno di incentivi.
Il colpo di scena arriva quando i ricercatori allargano lo sguardo. Se si sommassero tutte le cortecce degli alberi presenti sulla Terra, si otterrebbe una superficie pari all’estensione di tutti e sette i continenti. Un vero e proprio gigacontinente di corteccia, come lo definisce Luke Jeffrey, altro coordinatore della ricerca. Un continente invisibile che, potenzialmente, rimuove milioni di tonnellate di gas serra ogni anno.

Ed è qui che il discorso diventa improvvisamente molto vicino a casa nostra. Perché se c’è una zona d’Europa dove l’aria ha urgente bisogno di una mano, quella è la Pianura Padana. Una distesa fertile, produttiva, industriale, ma anche tristemente nota per essere una delle aree con la peggiore qualità dell’aria del continente. Qui le polveri sottili ristagnano, i gas si accumulano e la conformazione geografica fa il resto, trasformando la pianura in una sorta di grande coperchio atmosferico.
Quando si parla di inquinamento padano, si pensa subito a traffico, riscaldamenti, industrie, allevamenti intensivi. Tutto vero. Ma spesso ci si dimentica che la soluzione non passa solo dal togliere, ma anche dal rafforzare ciò che già aiuta. E gli alberi, ora lo sappiamo, aiutano molto più di quanto credessimo.
La scoperta dei microbi “mangia-gas” sulla corteccia cambia il modo di guardare al verde urbano. Non è più solo una questione di estetica o di comfort climatico. Diventa una strategia ambientale. In una zona come la Pianura Padana, dove ogni metro quadrato conta, sapere che alcune specie di alberi ospitano più microbi capaci di assorbire gas serra può fare la differenza.
Non tutti gli alberi, infatti, sono uguali. Alcuni raffreddano meglio le città, altri resistono di più allo stress urbano, altri ancora potrebbero rivelarsi veri e propri filtri biologici. E qui entra in gioco la pianificazione. Riforestare non significa piantare a caso, ma scegliere con intelligenza. Pensare viali, parchi e fasce verdi come infrastrutture ambientali, non come semplice arredo urbano.
In Pianura Padana questo approccio potrebbe avere un valore doppio. Da un lato migliorare la qualità dell’aria, dall’altro restituire un rapporto più sano tra città e natura. Perché se la corteccia degli alberi lavora anche quando non ce ne accorgiamo, forse è il caso di metterla nelle condizioni migliori per farlo.
Gli stessi ricercatori invitano alla cautela. Non esistono soluzioni miracolose e nessun albero, da solo, potrà risolvere una crisi climatica complessa. Ma come ricorda Damien Maher, altro autore dello studio, potrebbe essere il momento di «ripensare il modo in cui alberi e foreste regolano il clima della Terra, oggi e in futuro». Una frase che, detta così, suona quasi come un invito a cambiare prospettiva.
C’è qualcosa di rassicurante in tutto questo. In mezzo a dati allarmanti, grafici in salita e notizie poco incoraggianti, scoprire che la natura continua a offrire soluzioni intelligenti, silenziose e gratuite, restituisce un pizzico di ottimismo. Non ingenuo, ma concreto.
Forse la prossima volta che cammineremo lungo un viale alberato della Pianura Padana, potremo guardarne la corteccia con occhi diversi. Non solo come un tronco che regge rami e foglie, ma come un piccolo laboratorio vivente che lavora per noi. Senza rumore, senza slogan, ma con un’efficacia sorprendente.

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