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Cronaca
05 Febbraio 2026 - 09:38
Pagavano per uccidere civili a Sarajevo: l’orrore dei “cecchini del weekend” riemerge dopo trent’anni, un italiano indagato per omicidio
C’erano giorni in cui a Sarajevo, sotto assedio, la morte arrivava senza rumore. Un colpo secco, da lontano, e qualcuno cadeva per strada: donne, anziani, bambini, bersagli casuali di una guerra che aveva trasformato la quotidianità in una trappola. Oggi, a più di trent’anni da quegli anni di piombo balcanici, la giustizia italiana torna a interrogarsi su una delle pagine più oscure di quel conflitto: i cosiddetti “cecchini del weekend”, civili stranieri che avrebbero pagato per andare a uccidere nella capitale bosniaca come in una macabra forma di turismo armato.
La Procura di Milano ha iscritto nel registro degli indagati un ottantenne, ex autotrasportatore friulano, residente in provincia di Pordenone, ipotizzando a suo carico il reato di omicidio volontario continuato e aggravato. All’uomo è stato notificato un invito a comparire per un interrogatorio fissato nei prossimi giorni. Nell’inchiesta, secondo quanto emerge, sarebbe coinvolto anche un torinese, la cui posizione è ora al vaglio degli inquirenti.
L’indagine, condotta dal Ros dei carabinieri e coordinata dal pubblico ministero Alessandro Gobbis, si muove sotto la direzione del procuratore Marcello Viola e nasce da un esposto depositato nei mesi scorsi dallo scrittore Ezio Gavazzeni, assistito dagli avvocati Nicola Brigida e Guido Salvini. Un atto che ha riacceso i riflettori su racconti rimasti per anni ai margini della memoria ufficiale, sospesi tra testimonianze, documentari e presunte informative di intelligence.

Secondo l’ipotesi accusatoria, tra il 1992 e il 1995, negli anni più duri dell’assedio di Sarajevo da parte delle forze serbo-bosniache, cittadini stranieri avrebbero raggiunto la Bosnia per partecipare a veri e propri “safari umani”, pagando per imbracciare un fucile e sparare sui civili. Un’idea che, se confermata, trasformerebbe quella violenza in qualcosa di ancora più radicale: non solo crimine di guerra, ma omicidio a pagamento, consumato lontano dai campi di battaglia tradizionali.
Un ruolo centrale nell’inchiesta è occupato dalle dichiarazioni di Edin Subasic, ex agente dell’intelligence bosniaca. Secondo quanto riferito, Subasic avrebbe avuto contatti diretti con il Sismi, il servizio segreto militare italiano, durante il conflitto. A inizio 1994, i servizi bosniaci avrebbero informato quelli italiani che questi “tiratori turistici” partivano dall’Italia, in particolare dall’area di Trieste. Subasic ha sostenuto che, una volta ricevute quelle informazioni, gli apparati italiani avrebbero contribuito a interrompere il fenomeno, fermando quella deriva criminale.
Ma c’è di più. L’ex 007 bosniaco ha parlato dell’esistenza di documentazione riservata, di possibili interlocuzioni ufficiali tra servizi segreti e di identificazioni precise degli autori di quelle uccisioni. Carte che, se rintracciate, potrebbero dare un fondamento probatorio a racconti rimasti finora confinati alla memoria orale e alle ricostruzioni giornalistiche.
Per questo gli inquirenti milanesi hanno attivato anche canali internazionali, rivolgendosi alla Procura del Meccanismo Residuale per i Tribunali Penali Internazionali, l’organismo che ha ereditato le funzioni del Tribunale dell’Aja per l’ex Jugoslavia. L’obiettivo è acquisire atti, testimonianze e materiali che possano confermare o smentire quanto emerso. Parallelamente, sono in corso verifiche sull’eventuale presenza di documenti del Sismi, oggi Aisi, che possano attestare contatti, segnalazioni o operazioni risalenti a quel periodo.
Il tema non è nuovo, ma finora non aveva mai trovato un approdo giudiziario così netto in Italia. Già in passato, l’ex sindaca di Sarajevo Benjamina Karic aveva presentato denunce formali, indicando almeno cinque nomi di persone che avevano parlato dei “cecchini del weekend” nel documentario “Sarajevo Safari” del regista Miran Zupancic, uscito nel 2022. Un film che aveva scosso l’opinione pubblica bosniaca, ma che aveva trovato in Italia una risonanza limitata, rimasta confinata al dibattito culturale.
Ora, invece, il racconto entra in un’aula di giustizia. L’ipotesi di omicidio volontario continuato apre scenari giuridici complessi, anche sul piano della prescrizione, della giurisdizione e della ricostruzione dei singoli fatti. A distanza di decenni, ricostruire chi abbia sparato, quando e contro chi, è un lavoro che richiede riscontri solidi, incroci di fonti e una memoria documentale che rischia di essere frammentaria.
Eppure, il segnale è forte. L’indagine manda un messaggio chiaro: anche le ombre più lontane della storia recente possono tornare a chiedere conto delle proprie responsabilità. Sarajevo, per anni simbolo di un’Europa incapace di fermare una guerra nel suo stesso cortile, torna così al centro di un’inchiesta italiana che intreccia guerra, intelligence e crimini contro civili.
Se le accuse troveranno conferma, non si tratterà solo di stabilire colpe individuali, ma di fare luce su una pagina rimossa, in cui la violenza non era solo frutto dell’odio etnico, ma anche di una perversione criminale alimentata da chi, lontano dal fronte, aveva scelto di trasformare la morte altrui in un passatempo.
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