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04 Febbraio 2026 - 02:13
La seduta del Consiglio regionale del Piemonte dedicata al corteo per Askatasuna e ai fatti del 31 gennaio a Torino doveva essere il momento della presa di posizione politica. È diventata invece l’ennesima fotografia di un’aula che si incendia nelle parole e si svuota nei fatti. Alle 20.30, quando si dovrebbe passare al voto sugli ordini del giorno, a Palazzo Lascaris manca il numero legale. I consiglieri di maggioranza non rientrano. La seduta viene sospesa. Tutto rinviato di una settimana. E con il rinvio, si consuma uno strappo politico che le opposizioni definiscono grave e censurabile.
Ma per capire davvero cosa è accaduto bisogna tornare indietro, all’inizio di un'assise che fin dalle prime battute si carica di tensione. La guerriglia urbana di sabato, le immagini degli scontri, gli attacchi politici e mediatici a chi ha partecipato alla manifestazione arrivano in aula come un’onda lunga. Dai banchi del centrodestra, in particolare di Fratelli d’Italia, partono accuse durissime contro le esponenti di Alleanza Verdi Sinistra presenti al corteo. Il capogruppo Carlo Riva Vercellotti parla di comportamenti “irresponsabili”, mentre il partito trasforma l’aula in un palcoscenico politico, sollevando cartelloni contro Askatasuna, definito “centro sociale abusivo e violento”, e contro esponenti della sinistra nazionale. Una scelta che contribuisce ad alzare ulteriormente il livello dello scontro.
Nel suo intervento, la capogruppo di Avs Alice Ravinale prova a riportare il dibattito su un piano più profondo. Racconta di aver ricevuto minacce dopo la sua partecipazione al corteo. Minacce personali, alcune rivolte anche a sua figlia. “Che non auguro a nessuno...”, dice in aula. Parole che pesano e che dovrebbero imporre silenzio e rispetto. Ma l’aula è già troppo tesa per fermarsi.
A sorprendere tutti è poi l’intervento della consigliera leghista Gianna Gancia. Prende la parola e rivendica la sua presenza alla manifestazione. “Io sabato al corteo c’ero”, afferma. Spiega di aver partecipato come privata cittadina, di aver voluto vedere con i propri occhi cosa stava accadendo, di non essersi fidata dei racconti altrui. “Sapevo che sarebbe stato un momento importante e che ci sarebbe stata una forte strumentalizzazione politica, da una parte e dall’altra”, dice. Condanna la violenza “con fermezza”, ma critica anche quello che definisce l’uso politico delle immagini, dalle foto in piazza dell’opposizione a quelle della maggioranza accanto agli agenti feriti. Un intervento che spiazza, irrita, rompe gli schemi e accende nuovi brusii.
Il dibattito si prolunga oltre l’orario previsto. Le opposizioni chiedono di riaprire la discussione. L’aula è un continuo ronzio di voci, richiami, commenti a mezza voce. È in questo clima che si consuma uno dei momenti più duri dell’intera seduta.
Dal banco del Movimento 5 Stelle, Sarah Disabato si alza di scatto. La tensione accumulata esplode. Guarda verso i banchi della maggioranza e urla, senza filtri: “Facce di bronzo. Facce di bronzo. Pagliacci”. Non è uno sfogo isolato. Lo ripete, più volte, con voce sempre più alta. L’aula rumoreggia, qualcuno protesta, qualcuno ride nervosamente. Disabato non si ferma. Alza ancora la voce e chiede silenzio: “State zitti. Fate silenzio”. È un momento di rottura totale, in cui il confronto politico lascia spazio allo scontro frontale. “Facce di bronzo” diventa l’accusa simbolica di una serata intera.
Il Movimento 5 Stelle, del resto, ha deciso di marcare una linea autonoma. I pentastellati presento un ordine del giorno che chiede le dimissioni del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, ritenuto responsabile di misure di sicurezza giudicate insufficienti. Il ragionamento è netto e viene ribadito più volte in aula e fuori: “Due pesi e due misure”. Nel 2021, dopo l’assalto di Forza Nuova alla sede della CGIL, gli stessi partiti oggi al governo chiedevano con veemenza le dimissioni della ministra Lamorgese. Oggi, con la Destra al governo, la responsabilità del ministro viene ridimensionata, contestualizzata, quasi assolta.
Accanto a questo atto, il M5S presenta un secondo ordine del giorno che riafferma con forza i valori dello Stato di diritto. Viene ribadita la distinzione tra le decine di migliaia di persone che hanno manifestato pacificamente, esercitando diritti garantiti dalla Costituzione, e gli episodi di violenza che nulla hanno a che fare con il dissenso democratico. “La violenza non è mai una risposta legittima”, sottolineano i pentastellati, definendola “una sconfitta per lo Stato di diritto” perché spezza il patto di fiducia tra istituzioni e cittadini, tra legalità e partecipazione.
Nel mirino del Movimento finiscono anche i cartelloni di scherno sollevati in aula da alcuni esponenti di Fratelli d’Italia.
“È la dimostrazione di una politica più interessata ai teatrini che ad affrontare seriamente fenomeni complessi”, è l’accusa. Propaganda, effetti speciali, poca sostanza: una critica che risuona forte in una serata già segnata dalle tensioni.
Poi arriva il momento decisivo. Si dovrebbe passare al voto sugli ordini del giorno. Il Consiglio regionale dovrebbe finalmente esprimere una posizione ufficiale sui fatti del 31 gennaio. Ma la maggioranza non c’è. I consiglieri non rientrano in aula. Il numero legale manca. La seduta viene sospesa. Gli atti non vengono votati.
Le opposizioni parlano apertamente di fuga politica. In un comunicato congiunto, Pd, Avs, M5S e SUE attaccano il centrodestra regionale: “Mentre a Roma la Destra chiede unità e attacca chi ha partecipato al corteo, in Piemonte non è nemmeno in grado di garantire la prosecuzione del dibattito”. Il giudizio è durissimo: “Questa è la serietà della maggioranza. Per chi governa il Piemonte, la sicurezza può aspettare”.
La discussione rimandata di una settimana. Ma il segno lasciato da questa seduta resta. Un’aula trasformata in arena, atti non votati, accuse sospese. E soprattutto quell’urlo, che rimbalza tra i banchi e riassume meglio di qualsiasi documento il clima politico della serata: “Facce di bronzo”. Non una battuta. Una condanna politica pronunciata a voce alta, poco dopo la maggioranza sceglierà di non esserci.
Askatasuna è tornata utile. Molto. È una di quelle parole che, quando compaiono, autorizzano tutto: toni duri, facce tese, dichiarazioni solenni, cartelli, accuse reciproche. È il genere di parola che fa sembrare tutti molto responsabili, anche quando non lo sono.
Dopo la guerriglia urbana di Torino, qualcuno ha persino pronunciato la parola più impegnativa di tutte: dimissioni. Quelle del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. Una richiesta che, fino a poco tempo fa, veniva formulata con grande disinvoltura da chi oggi la considera un’eresia. Ma la politica è così: le dimissioni sono un principio universale, purché riguardino qualcun altro.
Il Consiglio regionale del Piemonte, chiamato a discutere della faccenda, ha fatto ciò che la politica sa fare meglio quando il terreno diventa scivoloso: ha parlato molto e deciso poco. La sicurezza è stata evocata a lungo, con partecipazione. Poi, quando si è trattato di votare, la sicurezza ha smesso di essere urgente.
Il numero legale è un meccanismo affascinante. Non prende posizione, non sbaglia, non lascia dichiarazioni. Semplicemente non c’è. È la forma più elegante di neutralità politica. Nessuno ha difeso Piantedosi, nessuno ne ha chiesto davvero la testa. Tutti salvi.
Nel frattempo, in aula qualcuno ha gridato “facce di bronzo”. Un’espressione antica, ma appropriata. Il bronzo non arrossisce, non si piega, non reagisce alle contraddizioni. È il materiale perfetto per attraversare una discussione sulla guerriglia urbana senza dover votare nulla.
Askatasuna, naturalmente, resta lì. Non risolta, non archiviata, ma utilissima. Serve a dimostrare fermezza senza praticarla. Serve a chiedere dimissioni senza rischiare di sostenerle. Serve soprattutto a rimandare.
Quanto a Piantedosi, può stare tranquillo. Le dimissioni, come la sicurezza, sono una cosa seria. Talmente seria che è meglio affrontarla con calma. Magari alla prossima seduta. Purché non sia troppo tardi. O troppo presto. O durante l’ora di cena.
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