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19 Gennaio 2026 - 08:00
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In una sala operatoria di Teheran, sotto luci fredde e con l’odore costante di disinfettante, un chirurgo deposita in una vaschetta un minuscolo pallino metallico appena estratto dal volto di un ragazzo di circa vent’anni, arrivato senza documenti e con un occhio distrutto. È il ventesimo proiettile recuperato in poche ore. Sul monitor l’orario segna le 02:17. All’esterno le strade sono vuote, complice un coprifuoco non dichiarato ma di fatto applicato. All’interno, un referto dopo l’altro, medici e infermieri annotano ferite ricorrenti: colpi alla testa, al collo, al torace e, con una frequenza che colpisce anche i professionisti più esperti, agli occhi. È da queste corsie, che diversi testimoni descrivono come un triage di guerra, che nasce la stima più controversa: fino a 16.500 morti e 360.000 feriti, secondo sanitari iraniani e testimoni citati dalla stampa internazionale, a fronte di cifre ufficiali molto più basse.
Iran, "almeno 16.500 dimostranti uccisi e 330mila feriti": rapporto Sunday Times, ultime news di oggi https://t.co/xpjtjJEwNL
— Pier Gia. (@PierGi1190405) January 18, 2026
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Queste stime non derivano da elenchi nominativi pubblici, ma da racconti concordanti di medici che parlano di un’escalation concentrata in pochi giorni di gennaio 2026. L’inchiesta che ha rilanciato questi numeri è stata pubblicata dalla stampa britannica e ripresa da diversi media europei. Racconta di cecchini appostati sui tetti, colpi mirati alla nuca e all’orbita oculare, arresti effettuati direttamente nei reparti ospedalieri. In parallelo, dall’8 gennaio 2026, un blackout quasi totale di Internet avrebbe interrotto il normale flusso di informazioni, creando quella che più osservatori definiscono una “oscurità digitale”. Si tratta di accuse gravi, che richiedono cautela: molte non sono verificabili in modo indipendente, ma il quadro che ne emerge è coerente con schemi già documentati in Iran negli ultimi anni.
Le cifre più elevate, che parlano di oltre 16.000 morti e centinaia di migliaia di feriti, vengono attribuite a medici di grandi ospedali e reparti di emergenza, citati da testate internazionali. Non sono dati certificati, ma sono accompagnati da descrizioni cliniche dettagliate e collocati in una finestra temporale ristretta. Secondo ricostruzioni riportate da giornali stranieri, un funzionario iraniano avrebbe ammesso almeno 5.000 morti, tra cui circa 500 appartenenti alle forze di sicurezza. Sarebbe un’ammissione senza precedenti per ampiezza, ma non è mai stata formalizzata in un documento pubblico.
Le organizzazioni indipendenti per i diritti umani procedono con maggiore prudenza. Amnesty International e Human Rights Watch hanno documentato con nomi, luoghi e date almeno 28 uccisioni tra il 31 dicembre 2025 e il 3 gennaio 2026, denunciando l’uso illegale della forza e di armi da fuoco contro manifestanti in gran parte pacifici. Sono numeri parziali, frenati dall’impossibilità di verifiche sul campo. La rete di attivisti HRANA (Human Rights Activists News Agency) ha diffuso conteggi più alti, parlando di migliaia di vittime e decine di migliaia di arresti, ma la stessa Al Jazeera ha sottolineato come la metodologia completa di HRANA non sia pubblica. Nonostante questo limite, quei dati restano un riferimento ricorrente, soprattutto durante i blackout.
Ne emerge una contabilità a più livelli: quella ufficiale, quella verificata caso per caso dalle ONG internazionali e quella ospedaliera o attivista. Livelli che non coincidono e che suggeriscono l’esistenza di un sommerso rilevante. Durante la sollevazione del 2022–2023, seguita alla morte di Mahsa Jina Amini, le discrepanze furono simili. Iran Human Rights contabilizzò almeno 551 manifestanti uccisi al 15 settembre 2023, mentre fonti statali parlavano di circa 200 vittime. Anche allora furono documentati colpi agli occhi e l’uso di pallini metallici. Questo precedente non è una prova delle nuove accuse, ma ne fornisce il contesto.
Il dato più inquietante delle testimonianze attuali è la frequenza delle lesioni oculari. Secondo medici citati dalla stampa internazionale, una grande clinica di Teheran, la Noor Eye Clinic, avrebbe registrato fino a 7.000 feriti agli occhidall’inizio delle proteste; in una sola notte, sempre secondo una fonte interna, sarebbero state necessarie centinaia di enucleazioni. Sono informazioni di forte impatto che, allo stato attuale, non hanno una conferma indipendente e vanno presentate come tali. Esiste però un elemento consolidato: tra la fine del 2022 e il 2023 numerose inchieste internazionali hanno documentato in Iran centinaia di casi di cecità o gravi lesioni oculari causate da pallini metallici o proiettili, con testimonianze di medici che parlavano di bersagliamento deliberato della vista. Nel gennaio 2026, il Guardian ha raccolto nuove prove di centinaia di feriti oculari in un solo ospedale, mentre Amnesty International ha descritto nuovamente l’uso di cartucce a pallini contro la parte superiore del corpo. Nel 2022 lo stesso schema era stato raccontato da New York Times, BBC e da dossier di Iran Human Rights. Nel linguaggio dei diritti umani, questo configura l’uso di armi definite “meno letali” trasformate in strumenti di mutilazione sistematica.
Le testimonianze ospedaliere parlano anche di cecchini posizionati su edifici pubblici e snodi urbani strategici. I feriti raccontano di colpi sparati dall’alto su gruppi che si disperdevano o tentavano di soccorrere altri manifestanti. Le province occidentali di Lorestan, Ilam e Kermanshah compaiono con frequenza nei rapporti delle ONG per i primi giorni di gennaio, insieme a Teheran e Isfahan per l’intensità degli scontri. L’organizzazione locale Hengaw ha certificato in dieci giorni almeno 27 morti, tra cui 5 minori, soprattutto in aree curde e lor. Dettagli che coincidono con la mappa degli scontri più duri.
Il blackout di Internet iniziato l’8 gennaio 2026 è indicato da più fonti come un giro di vite senza precedenti. Gruppi di monitoraggio citati dalla stampa britannica parlano di una disconnessione quasi totale, con accessi consentiti solo a istituzioni e media filogovernativi, mentre milioni di cittadini venivano limitati alla rete nazionale. Nello stesso periodo, attivisti e medici hanno riferito dell’uso di disturbatori di segnale contro terminali Starlink utilizzati clandestinamente per far uscire immagini e cartelle cliniche. Il risultato è una raccolta dati frammentata, che spiega perché i numeri verificati crescano lentamente mentre le stime interne agli ospedali parlano di un afflusso continuo di vittime.
La versione ufficiale insiste sulla difesa dell’ordine pubblico e sull’infiltrazione di presunti sabotatori stranieri. Allo stesso tempo, dichiarazioni attribuite a esponenti del potere, riprese dalla stampa internazionale, ammettono un numero di morti molto più alto rispetto agli standard comunicativi del passato. Il governo rivendica migliaia di arresti e descrive le piazze come teatro di violenza organizzata contro lo Stato. Questo racconto contrasta con le denunce convergenti di Amnesty International e Human Rights Watch, che parlano di manifestazioni in larga parte pacifiche represse con forza sproporzionata.
I precedenti del 2019, durante le proteste per il caro carburante, e del 2022–2023 pesano nel valutare le notizie attuali. Nel 2019 la chiusura di Internet nascose per giorni un bilancio che organizzazioni indipendenti stimarono in centinaia, forse oltre mille vittime. Nel 2022–2023, dopo la morte di Mahsa Amini, l’uso di pallini e colpi alla testa fu documentato in modo sistematico, con almeno 551 manifestanti uccisi secondo Iran Human Rights. I tratti ricorrenti – repressione rapida, oscuramento informativo, targeting degli occhi – riemergono quasi identici nelle cronache del 2025–2026.
Dal punto di vista giornalistico, le stime ospedaliere vanno lette come indicatori di tendenza provenienti da chi compila referti e vede i corpi, ma che necessitano di una validazione indipendente. Le ONG internazionali lavorano per accumulo di casi verificati con nome, data e luogo, producendo numeri inizialmente più bassi ma solidi dal punto di vista forense. Le reti attiviste, come HRANA, colmano i vuoti informativi ma con metodologie non sempre trasparenti. Il quadro più corretto oggi è fatto di certezze sui metodi impiegati, di una crescita rapida delle vittime e di un’incertezza sull’ordine di grandezza finale. La forbice tra alcune migliaia e oltre diecimila morti va maneggiata con chiarezza, distinguendo ciò che è verificato da ciò che resta una stima.
Le voci che arrivano dalle corsie spiegano anche perché molti medici parlino in forma anonima. Testimonianze raccolte in queste settimane descrivono minacce, perquisizioni e arresti all’interno degli ospedali. Unità dei Basij e personale in borghese avrebbero presidiato i reparti, prelevando feriti dai letti e, in alcuni casi, ostacolando cure come le trasfusioni. Per proteggere i pazienti, diversi sanitari ammettono di aver smesso di registrare i nomi. Questo rende più difficile la produzione di documenti firmati e trasforma la conta in una catena informale basata sulla fiducia.
Rispetto al passato emergono alcuni elementi nuovi: la presunta ammissione, seppur non formalizzata, di migliaia di morti da parte di ambienti del potere; la scala delle lesioni oculari, che i medici definiscono senza precedenti; e la trasformazione dell’ecosistema digitale, con il progetto denunciato da Filterwatch di rendere l’accesso alla rete internazionale un privilegio governativo attraverso una rete nazionale permanente. Se realizzato, questo renderebbe future verifiche ancora più complesse.
Alla domanda su quante siano davvero le vittime, oggi non esiste una risposta certa. Esistono però alcuni punti fermi: l’uso di pallini metallici, armi da fuoco e arresti di feriti emerge in modo convergente da fonti diverse; il blackout dell’8 gennaio 2026 ha reso più difficile ogni verifica e ha probabilmente ampliato la sottostima; il numero di lesioni oculari è in ogni caso elevatissimo e coerente con un modello già denunciato negli anni precedenti. La stima di 16.500 morti e 360.000 feriti resta un’accusa grave, sostenuta da testimonianze cliniche e rilanciata da media internazionali, che richiede un’indagine indipendente con accesso ai registri ospedalieri, ai certificati di morte e ai filmati di sorveglianza, sotto la protezione di organismi delle Nazioni Unite. Fino ad allora, il compito del giornalismo resta quello di ricostruire, confrontare le fonti e spiegare cosa è accertato e cosa no.
Fonti: The Guardian, New York Times, BBC, Al Jazeera, Amnesty International, Human Rights Watch, Iran Human Rights, HRANA (Human Rights Activists News Agency), Hengaw, Filterwatch.
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