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04 Febbraio 2026 - 22:03
Italiani che pagavano per uccidere civili a Sarajevo? L’inchiesta sui “cecchini del weekend” arriva fino a Pordenone
Un’inchiesta della Procura di Milano ha riaperto uno dei capitoli più oscuri dell’assedio di Sarajevo. Al centro c’è un uomo di oltre ottant’anni, ex camionista, residente in provincia di Pordenone, oggi primo indagato in un fascicolo che ipotizza l’esistenza di cittadini stranieri pronti a pagare per sparare ai civili durante la guerra in Bosnia-Erzegovina tra il 1992 e il 1995. Un’accusa gravissima, tutta da dimostrare in tribunale, che però rompe un silenzio durato più di trent’anni.
La scena da cui partono gli accertamenti è ordinaria: un appartamento di periferia, un tavolo di formica, un armadio con sette armi legalmente detenute — due pistole, una carabina e quattro fucili. Nulla di illegale. A rendere quella stanza oggetto di un’indagine per omicidio volontario plurimo, aggravato da crudeltà e motivi abietti, sono le testimonianze raccolte dagli investigatori. Secondo più persone ascoltate, l’uomo si sarebbe vantato negli anni di essere andato a Sarajevo “a caccia di uomini” durante l’assedio. Oggi è stato convocato per un interrogatorio fissato al 9 febbraio 2026. Al momento è in libertà.
La Procura di Milano, guidata dal procuratore Marcello Viola, ha aperto il fascicolo nel novembre 2025. L’indagine è coordinata dal pubblico ministero Alessandro Gobbis ed è affidata al Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri (ROS). L’ipotesi investigativa è che l’indagato abbia partecipato, direttamente o indirettamente, a un circuito di viaggi verso i Balcani con finalità di violenza contro civili. Resta da chiarire se abbia sparato personalmente o se abbia avuto un ruolo logistico. È uno dei nodi centrali dell’inchiesta.
La notizia ha avuto eco immediata fuori dai confini italiani. Reuters ha riferito che l’uomo non è stato reso pubblico e che resta libero in attesa di essere sentito, ricordando che durante l’assedio di Sarajevo circa 11.000 civili furono uccisi da artiglieria e colpi di cecchino. ANSA ha confermato il ritrovamento delle armi regolarmente denunciate e ha riportato le presunte vanterie dell’indagato sulle sue “spedizioni” in Bosnia. La Repubblica ha ricostruito i passaggi investigativi e il ruolo della magistratura milanese.
L’inchiesta ruota attorno a un concetto che per anni è rimasto ai margini della giustizia: il cosiddetto “turismo dei cecchini”, noto anche come “Sarajevo Safari”. Secondo questa tesi, emersa già negli anni Novanta e rilanciata da un documentario del 2022, cittadini stranieri avrebbero pagato miliziani serbo-bosniaci per essere accompagnati sulle alture intorno alla città e sparare ai civili. Un’accusa che non ha mai trovato una piena verifica giudiziaria, ma che oggi viene riesaminata alla luce di nuove testimonianze.
Il documentario “Sarajevo Safari” del regista Miran Zupanič ha raccolto racconti di ex appartenenti ai servizi, sopravvissuti all’assedio e persone coinvolte nella logistica. Le testimonianze parlano di tariffe, di accompagnatori armati e di una prassi strutturata. Alcuni media hanno riferito dell’esistenza di veri e propri listini in base al tipo di bersaglio. Anche questi elementi, per quanto citati da più fonti, sono ancora oggetto di verifica da parte dei magistrati.
A far scattare l’inchiesta italiana è stato un esposto presentato dal giornalista e scrittore Ezio Gavazzeni, che dopo aver visto il documentario ha raccolto materiali e testimonianze consegnandoli alla Procura di Milano. Nel dossier di 17 pagine, datato 28 gennaio secondo gli atti, Gavazzeni ricostruisce presunti viaggi con partenza dal Nord Italia, passaggio da Trieste, transito per Belgrado e arrivo sulle colline attorno a Sarajevo con il supporto di reparti legati all’esercito serbo-bosniaco. Le cifre ipotizzate parlano di esborsi molto elevati per ogni viaggio, ma le somme variano nelle ricostruzioni giornalistiche e non sono ancora consolidate in atti giudiziari.
Nel corso delle indagini sono stati ascoltati testimoni chiave. Tra questi, un ex agente dell’intelligence bosniaca che ha dichiarato di aver informato nel 1994 il Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare (SISMI) italiano della presenza di cecchini “turisti” provenienti dall’Italia. Secondo il testimone, dal SISMI sarebbe arrivata la risposta di aver interrotto un’operazione partita da Trieste. Anche su questo punto la magistratura sta cercando riscontri documentali.
L’indagato è descritto come un ex autotrasportatore, con un passato in un’azienda metalmeccanica. Durante le perquisizioni, i ROS hanno sequestrato armi tutte detenute legalmente. Secondo quanto riferito da più testimoni, l’uomo avrebbe parlato in pubblico delle sue esperienze nei Balcani all’inizio degli anni Novanta. Stabilire se si tratti di millanteria o di fatti reali è uno degli obiettivi dell’interrogatorio fissato per febbraio.
La giornalista Marianna Maiorino ha riferito di aver raccolto nel 2025 la testimonianza di una donna che avrebbe indicato l’ottantenne come protagonista di presunte “caccie all’uomo” a Sarajevo nei fine settimana. Anche la cronista è stata sentita dagli investigatori. Sono elementi che contribuiscono al quadro, ma che necessitano di riscontri oggettivi: viaggi, documenti, contatti, compatibilità temporali.
L’assedio di Sarajevo è durato 1.425 giorni ed è considerato uno dei più lunghi della storia europea contemporanea. Le stime parlano di oltre 10.000 vittime nella città. Il tema del coinvolgimento di civili stranieri paganti non è mai stato affrontato in modo sistematico nei processi del Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia (TPI). Nessun presunto “turista” è mai stato condannato. È anche questo vuoto giudiziario a rendere l’inchiesta italiana particolarmente complessa.
Il documentario di Zupanič ha suggerito un possibile coinvolgimento logistico di unità dell’Esercito della Republika Srpska (VRS) e ipotizzato inerzie o coperture di apparati di sicurezza serbi dell’epoca. Il film non fornisce prove definitive, ma ha contribuito a riaprire un dibattito che per anni era rimasto confinato alle testimonianze dei sopravvissuti.
La vicenda ha una dimensione internazionale. Il Comune di Sarajevo ha valutato la possibilità di costituirsi parte offesa nel procedimento milanese. Testate europee hanno riferito di verifiche anche in Francia, Svizzera e Belgio, mentre in Serbia il tema resta politicamente sensibile. Nel novembre 2025 la stampa britannica ha confermato l’apertura formale dell’inchiesta italiana. Nello stesso periodo è stata presentata una denuncia contro il presidente serbo Aleksandar Vučić per presunti fatti risalenti agli anni della guerra, accuse da lui respinte.

Gli inquirenti stanno lavorando su tre livelli: la ricostruzione documentale dei viaggi, la compatibilità di armi e munizioni con gli scenari dell’epoca e le reti di contatti tra Nord Italia, Balcani e milizie locali. Un capitolo delicato riguarda i flussi di denaro. Se sono esistiti pagamenti strutturati, individuarne i percorsi potrebbe aiutare a ricostruire la filiera, anche a distanza di decenni.
Secondo dati citati in ambito accademico bosniaco, durante l’assedio operarono centinaia di cecchini e si contano centinaia di uccisioni attribuite con certezza al tiro mirato. I numeri variano tra le fonti e non sono sempre sovrapponibili, ma descrivono una violenza sistematica contro la popolazione civile.
Portare a processo fatti così lontani nel tempo richiede standard probatori elevatissimi. Servono riscontri indipendenti, incastri precisi di date e luoghi, cooperazione giudiziaria internazionale e accesso a archivi militari e di intelligence spesso difficili da consultare. La presenza di un primo indagato può però accelerare il lavoro: perquisizioni, sequestri, analisi forensi e nuove rogatorie.
Il rischio di spettacolarizzazione è alto. È necessario ricordare che l’indagine è in corso e che vale la presunzione di innocenza. Allo stesso tempo, seguire questa vicenda significa interrogarsi sulla responsabilità penale di cittadini europei per crimini commessi contro civili durante una guerra nel continente.
Il 9 febbraio 2026 segnerà un passaggio decisivo con l’interrogatorio dell’indagato. Da lì si capirà se l’inchiesta potrà avanzare verso un processo o se resterà confinata a un fascicolo complesso e fragile. Per ora, i fatti accertati sono pochi e chiari: esiste un’indagine, c’è un primo indagato, ci sono testimonianze da verificare e un lavoro giornalistico che ha riacceso l’attenzione. Il resto dipenderà dai documenti, dalle prove e dalle decisioni di un tribunale.
Fonti: Reuters, ANSA, La Repubblica, documentario “Sarajevo Safari” di Miran Zupanič, atti della Procura di Milano, dichiarazioni di Ezio Gavazzeni, testimonianze raccolte dal ROS dei Carabinieri.
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