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Cronaca
04 Febbraio 2026 - 20:55
Cecchino, foto di repertorio
La guerra in Jugoslavia torna a bussare alle porte della giustizia italiana. La Procura di Milano, guidata da Marcello Viola, ha iscritto nel registro degli indagati un ex autotrasportatore di 80 anni, residente in provincia di Pordenone, accusato di aver partecipato, in concorso con persone al momento ignote, all’uccisione di civili inermi durante l’assedio di Sarajevo, tra il 1992 e il 1995. L’ipotesi di reato è di omicidio volontario continuato, aggravato dai motivi abietti.
Secondo l’accusa, l’uomo avrebbe sparato con fucili di precisione dalle colline intorno alla città, colpendo donne, anziani e bambini nel periodo in cui Sarajevo era sotto la morsa delle truppe serbo-bosniache guidate da Radovan Karadžić e Ratko Mladić. È il primo indagato nell’inchiesta sui cosiddetti “cecchini del weekend”, persone – alcuni anche italiani – che avrebbero pagato per recarsi nei Balcani e uccidere civili, trasformando la guerra in una sorta di “safari umano”.
L’indagine, coordinata dal pm Alessandro Gobbis e condotta dal Ros dei Carabinieri, è partita da un esposto dello scrittore Ezio Gavazzeni, assistito dagli avvocati Nicola Brigida e Guido Salvini. Nel fascicolo confluiscono anche le dichiarazioni dell’ex agente dell’intelligence bosniaca Edin Subasic, che ha riferito di contatti avuti all’epoca con il Sismi. Secondo Subasic, i servizi bosniaci avrebbero segnalato già all’inizio del 1994 l’esistenza di “tiratori turistici” in partenza da Trieste, informazioni che sarebbero state condivise con l’intelligence italiana. Lo stesso Subasic ha sostenuto che tali attività sarebbero state poi interrotte, e che potrebbero esistere documenti con interlocuzioni e identificazioni dei responsabili.

Cartello di avvertimento dipinto a mano: «Attenzione – Cecchino»
A rendere ancora più inquietante il quadro sono le testimonianze raccolte dagli inquirenti. L’80enne, all’epoca cinquantenne, si sarebbe vantato con altre persone di essere andato «a fare la caccia all’uomo» a Sarajevo. Una donna ha raccontato quei discorsi a una giornalista di una tv locale friulana; entrambe sono state ascoltate dagli investigatori, che hanno definito i racconti “agghiaccianti”. Tra gli atti figura anche l’audizione di Adriano Sofri, inviato a Sarajevo durante il conflitto.
Gli accertamenti hanno inoltre evidenziato che l’indagato si sarebbe recato più volte in Jugoslavia in quegli anni, circostanza riferita anche da persone della azienda metalmeccanica per cui lavorava. Durante una perquisizione nella sua abitazione sono state trovate sette armi regolarmente detenute: due pistole, una carabina e quattro fucili.
L’uomo ha ricevuto un invito a comparire per un interrogatorio fissato il 9 febbraio negli uffici della Procura di Milano. Nel frattempo, l’inchiesta si allarga. La magistratura milanese sta lavorando per identificare altri presunti cecchini, verificando nuovi nomi e avviando una cooperazione internazionale che coinvolge le autorità della Bosnia-Erzegovina e di altri Paesi europei, tra cui Francia, Svizzera e Belgio. Secondo gli investigatori, infatti, i “cecchini del weekend” non sarebbero stati solo italiani.
Agli atti compare anche il racconto «di un soldato serbo catturato» che avrebbe detto a Subasic di aver assistito personalmente al trasporto di uno dei “cacciatori”. Quel teste oculare parlò di italiani provenienti da Milano, Torino e Trieste. Infine, il giornalista investigativo croato Domagoj Margetic ha annunciato nei mesi scorsi una denuncia contro il presidente serbo Aleksandar Vučić, sostenendo che all’epoca fosse presente in una delle postazioni militari coinvolte.
Un’inchiesta che, a distanza di oltre trent’anni, riporta alla luce una verità rimossa e chiama in causa responsabilità individuali e collettive su uno dei capitoli più atroci del conflitto balcanico.
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