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10 Febbraio 2026 - 11:06
Abbiamo salvato il buco dell’ozono avvelenando il pianeta: la verità scomoda sui gas “ecologici”
Abbiamo imparato a raccontarla come una delle grandi vittorie della scienza e della cooperazione internazionale. Il buco dell’ozono si sta lentamente richiudendo, i clorofluorocarburi sono stati banditi, l’atmosfera ha smesso di essere aggredita da sostanze che ne erodevano uno degli strati più delicati. Ma mentre una ferita del Pianeta cicatrizza, un’altra si sta aprendo, silenziosa e molto meno visibile. È il paradosso che emerge da una ricerca pubblicata su Geophysical Research Letters e che riguarda la diffusione globale dell’acido trifluoroacetico, meglio conosciuto come TFA, una delle sostanze appartenenti alla famiglia dei PFAS, gli ormai celebri “inquinanti eterni”.
Il dato che colpisce più di tutti è semplice e inquietante: in appena vent’anni, la presenza di TFA negli ecosistemi del pianeta è triplicata. E la causa principale non è un errore recente, ma una conseguenza indiretta di una scelta considerata, a suo tempo, necessaria e virtuosa: l’abbandono dei CFC e l’adozione di nuovi gas refrigeranti per frigoriferi, condizionatori, impianti industriali e schiume isolanti.
La storia del TFA racconta quanto siano fragili e complessi gli equilibri ambientali. Eliminare una minaccia non significa automaticamente aver risolto il problema. A volte vuol dire averlo spostato, trasformato, reso meno evidente ma più persistente.
Per capire il nodo della questione bisogna partire proprio dai PFAS, un’enorme famiglia di composti chimici utilizzati da decenni in ambito industriale. Sono sostanze progettate per resistere al calore, all’acqua e ai grassi, qualità che le rendono estremamente utili ma anche straordinariamente persistenti. Una volta rilasciate nell’ambiente, tendono a non degradarsi o a farlo con estrema lentezza. Per questo vengono definite “eterne”.
Tra tutte, il TFA è oggi il PFAS più abbondante nelle acque terrestri. È quello che compare più spesso e in concentrazioni maggiori ogni volta che si cercano questi contaminanti. È stato rilevato nell’acqua potabile, nella polvere domestica, nel sangue umano. Ed è presente anche in luoghi remoti, lontani da fonti industriali dirette, a dimostrazione di una diffusione globale.

Gli studi condotti sulle carote di ghiaccio artico sono particolarmente eloquenti: indicano che la deposizione di TFA è aumentata fino a dieci volte dagli anni Settanta. Un’accelerazione che coincide con l’introduzione su larga scala dei sostituti dei CFC, banditi a livello internazionale dal Protocollo di Montreal, entrato in vigore nel 1989.
I CFC, usati per decenni come refrigeranti, erano devastanti per l’ozono stratosferico. Il loro abbandono è stato un passaggio obbligato. A prenderne il posto sono arrivati gli idrofluorocarburi (HFC), considerati inizialmente una soluzione pulita perché non danneggiavano l’ozono. Col tempo, però, è emerso un altro problema: gli HFC sono potenti gas serra, con un impatto climatico molto elevato. Per questo oggi sono a loro volta oggetto di una progressiva dismissione.
Nel frattempo, però, gli HFC hanno lasciato un’eredità chimica tutt’altro che trascurabile. Una volta rilasciati in atmosfera, reagiscono con altri composti e si degradano producendo TFA. È un processo lento, continuo, diffuso. Invisibile, ma costante.
Per ridurre ulteriormente l’impatto climatico degli HFC, l’industria ha introdotto una nuova generazione di refrigeranti: le idrofluoroolefine (HFO). Molecole pensate per restare meno a lungo in atmosfera e avere un effetto serra ridotto. Anche in questo caso, però, la soluzione ha un lato oscuro. Gli HFO si degradano in TFA a ritmi ancora più elevati.
Tra le sostanze finite sotto osservazione c’è l’HFO-1234yf, oggi largamente utilizzato nei condizionatori delle automobili. Secondo lo studio, questo gas produce TFA a tassi dieci volte superiori rispetto ai “vecchi” HFC. Una differenza che, moltiplicata per milioni di veicoli, contribuisce in modo significativo alla contaminazione globale.
I numeri forniti dai ricercatori dell’Università di Lancaster e dell’Università della California a San Diego rendono il fenomeno ancora più concreto. La quantità di TFA che si deposita al suolo attraverso pioggia e vento è passata da 6.800 tonnellate all’anno nel 2000 a 21.800 tonnellate nel 2022. In poco più di due decenni, un aumento di oltre tre volte. È come se ogni anno, silenziosamente, piovessero sull’intero pianeta decine di migliaia di tonnellate di un composto che non sappiamo smaltire.
E i refrigeranti non sono l’unica fonte. Anche pesticidi, altri composti industriali e alcuni prodotti farmaceutici possono degradarsi in TFA. Un mosaico di emissioni diverse che converge nello stesso risultato: una presenza sempre più pervasiva di questo PFAS negli ecosistemi.
Il punto più delicato riguarda gli effetti sulla salute umana. Al momento non esistono certezze definitive. Il TFA è considerato dall’Unione Europea dannoso per la vita acquatica e sono in corso valutazioni sui possibili effetti su fertilità e riproduzione. Il fatto che sia già stato trovato nel sangue umano e nelle risorse idriche solleva interrogativi che vanno ben oltre la tossicologia classica.
Il rischio non è solo legato alla tossicità immediata, ma alla persistenza. Un composto che si accumula, che resta nell’ambiente per decenni, che entra nella catena alimentare e idrica, pone problemi nuovi anche a basse concentrazioni. Non perché uccida subito, ma perché modifica lentamente gli equilibri biologici.
Lo studio non propone soluzioni semplici, e probabilmente non potrebbe farlo. Tornare ai CFC è fuori discussione, così come mantenere indefinitamente gli HFC. Ma il messaggio è chiaro: la transizione tecnologica non può essere valutata solo su un parametro alla volta. Ridurre l’effetto serra o proteggere l’ozono non basta se, nel frattempo, si genera un altro problema ambientale di lunga durata.
Il caso del TFA è un promemoria scomodo. Ogni innovazione industriale ha conseguenze che si manifestano nel tempo, spesso lontano dal punto di origine. È una lezione che vale per il clima, per l’acqua, per la salute. E che impone una riflessione più ampia sulle alternative ai refrigeranti attuali, sulla regolazione delle sostanze chimiche e sulla necessità di considerare l’impatto complessivo, non solo quello immediatamente visibile.
La chiusura del buco dell’ozono resta una conquista storica. Ma la storia del TFA ci ricorda che anche le vittorie ambientali possono avere un rovescio nascosto, fatto di molecole invisibili che cadono dal cielo e si accumulano senza fare rumore. Ignorarle oggi significa ritrovarsi domani a raccontare un nuovo disastro annunciato.
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