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30 Gennaio 2026 - 09:49
L’Italia è una potenza delle zone umide, ma tra ritardi e degrado questo patrimonio naturale rischia di scomparire
L’Italia è tra i Paesi europei con il più alto numero di zone umide di importanza internazionale, un primato che racconta un patrimonio ambientale esteso ma anche estremamente delicato. Secondo i dati diffusi da Legambiente alla vigilia della Giornata mondiale delle zone umide, che ricorre il 2 febbraio, il nostro Paese è quarto in Europa, a pari merito con la Norvegia, per numero di siti riconosciuti dalla Convenzione di Ramsar, l’accordo internazionale dedicato alla tutela di questi ecosistemi fondamentali.
Nel mondo, la lista Ramsar comprende 2.471 zone umide, per una superficie complessiva di oltre 255 milioni di ettari. In questo scenario globale, l’Italia conta 63 siti, distribuiti in 15 regioni, per un’estensione totale di 81.091 ettari. Si tratta di laghi, paludi, torbiere, lagune, acquitrini e specchi d’acqua, naturali o artificiali, che rappresentano veri e propri scrigni di biodiversità, ma anche alleati strategici nella lotta alla crisi climatica, grazie alla loro capacità di immagazzinare grandi quantità di carbonio e di regolare i cicli dell’acqua.
Il confronto europeo colloca l’Italia ai vertici, ma anche di fronte a un quadro competitivo e dinamico. In testa alla classifica c’è il Regno Unito, con 176 siti Ramsar, seguito dalla Spagna con 76 e dalla Svezia con 68. Dopo l’Italia e la Norvegia, entrambe ferme a 63, si trovano i Paesi Bassi con 58, la Francia con 55, l’Ucraina con 50, la Finlandia con 49, l’Irlanda con 45 e la Danimarca con 43. Numeri che mostrano come la tutela delle zone umide sia diventata una priorità condivisa, ma declinata in modi diversi da Paese a Paese.
In Italia, la distribuzione dei siti racconta una geografia articolata. Toscana, Emilia-Romagna e Sardegna sono le regioni che, negli ultimi cinquant’anni, hanno visto riconoscere il maggior numero di zone umide di importanza internazionale. A queste si affiancano Lombardia, Veneto, Puglia, Lazio, Campania, Trentino-Alto-Adige, Friuli-Venezia Giulia, Sicilia, Umbria, Abruzzo, Basilicata e Calabria. Proprio la Sicilia guarda al futuro: tre nuovi siti sono attualmente in attesa di entrare nella lista Ramsar, a testimonianza di un patrimonio ancora in parte da valorizzare.
Il punto della situazione arriva con il X rapporto di Legambiente, intitolato “Ecosistemi acquatici 2026. Insieme per le zone umide”, che fa il bilancio dello stato di salute di questi ambienti e lancia un appello chiaro alle istituzioni. L’associazione ambientalista parla di ecosistemi sempre più fragili, sottoposti a pressioni crescenti legate all’urbanizzazione, alla cementificazione, all’agricoltura intensiva e agli effetti sempre più evidenti della crisi climatica. Un mix di fattori che rischia di compromettere funzioni ecologiche essenziali.

Le zone umide non sono solo aree naturali di pregio. Sono sistemi complessi che svolgono un ruolo chiave nella regolazione delle acque, nella mitigazione delle alluvioni, nella depurazione naturale e nella conservazione della biodiversità. Non a caso, circa il 40% delle specie vegetali e animali del pianeta dipende direttamente o indirettamente da questi ambienti per la propria sopravvivenza. Eppure, proprio queste specie sono oggi tra le più minacciate: secondo i dati ricordati da Legambiente, il 25% delle specie legate alle zone umide è a rischio di estinzione.
La Giornata mondiale del 2 febbraio assume quest’anno un significato particolare per l’Italia, che celebra anche il 50° anniversario della ratifica della Convenzione di Ramsar, firmata dal nostro Paese nel 1976. A livello globale, la convenzione è stata sottoscritta da 172 Paesi, segno di una consapevolezza diffusa sull’importanza di questi ecosistemi. Ma la distanza tra impegni formali e tutela concreta resta ampia.
Per questo Legambiente chiede di alzare il livello di protezione, intervenendo su più fronti. L’associazione individua ritardi e iter burocratici lenti come uno dei principali ostacoli alla piena valorizzazione delle zone umide italiane. Da qui la proposta di rafforzare la rete delle aree naturali protette, migliorare l’integrazione normativa e promuovere una gestione unitaria del capitale naturale, superando frammentazioni amministrative che spesso rallentano gli interventi.
Nel dettaglio, l’appello al governo tocca temi cruciali: la necessità di ridurre l’inquinamento, contrastare l’illegalità ambientale e la diffusione delle specie aliene, frenare il degrado degli ecosistemi acquatici per garantire servizi ecosistemici fondamentali. Centrale è anche il richiamo all’applicazione della Restoration Law, la normativa europea sul ripristino degli ecosistemi, e all’integrazione della pianificazione ambientale con quella territoriale e urbanistica.
Un altro nodo riguarda la capacità di adattamento. Migliorare la resilienza degli ecosistemi significa dotarsi di piani di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, integrati nella programmazione ordinaria. Non interventi emergenziali, ma strategie strutturali, capaci di accompagnare il territorio nel lungo periodo. In questo percorso, Legambiente sottolinea l’importanza di coinvolgere le comunità locali, promuovendo forme di partecipazione, co-gestione e programmazione negoziata.
Accanto alle criticità, il rapporto segnala anche alcune buone pratiche già in atto sul territorio nazionale. In Piemonte, ad esempio, opera un centro di referenza per la biodiversità acquatica, mentre a livello nazionale è stata avviata l’operazione Laghi Sicuri 2025 da parte della Guardia Costiera, affiancata da progetti di restauro ambientale come Re Lake. Esperienze che dimostrano come la tutela delle zone umide possa diventare un laboratorio di innovazione ambientale, se sostenuta da risorse adeguate e da una visione di lungo periodo.
Il tema scelto per l’edizione 2026 della Giornata mondiale, “Zone umide e sapori tradizionali. Celebrare il patrimonio culturale”, richiama un altro aspetto spesso trascurato. Questi ambienti non sono solo riserve naturali, ma luoghi in cui natura e cultura si intrecciano. Attorno a lagune, paludi e laghi si sono sviluppate tradizioni locali, saperi legati alla pesca, all’agricoltura, alla cucina, oltre a percorsi di archeologia, spiritualità, arte ed educazione ambientale. Un patrimonio immateriale che può diventare motore di turismo sostenibile, se gestito con equilibrio.
Il quadro che emerge dal rapporto è quindi duplice. Da un lato, l’Italia può rivendicare un ruolo di primo piano in Europa per la tutela formale delle zone umide. Dall’altro, deve fare i conti con un sistema ancora fragile, in cui la protezione sulla carta non sempre si traduce in una gestione efficace sul territorio. La sfida dei prossimi anni sarà quella di trasformare questo patrimonio in una leva concreta per la transizione ecologica, capace di coniugare tutela ambientale, sviluppo locale e qualità della vita.
Le zone umide, spesso percepite come aree marginali, si rivelano così uno degli snodi centrali per affrontare le grandi sfide del nostro tempo: dalla perdita di biodiversità al cambiamento climatico, dalla gestione delle risorse idriche alla sicurezza del territorio. Proteggerle non è solo una questione ambientale, ma una scelta strategica che riguarda il futuro stesso del Paese.
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