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Mutilazioni genitali femminili, la Consulta del Piemonte rilancia la battaglia sui diritti

Un appello per rafforzare prevenzione e reti territoriali

Mutilazioni genitali femminili

Mutilazioni genitali femminili, la Consulta del Piemonte rilancia la battaglia sui diritti (foto di repertorio)

Un fenomeno globale che non riguarda solo Paesi lontani, ma interroga direttamente anche l’Italia e le sue istituzioni. Le mutilazioni genitali femminili restano una delle forme più gravi e persistenti di violenza contro donne e bambine, con numeri che continuano a crescere e una dimensione sommersa che rende ancora più difficile il contrasto.

Secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità, nel mondo sono oltre 230 milioni le donne e le ragazze che hanno subito mutilazioni genitali. Ogni anno, a queste, si aggiungono circa 3,9 milioni di bambine sotto i 15 anni. Un dato che restituisce la portata di una pratica ancora diffusa, radicata e spesso nascosta.

Anche l’Italia non è estranea al problema. Nel 2025 erano circa 88.500 le donne che vivono nel Paese e che risultano sottoposte a Mgf, il 90% delle quali nate all’estero. Numeri che impongono una riflessione non solo sanitaria, ma culturale, sociale e politica.

In occasione della Giornata internazionale della tolleranza zero per le mutilazioni genitali femminili, scende in campo la Consulta regionale femminile del Piemonte, che richiama le istituzioni a un’assunzione di responsabilità chiara e continuativa. A parlare è la consigliera segretaria Valentina Cera, delegata alla Consulta. «Le mutilazioni genitali femminili sono una grave violazione dei diritti umani, una forma di violenza che colpisce il corpo e la dignità di milioni di donne e bambine», afferma. «È dovere delle istituzioni contrastarle con fermezza, attraverso prevenzione, informazione e tutela delle vittime».

Il punto centrale, secondo la Consulta, è evitare che l’attenzione si concentri solo sulle ricorrenze simboliche. «Serve un impegno politico e culturale continuo, capace di coinvolgere le comunità e rafforzare i servizi sul territorio», sottolinea Cera, richiamando la necessità di un lavoro costante e strutturato.

Sulla stessa linea la presidente della Consulta, Fulvia Pedani, che insiste sul ruolo delle reti locali. «Riconosciamo l’importanza di rafforzare le reti territoriali, favorire la formazione degli operatori e promuovere azioni culturali di lungo periodo per contrastarne le radici profonde», spiega. Un lavoro che, secondo Pedani, deve tenere insieme più livelli: informazione, tutela, prevenzione e dialogo con le comunità coinvolte.

«È essenziale continuare a lavorare per aumentare la consapevolezza, rafforzare la legislazione e promuovere l’abbandono di questa pratica attraverso l’educazione e il supporto alle comunità coinvolte», aggiunge, indicando una strada che va oltre la repressione e punta a incidere sulle cause culturali del fenomeno.

Il messaggio che arriva dalla Consulta regionale femminile del Piemonte è netto: le mutilazioni genitali femminili non sono una questione “altra”, ma una violazione dei diritti umani che riguarda anche i territori, i servizi, la capacità delle istituzioni di intercettare, prevenire e proteggere. Una sfida che richiede continuità, competenze e una presa di posizione chiara, senza ambiguità.

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