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03 Febbraio 2026 - 14:43
Pd e piazza, la linea Mazzù a Torino: regole chiare, no alla violenza e sì a una regia politica riconoscibile
Rimettere ordine senza spegnere la partecipazione. È questo il perimetro entro cui si muove la riflessione che arriva dal Partito democratico torinese, chiamato a misurarsi con una stagione di piazze affollate, tensioni ricorrenti e un’esigenza sempre più evidente di chiarezza politica. La proposta avanzata da Mazzù punta a riportare il Pd al centro delle dinamiche di mobilitazione, non come semplice presenza simbolica, ma come soggetto capace di assumersi una responsabilità piena nella gestione dei presìdi e nella cura della comunicazione pubblica. Un lavoro che richiede regole, interlocutori riconosciuti e una responsabilità chiara.
Nel dibattito interno ed esterno al partito, il nodo non è la legittimità della protesta, ma la sua efficacia e la sua tenuta democratica. In una città come Torino, dove la tradizione del confronto pubblico è radicata e la piazza è storicamente un luogo di elaborazione politica oltre che di conflitto sociale, l’assenza di una regia riconoscibile rischia di trasformare la partecipazione in un terreno scivoloso, esposto a derive e strumentalizzazioni. Da qui l’idea di rimettere il Pd «al centro delle logiche di piazza», riaffermando che la presenza tra le persone non è un orpello, ma un tratto identitario.
Torino rappresenta un banco di prova particolarmente esigente. Qui la piazza non è mai neutra: pretende qualità organizzativa, capacità di mediazione, linguaggi comprensibili e un confine netto rispetto a ogni forma di violenza. La linea indicata da Mazzù insiste proprio su questo punto, proponendo mobilitazioni aperte e inclusive, ancorate a un principio non negoziabile di non violenza e a una gestione che sappia tenere insieme partecipazione e sicurezza. Non una normalizzazione del dissenso, ma una sua strutturazione politica.
In questo quadro, la gestione diventa un elemento centrale. Governare una manifestazione non significa limitarla, ma garantirne la forza e la credibilità. Vuol dire chiarire obiettivi e messaggi, evitare ambiguità, predisporre canali di dialogo con le istituzioni e prevenire quei cortocircuiti che spesso trasformano una protesta legittima in un problema di ordine pubblico. È una responsabilità che la politica può scegliere di assumersi o di lasciare ad altri, pagando poi il prezzo dell’irrilevanza.
La proposta mira anche a ricucire un rapporto di fiducia con il mondo civico e con quella parte di elettorato che chiede presenza, ma anche affidabilità. Una piazza con una voce riconoscibile e una responsabilità condivisa può rafforzare la credibilità del Pd tra militanti, simpatizzanti e associazioni, rimettendo in asse rappresentanza e partecipazione. Al contrario, l’assenza di una regia politica rischia di allontanare proprio quei soggetti che vedono nella piazza uno strumento di pressione democratica e non di scontro fine a se stesso.
Le prossime mosse, se la linea verrà tradotta in pratica, passano dalla formazione degli organizzatori alla definizione di interlocuzioni stabili con le istituzioni preposte, fino a una maggiore attenzione ai linguaggi e all’inclusione dei partecipanti. Una piazza sicura e non violenta è anche una piazza più larga, capace di tenere dentro il dissenso senza cedere alla provocazione. Se questa impostazione diventerà prassi, il Pd potrà tornare a essere, anche fisicamente, un asse della vita pubblica cittadina, restituendo alla piazza il ruolo di spazio politico e non di terreno di scontro incontrollato.

Marcello Mazzù
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