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A Chivasso il Pd di Giorgio Gori esce allo scoperto ...

Oltre 150 amministratori e militanti da Canavese, Settimo e Torino per l’incontro promosso da Alberto Avetta con Giorgio Gori. Un Pd lontano dalle tifoserie, che parla di Europa, impresa e governo dei territori guardando già alle prossime sfide, a partire da Torino.

A Chivasso il Pd riformista esce allo scoperto: confronto, territori e una casa da costruire

Al tavolo dei relatori

Venerdì sera, a Chivasso, non si è svolto un semplice incontro pubblico. Alla Biblioteca Movimente, davanti a oltre 150 persone arrivate da tutto il Canavese, da Settimo Torinese e da Torino, è andata in scena una fotografia nitida di ciò che nel Partito democratico si muove, cresce e chiede spazio. Una platea ampia, attenta, composta in gran parte da amministratori, dirigenti, militanti di lungo corso. Un Pd che discute, ascolta, riflette. E che, soprattutto, non urla.

A promuovere l’iniziativa è stato il consigliere regionale Alberto Avetta, che da tempo lavora per far nascere e crescere un’area politica spesso evocata ma raramente raccontata con precisione: quella dei riformisti, parola che nel Pd continua a suscitare diffidenze ma che, a Chivasso, ha trovato una rappresentazione concreta.

Non una corrente, non una conta, ma una postura politica.

in prima fila

«Confronto è un termine che mi piace molto – ha spiegato Avetta – perché traduce l’atteggiamento di chi riconosce la legittimità delle idee altrui e finalizza l’analisi e il dialogo alla mediazione con le proprie».

Ospite d’onore Giorgio Gori, eurodeputato ed ex sindaco di Bergamo, figura che incarna un’idea di centrosinistra pragmatico, europeo, amministratore.

In una fase in cui il Pd nazionale appare spesso diviso tra identità e testimonianza, Gori rappresenta un’altra traiettoria: quella di chi parla di Europa non come cornice astratta, ma come luogo concreto in cui si decidono le condizioni di vita dei territori.

Per oltre due ore, la sala ha ascoltato interventi diversi ma legati da un filo comune, come ha sottolineato lo stesso Avetta: "esperienze da mettere a fattor comune".

Il confronto si è concentrato sul rapporto tra impresa, lavoro e istituzioni, sul tema della creazione di ricchezza in un’Europa che vive di regole e regolamentazione ma che deve misurarsi con un contesto globale sempre più deregolamentato. Un tema tutt’altro che teorico per chi amministra città, comuni, vallate. «Il futuro di ciascuno di noi – ha ricordato Avetta – che viva nel centro di Torino o nelle valli più isolate del Piemonte, dipende in gran parte dall’esito di questo confronto».

La composizione della platea dice molto più di tante analisi politiche. Da Settimo Torinese erano presenti Antonella Ghisaura, Luca Rivoira, Angela Schifino, Joseph Iliana. Da San Mauro Torinese il vicesindaco Luca Rastelli, Graziella Nicosia e la segretaria Anna Maria Barbero. Da Ivrea Matteo Chiantore, Fabrizio Dulla, Francesco Giglio, Maurizio Perinetti e due esponenti di Italia Viva che guardano alla "Casa riformista di Matteo Renzi" con simpatia, Paolo Bertolino e Massimiliano De Stefano. Da Chieri Antonella Giordano. In sala anche Sonia Cambursano ed Emanuele Ippolito, consigliere della Circoscrizione 5 di Torino.

Presenti diversi sindaci: Carlo Mottino di Candia, Ravetto di Vistrorio, Minellono della Val di Chy. E poi Paola Bragantini, ex deputata e presidente di Amiat. Da Chivasso, come è stato detto senza enfasi ma con una certa soddisfazione, c’erano praticamente tutti, dal sindaco Claudio Castello, al segretario Massimo Corcione, passando dall'assessore Pasquale Centin. A completare il quadro politico, la consigliera regionale Monica Canalis e Gianna Pentenero.

Quello che è emerso con chiarezza non è stato un posizionamento “contro” qualcuno, ma una richiesta politica precisa: ridare centralità alla competenza, all’esperienza, alla mediazione, senza cedere né al populismo né alla semplificazione.

«Non è demagogia – ha ribadito Avetta – è esattamente il contrario. È la consapevolezza che le questioni sono complesse e che le soluzioni vanno cercate con ostinazione, in modo concreto e possibile».

In controluce, il messaggio è arrivato forte e chiaro anche a chi, nel Pd, guarda già alle prossime elezioni comunali di Torino e alle scadenze che ridisegneranno equilibri e leadership.

C’è un pezzo di partito che non si riconosce pienamente né nella linea di Elly Schlein né in quella di Stefano Bonaccini, ma che non per questo è neutro o attendista. È un’area che chiede ascolto, spazio, rappresentanza. E che rivendica un modo di fare politica che parte dai territori e non dalle correnti.

«La politica – ha sottolineato Avetta – può recuperare ruolo e considerazione quando sa dire ai cittadini: capisco il tuo problema, so di cosa mi stai parlando, cerchiamo una soluzione insieme».

A Chivasso, venerdì sera, questo non è rimasto uno slogan. E nel Pd, di questi tempi, non è affatto poco.

Il Pd, istruzioni per crescere

Il Partito democratico ha finalmente chiarito la sua identità: non ne ha una, ma tre. 

C’è Elly Schlein, segretaria, che parla come se il Pd dovesse educare il Paese.
C’è Stefano Bonaccini che continua a esistere come si esiste dopo aver perso: molto.
E poi c’è Giorgio Gori, che non contesta nessuno, non guida correnti, non chiede congressi. Governa. O meglio: governava, e ora spiega come si governa. Il che, nel Pd, è già un atto di rottura.

Ufficialmente il dibattito è Schlein contro Bonaccini. È comodo, è ordinato, è binario. Peccato che non spieghi quasi nulla. Perché il Pd non è diviso: è sovrapposto. Dice una cosa, ne pensa un’altra, e nel frattempo ne pratica una terza.

Schlein porta identità, parole nuove, una certa severità morale. Bonaccini porta numeri, amministrazione, un’idea di governo che vince ma non entusiasma più. Gori porta una cosa ancora diversa: l’idea che si possa parlare di Europa, impresa e diritti senza sembrare colpevoli. Ed è forse per questo che resta ai margini del racconto ufficiale: disturba la narrazione.

Nel frattempo il partito discute. Molto. Di parole, di toni, di posizionamenti. È una discussione seria, educata, permanente. Il problema è che mentre il Pd riflette, qualcun altro decide e il centrodestra governa. Non tanto bene, spesso con approssimazione, ma governa. Il Pd commenta. Con intelligenza, va detto. Ma da bordo campo.

Il paradosso è che il Pd non è mai stato così ricco di idee e così povero di decisioni. Tiene insieme tutto per non perdere nessuno e finisce per non convincere nessuno. Un capolavoro di equilibrio. Che in politica, però, raramente viene premiato.

Così il partito resta lì, tra Schlein, Bonaccini, E poi c'è Gori. Qualcuno s'è convinto che prima o poi la sintesi si farà da sola.
Di solito non succede. Di solito, nel frattempo, si perdono le elezioni.

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