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23 Gennaio 2026 - 10:55
Comitato "No Cava" (foto archivio)
Quando la politica abdica, restano solo i tribunali.
Ed è esattamente quello che sta accadendo a Ivrea, nel quartiere di San Bernardo, dove la vicenda della cava Cogeis ha smesso definitivamente di essere una questione tecnica o amministrativa per trasformarsi in una questione democratica.
La notizia, oggi, è questa: il Comitato No Cava di San Bernardo ha depositato un ricorso al TAR del Piemonte contro la Città Metropolitana di Torino, chiedendo l’annullamento della Determinazione dirigenziale n. 6395 del 10 novembre 2025, l’atto che ha autorizzato il rinnovo dell’attività estrattiva in località Fornaci. Un passaggio formale, certo. Ma anche un atto politico fortissimo.
«Il ricorso nasce dalla ferma volontà dei cittadini di San Bernardo di non accettare procedure autorizzative apparse sbrigative e fin troppo accomodanti nei confronti della ditta proponente», spiegano dal Comitato.
«Nel corso dell’intero iter approvativo e delle Conferenze dei servizi abbiamo espresso formalmente le nostre riserve, portando all’attenzione delle istituzioni dati tecnici e osservazioni concrete che non possono essere ignorate. È una sacrosanta battaglia che chiama il contributo di tutti».
E infatti, a metterci la faccia – e soprattutto il portafoglio – sono stati proprio i cittadini. Per sostenere questa sfida legale e tentare di ottenere giustizia, gli abitanti di San Bernardo si sono autotassati, facendosi carico direttamente delle ingenti spese legali. Un segnale di coesione raro, che racconta meglio di mille comunicati quanto una comunità non sia più disposta ad accettare decisioni calate dall’alto, con effetti diretti sulla salute, sull’ambiente e sulla qualità della vita delle famiglie.
Il percorso giudiziario è un’azione a tutela non solo del quartiere, ma dell’intero territorio di Ivrea. Un’azione necessaria, ma costosa. Da qui la decisione del Comitato di lanciare un appello pubblico, rivolto a tutti i cittadini eporediesi e ai comuni limitrofi, per sostenere economicamente questa battaglia. «Una raccolta fondi per completare il finanziamento delle spese legali necessarie a portare avanti una vera battaglia di civiltà», spiegano ancora dal Comitato.
Il ricorso è stato depositato il 20 gennaio 2026. In silenzio. Senza proclami. Senza conferenze stampa autocelebrative. Una scelta che pesa come un macigno su chi, fino a ieri, continuava a ripetere che “non si poteva fare nulla”.
E invece qualcosa si poteva fare.
Solo che non lo ha fatto il Comune. Lo stanno facendo i cittadini.
Per capire come si è arrivati a questo punto bisogna tornare indietro di qualche settimana, a quel Consiglio comunale destinato a restare negli annali come uno dei momenti più imbarazzanti della recente storia amministrativa eporediese. Una seduta surreale, conclusa con il sindaco Matteo Chiantore che lasciava l’aula sorridente, convinto di aver “spiegato tutto”, mentre fuori dal Municipio i cittadini si chiedevano se non avessero appena assistito a una gigantesca candid camera istituzionale.
Dentro l’aula, il mantra era uno solo: il PRAE.
Il Piano regionale delle attività estrattive trasformato, nel giro di una sera, nel capro espiatorio universale. Colpa del PRAE se la cava si rinnova. Colpa del PRAE se la Città Metropolitana autorizza. Colpa del PRAE se i pareri sono favorevoli. Colpa del PRAE, a momenti, persino se piove.
Peccato che il PRAE, quando lo si va a leggere davvero – e qualcuno lo ha fatto – non autorizzi nulla, non decide nulla, non impone nulla. Si limita a prendere atto, a fotografare, a registrare ciò che le amministrazioni locali hanno già consentito. E semmai ricorda, con crudele precisione, che se una cava esiste sulla carta è perché qualcuno l’ha autorizzata prima.
Ma questa verità, in Consiglio comunale, non doveva emergere.
Tant'è! Oggi parlano le carte bollate. Solo che questa volta le hanno firmate i cittadini.
Il messaggio che arriva da San Bernardo è chiarissimo: polvere e rumore non sono progresso. E soprattutto, la salute vale più del profitto.
Ora la partita si sposta nelle aule del TAR. E lì non basterà più evocare il PRAE come una formula magica buona per assolversi. Serviranno atti, scelte, responsabilità. Tutte quelle che, fino a oggi, la politica locale ha accuratamente evitato di assumersi.
La verità? C'è che il sindaco Matteo Chiantore e la sua maggioranza possono continuare a raccontarsi di aver chiuso la questione. La realtà, però, è un’altra: questa vicenda ha aperto una crepa profonda nella credibilità dell’Amministrazione. Una crepa che parla di sudditanza verso le grandi imprese che contano, di prudenza selettiva, di paura dei ricorsi solo quando conviene averne.
La cava di San Bernardo non è più soltanto una buca da scavare.
È il simbolo di un’Amministrazione che, messa di fronte a un quartiere compatto, informato e determinato, ha scelto di voltarsi dall’altra parte.
E quando succede questo, i cittadini non applaudono.
Vanno in tribunale.
Nei prossimi giorni partirà anche una capillare campagna di informazione e sensibilizzazione: volantini nel quartiere di San Bernardo, manifesti affissi in tutta la città, iniziative pubbliche per spiegare le ragioni del ricorso e coinvolgere l’intera comunità eporediese.
Perché la tutela del territorio di Ivrea, la salvaguardia della qualità della vita dei suoi abitanti e l’affermazione della trasparenza nelle decisioni pubbliche non sono una battaglia di quartiere.
Sono un bene comune.


La cava di San Bernardo è una di quelle storie che tornano ciclicamente, come le buche sull’asfalto o le promesse elettorali: sparisce per qualche anno, poi riemerge improvvisamente, più ingombrante di prima. Un progetto vecchio, datato 2014, rimasto nel cassetto per oltre un decennio e che el 2025, viene riesumato come se nel frattempo Ivrea non fosse cambiata, cresciuta, abitata.
Siamo in località Fornaci, quartiere San Bernardo, a ridosso delle case. Qui la ditta Cogeis ottenne dal Comune di Ivrea un’autorizzazione per l’estrazione di sabbia e ghiaia. Un via libera che, di fatto, non ha mai prodotto effetti: la cava non è mai entrata in funzione. Fine della storia? Macché. Era solo una pausa.
Nel frattempo il quartiere è cambiato. Più residenti, più traffico, più fragilità. Ma quando, all’inizio del 2025, arriva la richiesta di rinnovo decennale della concessione, sembra che tutto questo conti poco o nulla. A cambiare, semmai, è solo il soggetto che decide: non più il Comune, ma la Città Metropolitana di Torino, che prende in mano il dossier e avvia l’iter.
Ed è qui che la miccia si accende.
Rinasce il comitato “No cava di San Bernardo”, fatto di cittadini, famiglie, residenti che non vogliono ritrovarsi camion sotto casa, polveri sottili nei polmoni e rumori industriali a pochi metri dalle finestre. Le preoccupazioni sono sempre le stesse, e non sono certo fantasiose: impatto ambientale, viabilità già sotto pressione, qualità della vita sacrificata sull’altare dell’estrazione.
Nel frattempo anche la politica, per una volta, sembra accorgersi del problema. Il Consiglio comunale di Ivrea approva all’unanimità un ordine del giorno che dice no alla cava. Un segnale politico chiaro, netto. Ivrea dice: non la vogliamo. Punto.
Ma qui arriva il colpo di scena, quello che trasforma una vicenda amministrativa in un piccolo caso politico. Perché quella contrarietà, secondo il comitato e secondo più di qualcuno, non sarebbe mai arrivata dove doveva arrivare, o quantomeno non con il peso che meritava. Carte che viaggiano lentamente, osservazioni che si perdono nei meandri burocratici, conferenze dei servizi che vanno avanti come se nulla fosse.
Risultato finale: la Città Metropolitana autorizza il rinnovo della concessione.
Una decisione che cade come un macigno sul quartiere e che riapre una ferita mai rimarginata. Da una parte un Comune che formalmente dice no, nei fatti se ne fotte, dall’altra un ente sovracomunale che tira dritto. In mezzo, come sempre, i cittadini, che scoprono sulla propria pelle quanto la distanza tra istituzioni e territorio possa diventare abissale.
E così la cava di San Bernardo, mai aperta ma sempre presente come una minaccia latente, torna a essere una possibilità concreta. Non ancora un cantiere, non ancora un via vai di camion, ma qualcosa che incombe. Una spada di Damocle piantata sopra un quartiere che chiede solo di vivere normalmente.
Insomma, la cava non è solo una questione di sabbia e ghiaia. È l’ennesima storia che racconta come funzionano – o non funzionano – i meccanismi decisionali. È una vicenda che parla di partecipazione ascoltata a metà, di territori chiamati a esprimersi quando le scelte sono già quasi fatte. È una storia che, a Ivrea, molti speravano di aver chiuso dieci anni fa. E che invece eccola qui, di nuovo, più attuale che mai.
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