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18 Dicembre 2025 - 10:33
Meno morti di cancro, ma per curarsi si deve emigrare: il Sud resta indietro mentre l’Italia festeggia i numeri
In Italia si muore meno di cancro, ma non ovunque allo stesso modo e non senza costi sociali crescenti. È questa la fotografia, insieme incoraggiante e problematica, che emerge dal rapporto “I numeri del cancro in Italia 2025”, presentato dall’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom). I dati mostrano un sistema capace di migliorare gli esiti clinici, ma ancora attraversato da forti disuguaglianze territoriali, in particolare tra Nord e Sud, e da nuove criticità legate alla sostenibilità del Servizio sanitario nazionale.
Nel 2025 sono stimati circa 390.000 nuovi casi di tumore, un numero sostanzialmente stabile rispetto al 2024. Il dato più rilevante, però, riguarda la mortalità: in dieci anni i decessi per cancro sono diminuiti del 9%, un risultato che colloca l’Italia in una posizione migliore rispetto alla media europea. Il calo è particolarmente marcato per alcune delle neoplasie più diffuse e letali, come il tumore del polmone, con una riduzione del 24%, e quello del colon-retto, in calo del 13%. Numeri che si traducono in una sopravvivenza a cinque anni in costante miglioramento.
La Commissione europea ha confermato questo trend anche su scala continentale, certificando una riduzione dei decessi nel 2024 rispetto al 2022. Per la prima volta, inoltre, è stato registrato un calo complessivo dell’1,7% dei nuovi casi, che in Italia arriva addirittura al 2,6%. Un risultato che, secondo gli esperti, va letto alla luce di due fattori concomitanti: la diminuzione della popolazione complessiva e la riduzione delle diagnosi di tumore del polmone nei maschi, legata anche al progressivo calo dei fumatori.
Dietro questi numeri positivi, tuttavia, si nasconde una realtà più complessa. Il miglioramento degli esiti clinici è il frutto di un progresso terapeutico continuo, con l’introduzione di nuove terapie, nuove combinazioni e sequenze di trattamento, che permettono ai pazienti di vivere più a lungo, spesso convivendo per anni con la malattia. Ma questo successo ha un rovescio della medaglia: l’aumento del carico di lavoro per le strutture sanitarie.

A sottolinearlo è Massimo Di Maio, presidente Aiom, che mette in guardia sulla tenuta del sistema pubblico: «Grazie al progresso terapeutico, che introduce in pratica clinica nuove indicazioni e nuove sequenze di trattamento, e al prolungamento del tempo di cura, il carico di lavoro per le strutture sanitarie cresce notevolmente, molto più di quanto aumentino la forza lavoro e gli ospedali». Un divario che rischia di allargarsi ulteriormente, in un contesto segnato da una cronica carenza di medici e infermieri nel Servizio sanitario nazionale. «I campanelli d’allarme suonano in continuazione», avverte Di Maio, ricordando come il servizio pubblico rappresenti «una ricchezza del Paese, che va difesa in ogni modo».
In questo scenario, la prevenzione diventa una leva sempre più decisiva. Non solo per ridurre il numero di persone che si ammalano, ma anche per intercettare i tumori in fase precoce, quando le possibilità di guarigione sono maggiori e l’impatto delle cure, sia per il paziente sia per il sistema sanitario, è più contenuto. Una strategia che, però, richiede investimenti stabili, campagne di screening efficaci e una reale omogeneità territoriale, ancora lontana dall’essere raggiunta.
La frattura più evidente emerge guardando al Mezzogiorno. Il rapporto Aiom accende un faro sul fenomeno della migrazione sanitaria, in particolare per quanto riguarda la chirurgia mammaria. Al Sud, il 15% delle pazienti è costretto a cambiare regione per sottoporsi a un intervento al seno. Un dato che in Calabria assume proporzioni drammatiche: quasi il 50% delle donne si opera fuori regione. Una fuga che non riguarda solo la percezione della qualità delle cure, ma spesso la reale disponibilità di strutture, tecnologie e équipe specializzate.
Questa mobilità forzata ha conseguenze profonde. Significa costi aggiuntivi per le famiglie, lunghi periodi lontano da casa, reti di supporto indebolite e un carico emotivo che si somma alla già difficile esperienza della malattia. Ma significa anche un impoverimento ulteriore dei sistemi sanitari regionali più fragili, che vedono uscire risorse economiche e professionali, in un circolo vizioso difficile da spezzare.
Accanto alle disuguaglianze territoriali, il rapporto evidenzia un altro fronte critico: quello della tossicità finanziaria del cancro. A parlarne è Francesco Perrone, presidente della Fondazione Aiom, che richiama l’attenzione sull’impatto economico della malattia: «La tossicità finanziaria, cioè l’impatto economico del cancro, continua a colpire in Italia. Bisogna tutelare il diritto alla salute e contenere le disequità, ancora troppo evidenti». Le spese per farmaci, trasporti, assistenza e perdita di reddito possono trasformare la malattia in un fattore di impoverimento, soprattutto per le famiglie più vulnerabili.
Perrone richiama anche un tema spesso marginalizzato nel dibattito pubblico, quello delle cure palliative, che dovrebbero accompagnare le terapie oncologiche sin dalle fasi avanzate della malattia. «È grande anche il bisogno di cure palliative, da associare alle terapie antineoplastiche, per evitare che il fine vita si traduca in un momento di abbandono», sottolinea. Un passaggio che si intreccia con il dibattito politico e legislativo sulla morte medicalmente assistita.
Su questo punto, la posizione di Aiom è netta. Perrone avverte che «è necessario che il disegno di legge in materia di morte medicalmente assistita non escluda il Servizio Sanitario Nazionale», l’unico in grado di garantire percorsi realmente integrati, che includano anche le cure palliative simultanee. «Ci auguriamo che il legislatore rispetti la dignità e i diritti dei pazienti oncologici, in maniera equa, e non demandi ad altri decisioni che vanno condivise in un contesto di alleanza terapeutica», conclude.
Il quadro che emerge dal rapporto Aiom 2025 è dunque quello di un Paese che ha saputo investire nella ricerca e nella cura, ottenendo risultati tangibili in termini di sopravvivenza, ma che fatica ancora a garantire equità di accesso e sostenibilità. Meno morti, più persone che vivono più a lungo con il cancro, ma anche più pressioni su un sistema sanitario chiamato a reggere una sfida sempre più complessa.
La vera partita, oggi, si gioca su due fronti: rafforzare il Servizio sanitario nazionale, soprattutto nei territori più fragili, e ridurre le disuguaglianze che costringono migliaia di pazienti a spostarsi per curarsi. Perché i numeri, da soli, non bastano. Dietro ogni statistica c’è una storia, e dietro ogni progresso resta una domanda aperta su che tipo di sanità il Paese voglia e possa garantire nel futuro.
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