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16 Dicembre 2025 - 17:19
La frattura non è più sotterranea, né mascherata da tecnicismi statutari o da litigi procedurali. È politica, profonda e ormai irreversibile. L’assemblea dei soci di Fonte Viva del 14 dicembre non ha solo messo ordine nei conti interni dell’associazione: ha certificato la fine di un ciclo e aperto ufficialmente una nuova fase, segnata da una doppia rottura. Da un lato, quella interna, che archivia la stagione più aspra e conflittuale; dall’altro, quella esterna, con il sindaco Michelangelo Picat Re, oggi sempre più isolato rispetto al mondo civico che lo aveva portato alla guida del Comune.
Quello che si è consumato non è stato un semplice passaggio formale, ma un vero spartiacque politico. Fonte Viva ha scelto di andare avanti, rivendicando legittimità, metodo e trasparenza, e lo ha fatto lasciandosi alle spalle tanto le forzature interne quanto il rapporto con un’amministrazione che non riconosce più come propria. Un cambio di passo netto, che chiude trent’anni di continuità e ridisegna gli equilibri della politica sanmauriziese.
Da qui in avanti, nulla è più come prima. E l’assemblea del 14 dicembre diventa il punto esatto in cui questa consapevolezza smette di essere sottintesa e diventa, finalmente, esplicita.
La linea è stata tracciata. Non con un gesto improvviso, ma con una sequenza di passaggi politici, regolamentari e simbolici che hanno trovato il loro punto di caduta proprio in quell’assemblea. Fonte Viva, storico laboratorio civico di San Maurizio Canavese, esce da quella sala profondamente diversa da come vi era entrata. E soprattutto esce definitivamente separata dal sindaco Michelangelo Picat Re, uomo che l’associazione aveva espresso, sostenuto e accompagnato fino a tre anni fa, e che oggi appare politicamente sfiduciato, seppur senza una mozione formale.
L’assemblea non è stata un semplice appuntamento statutario. È stata, nei fatti, una resa dei conti. Da una parte il nuovo direttivo, deciso a rivendicare legittimità, trasparenza e continuità formale; dall’altra un’area minoritaria e particolarmente radicale, protagonista nelle settimane precedenti di una riunione autonoma, convocata il 29 novembre, che l’assemblea del 14 dicembre ha dichiarato nulla, priva di valore giuridico e politico, per vizi di forma e di sostanza. Un gruppo che, per l’approccio rigido e conflittuale adottato in questa fase, può essere definito – in termini giornalistici – come la componente più “giacobina” dello scontro interno.
È qui che la frattura interna diventa evidente e, soprattutto, irreversibile. L’assemblea dei soci – 39 in totale, tra presenti e deleghe – non solo ha certificato la regolarità del proprio svolgimento, ma ha di fatto delegittimato ogni tentativo alternativo di guida dell’associazione, chiudendo la partita sul piano statutario e politico. Un passaggio che ha sancito la sconfitta di quella stagione più aspra e divisiva, che aveva tentato di rimettere in discussione leadership e percorso attraverso forzature procedurali.
Ma la vera portata politica dell’assemblea va letta oltre i regolamenti. Perché ciò che emerge, con sempre maggiore chiarezza, è che Fonte Viva ha scelto di andare avanti da sola, senza più riconoscersi nell’amministrazione comunale che pure aveva contribuito a costruire. Un passaggio che si innesta su una rottura già resa pubblica nelle settimane precedenti, quando il gruppo dirigente aveva annunciato le dimissioni in blocco dalle commissioni consultive comunali, parlando apertamente di rapporto «totale e irrimediabile» con il sindaco Picat Re.
Quella decisione aveva segnato la fine di una continuità durata trent’anni. Per tre decenni Fonte Viva aveva espresso il sindaco di San Maurizio, costruendo un modello di amministrazione fondato sulla partecipazione, sulle commissioni come luoghi di confronto e su un patto politico chiaro tra associazione e Comune. Anche la candidatura di Picat Re, nel 2022, era nata dentro quel solco: scelta unanime, garanzia di continuità dopo i due mandati di Paolo Biavati, figura storica del gruppo.

Oggi quello schema è definitivamente saltato. L’assemblea del 14 dicembre non si limita a regolare conti interni, ma si muove su un piano apertamente politico. L’approvazione del Bilancio 2024, definito senza mezzi termini come un recupero di un «ritardo imbarazzante» lasciato dalla precedente gestione, viene presentata come atto di ripristino della trasparenza istituzionale e come prova concreta che il nuovo direttivo sta colmando mancanze accumulate nel tempo. È un messaggio interno, ma anche esterno: l’associazione rivendica serietà, metodo e capacità di governo, contrapponendosi implicitamente a chi viene accusato di superficialità gestionale.
In questo contesto, la figura del sindaco Picat Re resta sullo sfondo, ma non è affatto marginale. Anzi. Se non viene mai citato esplicitamente nel documento dell’assemblea, è perché la sfiducia nei suoi confronti è già stata consumata politicamente. La rottura con l’amministrazione è un dato acquisito, e il nuovo corso di Fonte Viva si costruisce in aperta autonomia, quando non in contrapposizione, rispetto al Comune.
Il segnale è chiaro anche nei dettagli. Il diniego all’utilizzo della Sala Marchini Ramello, citato come uno degli ostacoli incontrati lungo il percorso di rinnovamento, viene trasformato dal direttivo in un elemento di rafforzamento identitario. Non un freno, ma un paradossale catalizzatore. L’assemblea racconta di una partecipazione popolare inattesa, di cittadini che si avvicinano, chiedono informazioni, offrono sostegno. Un consenso che non passa più dalle stanze del municipio, ma si costruisce sul territorio, in modo diretto e informale.
È qui che Fonte Viva sembra voler ridefinire la propria natura. Non più soltanto gruppo civico di governo, ma soggetto politico autonomo, intenzionato a «estendere il concetto di Comune all’intero comprensorio» e a coinvolgere stabilmente i cittadini nelle scelte e nelle priorità. Una dichiarazione che, letta insieme alla rottura con Picat Re, assume un significato preciso: l’associazione non si sente più rappresentata dall’attuale amministrazione e lavora per occupare uno spazio politico che oggi percepisce come vacante.
In questo quadro, l’archiviazione della fase più radicale e conflittuale non è solo una questione interna. È la chiusura di una stagione che rischiava di paralizzare l’associazione e che invece viene superata attraverso un atto assembleare forte, legittimato e rivendicato. L’assemblea va avanti diritta per la sua strada, senza tentennamenti e senza aperture a compromessi che avrebbero rimesso in discussione il percorso intrapreso.
Il risultato è una Fonte Viva che esce dall’assemblea più compatta sul piano formale, ma anche più distante che mai dal sindaco che aveva contribuito a eleggere. Michelangelo Picat Re resta sullo sfondo come un vero e proprio convitato di pietra: presente in ogni passaggio politico, ma assente dal processo decisionale che ha portato l’associazione a voltare pagina. La sfiducia non passa da un atto amministrativo, ma da una scelta politica netta: separare i destini, rompere il patto del 2022 e riposizionarsi come voce critica e alternativa.
A San Maurizio Canavese, la domanda che circola è sempre la stessa, ma ora assume un peso nuovo: cosa resta dell’alleanza che ha governato il paese per trent’anni? L’assemblea del 14 dicembre suggerisce una risposta implicita ma inequivocabile. Quel ciclo è chiuso. E mentre il sindaco resta formalmente al suo posto, Fonte Viva ha già voltato pagina, lasciandolo politicamente solo.
A completare il quadro, c’è un passaggio che affonda le radici proprio nel mese di novembre e che aiuta a leggere con maggiore chiarezza quanto accaduto nelle settimane successive. È in quel periodo, infatti, che il Direttivo di Fonte Viva ha deciso di revocare l’incarico al presidente in carica, Fabrizio Borgo, aprendo una fase di transizione che ha poi condotto all’assemblea di dicembre. Una scelta definita dallo stesso Direttivo come sofferta ma necessaria, maturata a maggioranza e motivata da un progressivo scollamento tra l’ex presidente e la pluralità dei componenti. Nel comunicato diffuso allora si parlava apertamente di scelte poco chiare, di una guida ritenuta non più incisiva e, soprattutto, della mancanza di una difesa esplicita delle posizioni condivise dal Direttivo, elemento considerato incompatibile con il ruolo di garanzia richiesto a chi presiede un’associazione civica.
Quella destituzione, letta oggi, appare come il primo atto concreto di una crisi che non si è consumata all’improvviso, ma che ha seguito una traiettoria precisa. La nomina a presidente ad interim di Giuliano Gravili, avvenuta proprio in quel frangente, ha segnato l’avvio di un nuovo equilibrio interno, poi consolidato con il percorso assembleare culminato il 14 dicembre. Un percorso che ha portato alla definizione dell’attuale assetto dirigente, chiamato ora a guidare Fonte Viva nella fase successiva alla rottura con l’amministrazione comunale.
Il nuovo Direttivo è composto da Giuliano Gravili, presidente, Cristina Zalone, vicepresidente, Francesco Pagone, segretario, Claudio Splendidi, tesoriere, Attilio Dughera, responsabile dei rapporti con associazioni e partiti, Antonio Zappalà, alle pubbliche relazioni, affiancati dai consiglieri Graziella Barra, Amico Mariano e Alberto Ferreri. È a questo gruppo che l’assemblea ha affidato il compito di traghettare l’associazione oltre la fase di lacerazioni interne e dentro un nuovo posizionamento politico, che rivendica autonomia, legittimità e un rapporto diretto con la cittadinanza.
Con la destituzione di novembre prima e la legittimazione assembleare di dicembre poi, Fonte Viva ha quindi chiuso definitivamente una stagione. Non solo amministrativa, ma identitaria. E il segnale che arriva è netto: il cambiamento non è più una promessa, ma un fatto già scritto nei passaggi formali e nelle scelte politiche compiute.

Fabrizio Borgo, ex presidente di Fonte Viva
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