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Ombre su Torino

Il cadavere nella valigia: una lettera anonima, un corpo nei boschi e un delitto che non ha mai trovato giustizia

Dalla busta senza mittente al fermaglio “Sun Violet”, fino alla vita spezzata di Giacinta Zamparelli: una storia di droga, prostituzione e silenzi nella cronaca nera torinese

Il caso del cadavere nella valigia.

La sensazione, senza dubbio, non deve essere delle migliori.

È il pomeriggio del 30 agosto 1984 e per gli operanti del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di via Valfrè, a Torino, è una giornata come tante. Certo, in quegli anni sotto la Mole è raro annoiarsi se si indossa una divisa e si lavora in certi uffici: rapine, sequestri, terrorismo che ancora non è del tutto svanito, droga che dilaga. Ma una cosa è la routine del crimine, un’altra è essere afferrati per il bavero della quotidianità e scaraventati, senza preavviso, dentro un film dell’orrore.

Un appuntato ha appena aperto una busta. Nessun mittente. Carta anonima, comune. Dentro, una lettera scritta a macchina, fredda, impersonale. Sul retro, una piccola mappa tracciata a mano, poche linee, essenziali, quasi svogliate. Il testo è breve, tre righe appena, ma pesa come un macigno:

“Con la presente vi informo che in una strada laterale sulla destra dalla provinciale S. Gillio – La Cassa, prima del bivio per Givoletto, in una valigia marrone c’è un cadavere. Dove è stata depositata la valigia c’è un cartello con un divieto di scarico rifiuti”.

Letta così, potrebbe sembrare l’opera di un mitomane. Di burloni con un macabro senso dell’umorismo ne è pieno il mondo, e i carabinieri lo sanno bene. Ma qualcosa, al centralino, fa scendere un brivido freddo lungo la schiena di chi ascolta. Perché quella storia, in una forma vaga e imprecisa, qualcuno l’ha già raccontata.

Circa un mese prima, infatti, una voce anonima aveva parlato di una valigia e di un cadavere abbandonato nella stessa zona. Senza dettagli, senza indicazioni chiare. I militari si erano recati sul posto, ma l’area era immensa: centinaia di ettari di boschi che confinano con il Parco della Mandria. Un mare verde dove cercare una valigia equivale a cercare un ago in un pagliaio. Dopo ore di perlustrazione, si erano dovuti arrendere.

Questa volta, però, è diverso. Questa volta la valigia c’è davvero.

È in pelle marrone chiaro, con grossi manici, di buona fattura. Un oggetto che non appartiene a chi vive ai margini. Ma è rovinata, segnata dal tempo e dagli agenti atmosferici che, si ricostruirà, l’hanno colpita per almeno un mese e mezzo. Quando viene aperta, lo spettacolo è qualcosa che resta negli occhi e nella memoria di chi è presente.

All’interno non c’è più un corpo. C’è qualcosa di peggio. Una poltiglia informe, irriconoscibile, che solo l’esperienza e la scienza possono ricondurre a un essere umano. Il professor Giancarlo Balma Bollone, il medico legale per eccellenza di quegli anni, si trova davanti resti che parlano solo attraverso le ossa: il cranio, il bacino, un femore. In un primo momento si pensa a un corpo fatto a pezzi e poi chiuso nel borsone. Ma l’autopsia racconta un’altra storia: quella donna era stata piegata su sé stessa, compressa, infilata nella valigia come un oggetto qualsiasi.

L’identikit è scarno ma sufficiente: una donna sulla trentina, alta circa un metro e sessanta, capelli scuri lunghi una trentina di centimetri, nessuna otturazione o protesi dentaria. Un dettaglio che dice povertà, marginalità, invisibilità.

Parte la caccia all’identità. Gli investigatori scandagliano ogni pista possibile, a Torino e fuori. Il dossier delle donne scomparse nell’Italia nord-occidentale è un tomo impressionante: solo in Piemonte sono circa sessanta. E tra le ipotesi, incredibilmente, compare anche un nome che in quel periodo scuote l’Italia intera: Emanuela Orlandi, scomparsa a Roma l’anno precedente.

“Non possiamo escluderlo”, spiegano gli inquirenti, “ma al momento è un’ipotesi come tante”.
Un’ipotesi come tante.

L’unico vero indizio rimasto tra quelle carni straziate è un piccolo oggetto banale: un fermaglio per capelli cromato color oro, lungo quanto una sigaretta. Sopra, in stampatello, una scritta: “SUN VIOLET”.

Da lì parte un’indagine vecchio stile. Carabinieri e polizia battono a tappeto tabaccai, mercerie, bigiotterie, empori. All’inizio sembra inutile: una prima informativa segnala che l’oggetto non risulta in vendita a Torino. Ma il 3 settembre la svolta arriva. In una merceria di via Buniva, la commessa riconosce immediatamente la graffetta. E soprattutto ricorda chi l’ha comprata.

Una ragazza bionda, tre mesi prima, ne aveva acquistate venti identiche. Le aveva comprate per regalarle alle colleghe infermiere, aveva detto. Peccato che, una volta individuata, risulti evidente che non lavori in ospedale ma per strada. È una prostituta. E quei fermacapelli li aveva distribuiti ad altre come lei.

Tra queste ce n’è una che lavora in corso Cairoli ed è sparita il 15 luglio. Ha 21 anni, è minuta, pesa poco più di quaranta chili. È tossicodipendente, si prostituisce per pagarsi la dose quotidiana di eroina. Si chiama Giacinta Zamparelli, ma per la strada è conosciuta come Elena.

È lei la donna della valigia.

Giacinta nasce a Napoli nel 1963, ma cresce a Torino, dove la madre la porta quando è ancora bambina. È la più irrequieta di cinque fratelli. Già alle medie qualcosa non va. I rapporti con i genitori sono difficili, la scuola non la trattiene, la fuga diventa la sua unica risposta.

Scappa di casa la prima volta a quindici anni. Poi ancora. E ancora. La trovano a Roma, a Napoli, al mare, in montagna. Sparisce per mesi interi, riappare, viene recuperata o torna da sola. È in questo periodo, dopo i sedici anni, che incontra l’eroina. Guardare le sue fotografie prima e dopo è devastante. Da ragazza bellissima, mora, magra, con un sorriso luminoso, diventa lentamente un corpo segnato, scavato, spento. La droga non concede tregua. Il passo verso la prostituzione è breve. E doloroso.

Va a vivere in corso Brunelleschi con due amiche e colleghe. Si fidanza con Marco, anche lui tossicodipendente. La coppia finisce spesso sotto l’attenzione delle forze dell’ordine. Nel giugno 1984, ad esempio, Giacinta viene trovata in un appartamento di via Santa Chiara 38 mentre confeziona dosi d’eroina insieme a due spacciatori – a cui vengono sequestrati un fucile e due bombe a mano – e ad altre tre ragazze.

Le testimonianze delle altre prostitute, del fidanzato e della madre permettono di ricostruire gli ultimi giorni della sua vita. Marco ne parla con un ricordo struggente. Racconta che il 12 luglio 1984 Giacinta lo aveva raggiunto a San Patrignano, dove lui stava tentando di disintossicarsi. Gli aveva chiesto di restare anche lei. Le risposero che il centro era al completo.

Tornata a Torino, la mattina del 15 luglio incontra la madre per aiutarla a compilare le pratiche per una casa popolare. Avrebbero dovuto rivedersi il giorno dopo. Ma la sera, in corso Cairoli, Giacinta sale sull’auto di un cliente. Non tornerà mai più.

Come è morta? Perché? E soprattutto: chi ha scritto quella lettera?

Lo stato di decomposizione del corpo non consente di stabilire con certezza se si sia trattato di morte naturale o di omicidio. Ma la teoria più accreditata è quella di un’overdose avvenuta durante un festino con personaggi insospettabili, seguita dall’occultamento del cadavere.

Il 12 settembre vengono arrestate Maria Assunta Masiello, Isabella Farina e Anna Prinotti. Le prime due sono le coinquiline di Giacinta, la terza un’altra prostituta accusata di favoreggiamento. Secondo l’accusa, avrebbero fornito a Elena una dose d’eroina tagliata male mentre si trovava nel loro alloggio con un cliente importante. Morta la ragazza, avrebbero chiuso il corpo in una valigia, caricato tutto su una 124 Rally e trasportato il cadavere a San Gillio. Poi si sarebbero nascoste per giorni.

Il movente? Invidia, soldi, e soprattutto la necessità di proteggere l’uomo che era con loro quella sera.

Dopo qualche mese di carcere, però, emerge un nuovo dettaglio. La Farina ricorda che il giorno della scomparsa Giacinta aveva passato l’intera giornata con un medico. Si era alzata presto proprio per non fargli fare tardi. Un dottore. Un uomo insospettabile. Uno che avrebbe avuto accesso a farmaci, a ricettari, a una macchina da scrivere.

Si chiama Vincenzo Benitti, ha trent’anni. Finisce in carcere nel gennaio 1985, ma viene scarcerato poco dopo insieme alle tre donne. Gli indizi sono suggestivi, inquietanti, ma non bastano. Nessuna prova concreta. Nessun processo.

Da lì in avanti, il buio. Totale.

Il nome di Giacinta Zamparelli riappare solo negli elenchi dei delitti irrisolti della cronaca nera torinese. La ragazza della valigia, se è stata uccisa, non ha mai avuto giustizia. Nessun colpevole. Solo una storia spezzata, chiusa in una valigia marrone, abbandonata ai margini di una strada come un rifiuto qualunque.

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