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09 Gennaio 2026 - 17:13
L’Iran è di nuovo attraversato da un’ondata di proteste antigovernative che stanno mettendo sotto pressione il sistema di potere degli ayatollah. A Teheran, come in numerose altre città del Paese, migliaia di persone sono scese in strada sfidando repressione e controlli, dando vita a manifestazioni sempre più esplicite contro il regime. Le immagini diffuse sui social iraniani mostrano cortei, assembramenti improvvisi e slogan urlati a gran voce, in un clima che ricorda le fasi più tese delle recenti mobilitazioni popolari.
Tra i cori più ripetuti emerge una frase dal forte valore simbolico e politico: «Questa non è l’ultima battaglia, Pahlavi sta tornando». Il riferimento è a Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià di Persia, figura che negli ultimi giorni ha rilanciato la propria disponibilità a rientrare in Iran per assumere un ruolo guida nel fronte dell’opposizione. Un richiamo che segna un salto di qualità nello scontro, riportando al centro del dibattito pubblico l’ipotesi di una rottura radicale con l’attuale sistema teocratico.
Le manifestazioni vanno avanti da dodici giorni consecutivi e, secondo fonti locali e organizzazioni per i diritti umani, avrebbero già provocato vittime in diverse aree del Paese. Un bilancio che resta difficile da verificare in modo indipendente, a causa delle restrizioni sull’informazione e delle limitazioni all’accesso a Internet imposte dalle autorità iraniane.
Dal vertice dello Stato arrivano appelli alla calma. Il presidente Masoud Pezeshkian ha invitato pubblicamente alla «massima moderazione», cercando di contenere una crisi che rischia di allargarsi ulteriormente. Ma il linguaggio della piazza e la determinazione dei manifestanti raccontano una frattura profonda, che va oltre singole rivendicazioni e investe la legittimità stessa del regime.
Sul piano internazionale, la situazione iraniana torna a intrecciarsi con gli equilibri geopolitici globali. Dagli Stati Uniti, Donald Trump ha lanciato un avvertimento diretto, minacciando di «colpire molto forte» l’Iran nel caso in cui le autorità «cominceranno ad uccidere» i manifestanti. Parole che contribuiscono ad aumentare la tensione e che vengono osservate con attenzione sia a Teheran sia nelle cancellerie europee.
L’Iran si trova così in una fase delicatissima: da un lato una società civile sempre più esasperata, dall’altro un apparato di potere deciso a non arretrare. Le prossime ore e i prossimi giorni diranno se la protesta riuscirà a consolidarsi o se il regime sceglierà la strada della repressione aperta, con conseguenze potenzialmente destabilizzanti per l’intera regione.
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