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Ombre su Torino
28 Gennaio 2025 - 00:31
La morte di Bruno Cecchetti. Un omicidio di Stato?
16 marzo 1977, poco prima di mezzanotte.
Torino è già immersa nel buio da almeno cinque ore. È un mercoledì di fine inverno, uno di quelli che non hanno alcuna intenzione di cedere il passo alla primavera. La temperatura si ferma a tre gradi, l’aria è tagliente, immobile. L’immagine consueta, retorica e rassicurante dell’ex capitale sabauda imporrebbe una scena già vista mille volte: una città svuotata, ritirata in se stessa, con il tessuto urbano e sociale raggomitolato nel silenzio notturno.
Locali chiusi, insegne spente, lunghi corsi deserti. Nessuna auto, semafori lampeggianti che non hanno più nulla da regolare. La solita Torino industriale, grigia e disciplinata, dove tutti dormono con la televisione spenta dopo la fine delle trasmissioni, pronti a timbrare il cartellino l’indomani. O, al massimo, dove qualcuno sta già facendo la notte in fabbrica, tra neon e rumori metallici.
E invece no.
In corso Sicilia, quella sera, un ragazzo di diciannove anni sta già smentendo uno a uno questi luoghi comuni. Bruno Cecchetti è fuori fino a tardi, e non è nemmeno venerdì. È all’Imbarcadero con l’amico Gianfranco Zoja. Una serata normale, serena, senza eccessi. Poco prima di mezzanotte decidono di spostarsi per un gelato da Fiorio, in via Po. Un rito torinese, semplice, quasi innocente.
Bruno è iscritto al primo anno del Politecnico. Il giorno dopo deve studiare, deve alzarsi presto. Verso l’una decide di rientrare. Sale sulla sua Fiat 127. Abita a una quindicina di minuti di macchina, in via Moretta 6. Percorre strade che conosce a memoria. Arrivato all’incrocio tra corso Vittorio Emanuele II e corso Ferrucci, fa quello che fa sempre: svolta a sinistra imboccando il controviale di corso Ferrucci contromano, per evitare il giro largo intorno a piazza Adriano. Lo fa spesso, soprattutto a quell’ora, quando la Torino operaia sembra davvero deserta.
All’altezza del civico 79 di corso Ferrucci mancano esattamente 140 metri a casa.
È lì che il buio smette di essere solo buio. È lì che scendono le tenebre.
A squarciarle, all’improvviso, non è l’alba, ma il bagliore intermittente di una sirena. Un’ambulanza. È ferma davanti al numero 79. Ha appena caricato Bruno Cecchetti, colpito da quattro proiettili di mitra, alla testa e alla schiena. È in pericolo di vita.
Il contesto non aiuta a dissipare i sospetti. Siamo nel 1977. Torino, come il resto d’Italia, vive immersa in una tensione costante. Le armi circolano con una facilità inquietante, la criminalità organizzata ha messo radici anche al Nord, e il numero di cittadini comuni coinvolti in episodi violenti cresce di giorno in giorno. Sullo sfondo, più cupo di tutti, il terrorismo.
La prima ricostruzione ufficiale imbocca subito questa strada.

Dal carcere Le Nuove, a un isolato di distanza, alcune guardie penitenziarie raccontano di aver visto una Fiat 127 chiara, con i fari spenti, compiere per cinque o sei volte il giro dell’isolato intorno alla struttura. Un comportamento giudicato sospetto, potenzialmente legato a un attentato. Parte la segnalazione ai Carabinieri.
Sul posto arriva una volante con a bordo il vicebrigadiere Giorgio Vinardi e l’autista Gino Cognata. Individuano l’auto sul controviale di corso Ferrucci, che procede lentamente in senso vietato. La bloccano. Vinardi scende per il controllo. Si avvicina all’abitacolo e, secondo la sua versione, vede l’occupante estrarre una pistola dal portaoggetti.
La reazione è immediata. Una raffica di M12. Quattro colpi raggiungono il ragazzo. Bruno, gravemente ferito, tenta di aprire la portiera, prova a fuggire, ma crolla sull’asfalto. Viene trasportato prima all’ospedale Maria Vittoria, poi alle Molinette. Morirà il pomeriggio del 17 marzo.
Una tragedia archiviabile in poche righe. Se non fosse che, quasi subito, quella versione inizia a scricchiolare.
Nel giro di ore emergono incongruenze. Persino La Stampa, solitamente prudente e spesso allineata alle versioni ufficiali, avvia una ricostruzione minuziosa e tutt’altro che accomodante. Intanto, nessuna guardia penitenziaria conferma ufficialmente di aver fatto la segnalazione. Barellieri, fotografi, residenti della zona raccontano una scena diversa: l’auto non sarebbe stata fermata in movimento, ma già parcheggiata, con i fari accesi.
Uno dei soccorritori, intervenuto almeno quindici minuti dopo gli spari, riferisce un dettaglio disturbante: Bruno viene trovato all’interno dell’auto con i pantaloni abbassati. Un particolare che mal si concilia sia con la presunta fuga, sia con la lunga scia di sangue rinvenuta sull’asfalto, come se il corpo fosse stato trascinato.
Le domande si moltiplicano e restano senza risposta.
Perché Bruno era fermo in macchina a pochi passi da casa?
Se era in mutande, era forse in compagnia di qualcuno? E se sì, perché nessun’altra persona viene fermata o identificata?
Se davvero aveva una pistola, perché non viene perquisito l’alloggio?
E soprattutto: cosa stava facendo di così compromettente da reagire a un controllo estraendo un’arma?
Anche il profilo della vittima non coincide con quello di un criminale. Bruno Cecchetti viene descritto da madre e amici come un ragazzo estraneo alla politica, concentrato solo sugli studi, contrario a qualsiasi forma di estremismo. Era persino amico del brigadiere Ciotta, ucciso da Prima Linea appena quattro giorni prima. Alto un metro e novanta, ma timido, impacciato, tutt’altro che avventuroso. Portava gli occhiali, ma non quando guidava: li teneva nel cruscotto. Quando viene ritrovato, però, li ha addosso, con la custodia gettata sul pavimento dell’auto. Nella penombra, Vinardi ha scambiato degli occhiali per una pistola?
La sua vita viene passata al setaccio. Nessun legame con ambienti criminali. Nessuna simpatia per le armi. Anzi: chi lo conosce ripete, quasi all’unisono, che Bruno le detestava, anche solo per difesa personale.
La pistola diventa così il fulcro del mistero. Un’Astra 7,65 di fabbricazione tedesca, con la canna modificata per sparare cartucce calibro 9. Su di essa non vengono trovate impronte né tracce di sangue. Gli stessi inquirenti ammettono che, prima della consegna al magistrato, l’arma è stata accuratamente ripulita, dentro e fuori.
La perizia balistica aggiunge un ulteriore tassello inquietante: la pistola si era inceppata perché caricata con otto proiettili incompatibili con la canna. Proiettili provenienti dallo stesso lotto di quelli in dotazione al mitra di Vinardi.
Da qui, il caos.
Il caricatore dell’M12 viene consegnato quindici giorni dopo l’omicidio. Inizialmente si parla di una capienza di 40 colpi. Quello agli atti ne contiene 28. Quattro sono quelli che hanno colpito Bruno. Otto sono quelli trovati nell’Astra. I conti tornano. L’Arma replica sostenendo che i caricatori in dotazione contengono 30 colpi. Ma la matematica resta ostinatamente contraria.
Il caso diventa inevitabilmente politico. Da una parte l’estrema sinistra, con Lotta Continua e il Partito Radicale, che “adottano” il “compagno Cecchetti”. Dall’altra Giorgio Vinardi, che si definisce apertamente nazifascista e considera il mitra “uno strumento di lavoro”. La pressione mediatica evita l’archiviazione. Si va a processo nel 1980.
Dopo sette ore di arringa, la parte civile chiede la condanna per omicidio colposo. Bruno viene definito “vittima innocente del terrorismo”. Si chiede un risarcimento di 50 milioni di lire per istituire una borsa di studio. Per il PM, invece, la verità resta quella del primo rapporto: tutto il resto sarebbe frutto di “una serie di incredibili equivoci”.
Il 27 maggio 1980 arriva la sentenza. Giorgio Vinardi viene assolto: legittima difesa. Le motivazioni, pubblicate il mese successivo, lasciano ancora più perplessi. Il nodo del caricatore viene liquidato come “un equivoco da abbandonare perché inutile”. I proiettili nell’Astra? “Facilmente reperibili sul mercato clandestino”. Una coincidenza. La pistola? “Se fosse stata una macchinazione, si sarebbero lasciate le impronte”. L’ora del delitto viene spostata di venti minuti. La mancata perquisizione della casa di Bruno diventa “una superficialità”.
La Stampa chiude con una frase che pesa come un macigno: «Se la motivazione doveva sgombrare il campo dai sospetti, dagli equivoci, dalle speculazioni e dalle menzogne, non c’è affatto riuscita».
Difficile, onestamente, darle torto.
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