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Lo Stiletto di Clio

Quando i «ragazzi cattivi» assaltarono la Framtek

La tragedia di Carlo Ala e la resilienza di Brandizzo

Stampa sera, Framtek, brandizzo,

«Stampa Sera» del 1° febbraio 1980, il giorno dopo l’assalto terroristico alla Framtek

Sui muri di Brandizzo, quegli annunci funebri si distinguevano dagli altri. E produssero l’effetto di una staffilata. Privi di sofisticherie, senza indulgere a sentimenti di odio o di rabbia, sorpresero e sconcertarono. Asserivano: «non sanno quello che fanno».

Pochi giorni prima, un commando dei Nuclei comunisti territoriali aveva brutalmente ucciso il sorvegliante Carlo Ala, un uomo probo e onesto, stimato da tutti per la bontà e la mitezza. Pur affrante dal dolore, la moglie Italina e le tre figlie, Cristina, Caterina e Maria Pia, ebbero la forza di proclamare una verità di cui molti erano ben consapevoli, anche se preferivano tacere: i terroristi non avevano affatto coscienza del male che cagionavano. Le loro parole raggiunsero il cuore delle persone semplici, le stesse che si rivelano capaci di cogliere la sostanza delle questioni scottanti, più e meglio di tanti politici e intellettuali abituati ad avvoltolarsi nella retorica inconcludente.

La vicenda della Framtek è stata rievocata un paio di settimane fa durante un incontro sui cosiddetti anni di piombo, presso il Convitto nazionale Umberto I di Torino, alla presenza di alcuni testimoni di quella tragica stagione. Fra gli altri, ha preso la parola Cristina Ala, medico chirurgo, la figlia maggiore del povero sorvegliante, che allora non aveva ancora compiuto i ventisette anni d’età. Sulla scia delle sue dichiarazioni, vale la pena di rispolverare una storia dolorosa di cui i millenials non serbano memoria e i più anziani ritengono che appartenga a tempi remoti, senza attinenze col presente? Assolutamente sì, soprattutto perché vi è legata una straordinaria lezione che la famiglia Ala seppe impartire a tutti – non ultimi i violenti di qualsivoglia colore politico – con coraggio e umiltà.

IN FOTO Il sorvegliante Carlo fu ucciso alle soglie della pensione, la sera del 31 gennaio 1980

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Il sorvegliante Carlo fu ucciso alle soglie della pensione, la sera del 31 gennaio 1980

Quella sera di gennaio

Il dramma si compì la sera del 31 gennaio 1980 allorché quattro giovani in armi e a viso scoperto irruppero nello stabilimento Framtek (gruppo Fiat-Teksid) di Settimo Torinese. Come risulta dagli atti processuali, i terroristi imposero ai due sorveglianti, Carlo Ala, cinquantanovenne, prossimo alla pensione, e Giovanni Pegorin, più giovane di vent’anni, iscritto al Partito comunista italiano, di sdraiarsi a faccia in giù sul pavimento della guardiola, accanto a Elio Lutri del Consorzio Orione, addetto al trasporto di valori per conto della Fiat, e a Roberto Paolotti, autista del pullman che aveva trasportato gli operai del turno di notte. Lanciati un paio di ordigni esplosivi nell’infermeria, i terroristi spararono numerosi colpi di arma fuoco (7,65 e 38 special, stando alle indagini balistiche) per poi dileguarsi su un’autovettura Fiat 131 di color amaranto che sostava davanti alla fabbrica. A terra rimasero Ala e Pegorin: il primo morirà dissanguato all’ospedale Maria Adelaide di Torino, il secondo se la caverà nonostante la frattura di una tibia e di un femore.

La sera stessa, la cruenta impresa fu rivendicata dai Nuclei comunisti territoriali, una formazione in attività da poco più di un anno. Sorta a Torino da una frangia di Autonomia operaia, quella che ebbe sede per qualche tempo in via Giulia di Barolo, riconoscendosi nelle posizioni politiche della rivista «Rosso», agiva fra il capoluogo e i centri della cintura, fra cui Chivasso, la città della Lancia. Nei mesi precedenti, i Nuclei comunisti avevano operato attivamente in Settimo, colpendo lo studio del medico Pietro Burzio, la sede della Democrazia cristiana nella centralissima piazza San Pietro in Vincoli e le case di Carlo Ferraris e dei fratelli Francesco e Giuseppe Mazzier, imprenditori del comparto penne, ma anche la villetta del consigliere comunale Pierpaolo Bigone, il referente dell’Unione piccoli proprietari immobiliari (Uppi). Sino ad allora, quella piccola compagine della sinistra sovversiva si era limitata a compiere rapine e azioni di pura apparenza, evitando di uccidere.

IN FOTO Lo stabilimento della ex Framtek di Settimo Torinese come appare ora.

IN FOTO Lo stabilimento della ex Framtek di Settimo Torinese come appare ora. 

Quale lotta armata?

I Nuclei comunisti pensavano che fosse possibile condurre la lotta armata in maniera assolutamente diversa dalle Brigate rosse e da Prima linea, facendo sì ricorso alla violenza però astenendosi dalle azioni sanguinose. Un loro volantino chiariva: «non crediamo nella pratica dell’annientamento o nelle strategie dei vari partiti combattenti». Si trattava di una singolarissima linea operativa che non tutti i militanti condividevano, tanto più che alcuni aspiravano a mettersi in luce con una qualche impresa clamorosa in modo da essere accolti in Prima linea, l’organizzazione terroristica che ambiva a rappresentare i movimenti della sinistra extraparlamentare. D’altronde, come poteva concepirsi una strategia destabilizzante che ricusava la violenza omicida, pur mirando alla guerra civile in Italia? 

Con l’attentato di Settimo, i Nuclei comunisti si erano prefissi di avviare una campagna di lotta senza tregua contro la Fiat. Nell’ottobre 1979, infatti, dopo l’uccisione del dirigente Carlo Ghiglieno a opera di Prima linea, l’azienda aveva licenziato sessantuno lavoratori degli stabilimenti di Mirafiori e Rivalta e della Lancia di Chivasso, reputandoli responsabili di ripetute violenze nelle fabbriche. Autonomi e terroristi ritenevano che le guardie della Fiat avessero collaborato a stilare le liste dei licenziandi, come peraltro strombazzavano i giornali. In dicembre, inoltre, a Rivoli, davanti alla Elcat, un’azienda che produceva sedili per autoveicoli, durante uno scontro a fuoco coi carabinieri era morto il ventunenne Roberto Pautasso (Berto) che viveva a Condove e faceva parte dei collettivi autonomi della Valle di Susa: alcuni di quei militanti intrattenevano stretti legami con gruppi sovversivi. I funerali del giovane avevano assunto un carattere surreale, quasi onirico. La parrocchiale di Condove era gremita da centinaia di persone: a sinistra, i congiunti, i vicini di casa e i conoscenti; a destra, i compagni di Autonomia operaia. All’uscita del feretro dalla chiesa, mentre un vento gelido spazzava il sagrato, fra una miriade di pugni chiusi si era levato altissimo il canto dell’Internazionale.

Una lapide ricorda Carlo Ala sulla facciata dell’ex Framtek

Una testimonianza

Sulle origini e l’attività dei Nuclei comunisti è illuminante la testimonianza di Federico A., nato nel dicembre 1960, residente con la famiglia nel Borgo nuovo di Settimo Torinese, dove frequentava i gruppi giovanili della parrocchia di Santa Maria. «A Settimo […], l’area della Autonomia operaia si era ingrossata, potendo contare su molte decine di compagni. Ci riunivamo spesso e, tra uno spinello e un bicchiere di vino, discutevamo con la stessa facilità di donne, di armi, di problemi personali e di avvenimenti politici». Nel 1978 Federico A. s’inserì nel gruppo dell’Autonomia operaia che si rifaceva a «Rosso». «Iniziammo […] – racconta – una serie di azioni armate nei confronti di quelle che consideravamo le contraddizioni maggiori della vita dei lavoratori: dal lavoro nero ai problemi della casa, alla riduzione delle tariffe pubbliche. […] Scegliemmo di usare la sigla Nct (Nuclei comunisti territoriali), precisando in tal modo la nostra volontà di avere dei riferimenti con il territorio all’interno del quale intendevamo muoverci. Di pari passo, oltre a dotarci degli strumenti e delle pratiche proprie delle azioni armate, sentivamo l’esigenza di consolidare la rete politica, estendendola su tutto il territorio della cintura nord di Torino. […] Al fine di allargare la nostra capacità di intervento politico avviammo una serie di riunioni con i compagni provenienti da vari paesi (Settimo, Chivasso, Volpiano, Gassino, Brandizzo, San Mauro) per mettere in piedi una radio privata». Ma i propositi non si concretizzarono.

Nel marzo 1980, dopo l’assalto alla Framtek, Federico A. passerà a Prima linea, entrando di lì a breve tempo in clandestinità. Sarà arrestato il 3 febbraio 1982 nel Catanese mentre era impegnato a organizzare gli aspiranti terroristi siciliani.

La proposta di assalire un’azienda decentrata del gruppo Fiat e di gambizzare i sorveglianti per rivalsa contro i sessantuno licenziamenti fu oggetto di attenta disanima da parte dei Nuclei comunisti. Qualcuno voleva semplicemente appiccare un incendio, altri erano dell’opinione di ferire i guardiani («con un colpo sotto il ginocchio»). In aperta campagna verso Brandizzo, lungo una strada che poteva offrire facili vie di fuga, la Framtek di Settimo costituiva un ottimo obiettivo. Sennonché l’organizzazione già manifestava i segni di una crisi incipiente. Confesserà Federico A.: «non si capiva più quali fossero i membri effettivi» dei Nuclei e quali «i compagni con cui vi erano solo discussioni di carattere politico generale». Soprattutto mancavano le armi e il denaro. Uno dei giovani terroristi rivelerà che «si voleva mostrare a quelli di Prima linea, con i quali c’erano già stati incontri, che anche i Nuclei comunisti territoriali avevano raggiunto un livello di organizzazione militare». Nel corso di un ultimo incontro preparatorio a Torino, in corso Brescia, furono ripartiti i ruoli. Alle insistenze di coloro che non volevano «attentare all’integrità fisica di persone» si rispose con una soluzione di compromesso: un solo guardiano sarebbe stato azzoppato. 

La lezione d’Italina

Come andò a finire è noto. Sia Giovanni Pegorin sia Carlo Ala furono raggiunti dai proiettili. La reazione dei famigliari di quest’ultimo destò turbamento e commozione. «La Stampa» riferì le parole di Italina, la vedova: «Quelli sono ragazzi cattivi che non si rendono nemmeno conto di ciò che fanno. Io ne ho conosciuti tanti di giovani così e posso dire che mai la colpa era completamente loro». Stupito, un altro cronista osservò: «Per gli assassini e i criminali, non odio; non parole di vendetta e di minaccia; non imprecazioni violente; non urlanti maledizioni, ma solo espressioni di perdono e di amore».

A celebrare le esequie di Carlo Ala nella chiesa di Brandizzo, domenica 3 febbraio 1980, intervenne il cardinale Anastasio Ballestrero, l’arcivescovo di Torino. Gianfranco, un amico della vittima, ammise: «Temevo che il funerale venisse politicizzato. So che la famiglia ha chiesto al Comune di non portare bandiere di […] partito, ma io pensavo a quelli che vengono da fuori. Poi ho visto molti che erano giunti con la bandiera arrotolata sotto il braccio. Non so se qualcuno ha detto loro qualcosa, comunque non c’era una sola bandiera in tutto il corteo. C’era un solo striscione, quello della fabbrica dove lavorava Carlo. Nessun uomo politico ha fatto discorsi». 

Gli stessi terroristi accusarono il colpo. A modo loro cercarono di giustificarsi: con un messaggio recapitato il 15 febbraio sostennero che il sorvegliante era rimasto «ferito più gravemente del previsto» e lamentarono che il suo trasporto in ospedale avesse richiesto un «lunghissimo tempo», determinandone la morte. Ma non era vero.

All’epoca dell’assalto alla Framtek, l’autore dello «Stiletto» era uno studente ventenne: a Settimo Torinese, allora, ci si conosceva un po’ tutti, magari soltanto di vista. Tra i giovani delle parrocchie e quelli della sinistra extraparlamentare ci si guardava con sospetto (i gruppettari anche con ostentata spocchia e sufficienza), ma non sempre i confini erano così netti come poteva sembrare a prima vista. L’indomani della tragedia, la piazza della Libertà era affollata di lavoratori: quelli della Framtek erano giunti in corteo dallo stabilimento, percorrendo la via Milano con striscioni e cartelli. In uno si leggeva: «No agli assassini». La citta-fabbrica era avvolta da un silenzio irreale.

Di fatto, evidenziando che le conseguenze estreme della lotta armata erano ineluttabili, la morte di Carlo Ala innescò la crisi dei Nuclei comunisti territoriali. Come fece osservare «Stampa Sera» nel luglio 1985, quando la Terza sezione della Corte d’assise di Torino condannò i responsabili dell’omicidio a pene non eccessivamente severe, «parecchi avevano accettato il principio della violenza ed erano disposti ad azioni anche dure […], ma non avevano mai pensato di diventare assassini». L’omicidio del sorvegliante dimostrava che si può «uccidere anche per sbaglio». Fu allora che alcuni giovani dei Nuclei comunisti abbandonarono le velleità della lotta armata e della rivoluzione proletaria, intraprendendo l’arduo percorso della dissociazione. Gli irriducibili, invece, si diedero alla clandestinità ed entrarono per lo più in Prima linea.

«La rivoluzione può essere un abbaglio, ma non è un pranzo di gala», affermerà Sergio Segio, il comandante Sirio, che decise assieme ad altri, nel 1984, di consegnare le residue armi di Prima linea e dei Comitati comunisti rivoluzionari (i Cocori) al cardinale Carlo Maria Martini, l’arcivescovo di Milano.

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