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Pagine di storia
09 Ottobre 2023 - 18:06
Perla Faluomi Foa
Chi, in Ivrea, risalga la via Quattro Martiri in direzione dell’ospedale, trova sulla sua destra due cartelloni affiancati. Uno indica che qui, all’interno dello stabile dall’aria anonima, si trova la sinagoga, il centro della vita religiosa ebraica, e della sinagoga vengono presentate le caratteristiche costruttive e le vicende, fino all’attuale destinazione.
Si tratta di un’ampia sala decorata con eleganza, provvista di panche e di arredi tipici del tempio ebraico, riportati allo stato originario dai recenti lavori di ristrutturazione. Nell’insieme della costruzione fa spicco la presenza di un pulpito, che richiama quello delle chiese cattoliche. Attraverso una sala laterale si accede al matroneo, la parte riservata alle donne. A fianco della sala maggiore si trova un piccolo oratorio, tuttora funzionante come centro di vita religiosa.
La sinagoga venne costruita nel 1870, con evidenti criteri di larghezza, ma le vicende storiche e il progressivo restringersi della comunità ebraica eporediese la condannarono a un destino di degrado; in tempi recenti, divenuta proprietà del Comune di Ivrea, è stata restaurata e dal 1999 serve come sala di convegno per attività culturali.
Questo è quanto riporta il cartellone; ma è possibile prendere direttamente visione dell’edificio e delle sue singolari particolarità, basta affidarsi alla cortesia dell’Assessorato alla Cultura del Municipio di Ivrea.

Perla, la Mugnaia del 1892
Perla Faluomi Foa, qui ritratta nel 1892 con l’abito da Mugnaia del Carnevale, nacque ad Ivrea il 16 novembre 1873, figlia di Mosè Foa e Giuditta Jona. I Foa, una famiglia di ebrei sefarditi costretti a lasciare la Spagna al tempo delle persecuzioni religiose nel XVI secolo, si stabilirono dapprima a Savigliano, poi ad Ivrea. Perla Foa morì nel campo di sterminio nazista di Auschwitz, in Polonia, nel 1944, nel quale era stata deportata con i fratelli Giuseppe e Davide (riproduzione fotografica per gentile concessione di Raimondo Mazzola).
Perla Faluomi Foa.
L’altro cartellone riassume in una drammatica vicenda locale la tragedia che ha impresso un incancellabile marchio di vergogna sul corpo vivo del secolo scorso: l’Olocausto.
La fotografia presenta in abito di Mugnaia del Carnevale del 1892 una giovane, con i tratti segnati dall’orgoglio del ruolo e dallo splendore della giovinezza: si tratta di Perla Faluomi Foa, appartenente a una famiglia dell’agiata borghesia eporediese (i parenti avevano un laboratorio sartoriale specializzato nella confezione di divise militari), andata sposa ad Astolfo Faluomi, un militare di carriera, e poi, rimasta vedova, dedita alla cura dei tre figli Edoardo, Olga e Corinna, oltre che addetta alla custodia della sinagoga.
Una vita del tutto normale, con le comuni vicissitudini di una vita normale, che prima viene stravolta dalle leggi razziali del 1938, e poi piombata nell’incubo quando, a partire dal 1943, incomincia la vera e propria caccia all’ebreo, col trasferimento nei campi di sterminio.
Perla con i due fratelli, Giuseppe e Davide, e la cognata Giuditta, moglie di Davide, vengono arrestati una prima volta nel 1942. Successivamente liberati, nell’illusione che la persecuzione sia esaurita e fidando nell’età avanzata, i tre fratelli non lasciano la loro abitazione per cercarsi un rifugio sicuro. Vengono arrestati dalle SS naziste nel 1944 e internati nel campo di transito di Fossoli, di lì vengono trasferiti ad Auschwitz dove, con ogni probabilità, vengono avviati alle camere a gas al momento stesso del loro arrivo.
Detta così è una pagina di storia; ma se uno si immedesima per un momento nella sostanza umana di questa vicenda, viene preso da un senso di sbigottimento, e come di vertigine, di fronte a tanto assurda crudeltà.
Ma cosa viene prima di tale mostruosità? Intanto il fatto che Perla fosse stata investita del titolo di Mugnaia indica il perfetto inserimento della comunità ebraica nella società eporediese. Chiunque fosse stato sentito come un corpo estraneo non avrebbe trovato spazio nella gelosa compagine delle tradizioni cittadine.

I Giusti del Canavese
Mamma Tilde di Cuorgné e la famiglia Antoniono di Torre
Le vicende degli ebrei finiscono nel tragico imbuto, nella notte e nebbia dell’Olocausto. È difficile aggiungere a tutto questo una nota di riscatto, che non sia il fatale procedere di una volontà di vivere che tutto divora, che tutto dimentica, che tutto sottomette ai suoi bisogni immediati. Eppure anche in quella grande, terribile notte qualche piccola luce ha brillato, flebile, contrastata ma non spenta dalla bufera di fanatismo e di violenza. In questi ultimi anni nel nostro Canavese sono stati conferiti dallo Stato di Israele, due riconoscimenti di Giusti tra le nazioni.
I Giusti italiani sono poco più di quattrocento (cito dal prezioso Aleardo Fioccone, I giorni e le storie) e per esserlo sono richieste almeno tre condizioni: aver salvato uno o più ebrei dalla persecuzione, averlo fatto rischiando la vita e non aver ricevuto niente in cambio. Il primo riconoscimento, del settembre 1986, è andato alla cuorgnatese Mamma Tilde, per aver salvato nel 1944 il bambino ebreo Massimo Foa, in una vicenda talmente avventurosa e commovente da meritare una trasposizione cinematografica. L’altro, conferito nel gennaio 2013, è andato alla famiglia Antoniono di Torre Canavese, per il soccorso prestato tra mille pericoli alla famiglia Levi. Si dirà, sono gocce nel mare. Ma nel mare opaco della indifferenza e della crudeltà spiccano come perle luminose che segnano un cammino.
IN FOTO. La famiglia Levi nel 1943, ospite degli Antoniono di Torre.
Dal 1848 in poi.
In effetti, dopo l’emancipazione proclamata da Carlo Alberto nel 1848, il processo di integrazione degli ebrei nella società italiana si sviluppò rapido e intenso, raggiungendo punte di vero e proprio fanatismo nazionalista.
L’aron (l’arca della legge che racchiude i rotoli della Torah) del piccolo oratorio collocato a fianco della sala maggiore della sinagoga di Ivrea si presenta abbrunato in segno di lutto dopo la morte di Carlo Alberto.
Davide Jona, autore di un bel memoriale completato dalla moglie Anna Foa, da cui si possono attingere preziose notizie non solo sulla comunità ebraica eporediese (con tutte le sue ramificate parentele), ma sull’intera società cittadina, ebbe come padre un Gioberti Jona e come madre una Itala Levi.
Vincenzo Gioberti era un padre nobile del Risorgimento, un grande teorico del neoguelfismo, che aveva plaudito alla politica di Pio IX (in un primo tempo anche favorevole agli ebrei); e il nome di Itala parla da solo.
Queste particolarità locali vanno inserite in un grande movimento di partecipazione patriottica che trova ampio riscontro in tutte le fasi del moto risorgimentale.
Troviamo una qualificata presenza ebraica nella guerra di Crimea, nelle spedizioni garibaldine, nell’esercito sabaudo, nella prima guerra mondiale. Addirittura, sempre in nome dell’ideale patriottico della grandezza nazionale, ci furono molte adesioni entusiastiche al fascismo (anche se l’intellettualità ebraica si orientava piuttosto a sinistra, a fianco del movimento socialista).
* * *
Apro una parentesi per ricordare a questo proposito un episodio significativo della mia giovinezza. Negli anni del dopoguerra a Torino, ebbi come insegnante di lettere al liceo un Giuseppe Morpurgo, carducciano fino al midollo, insegnante preparatissimo e giustamente esigente.
Nel bel mezzo del commento di un classico, in modo abbastanza inopinato, il professore si produceva in tirate retoriche di inaudita violenza contro il fascismo e il suo capo.
Un mio compagno aveva però trovato su una bancarella un vecchio opuscolo in cui un Giuseppe Morpurgo inneggiava a Mussolini. Così, nel bel mezzo della ennesima tirata, questo studente chiese al professore se fosse lui l’autore dell’opuscolo che gli sventolava sotto il naso. Fu un attacco inaspettato, e a ripensarlo oggi, abbastanza crudele. Il professore sbiancò, mugolò qualcosa di indistinto e reclinò il capo sul petto, come percosso dal fulmine. Proprio dal suo eroe aveva dovuto subire l’onta della persecuzione razziale, da cui si era salvato a stento, e aveva trasformato in odio il passato entusiasmo.
La comunità ebraica eporediese.
Per tornare alla nostra realtà locale, dopo l’emancipazione dello Statuto albertino, la comunità ebraica eporediese raggiunse la cifra record di 160 persone. Non sono poche, se si pensa che nel 1938 tutti gli ebrei in Italia assommavano a 46.656 unità, di cui una parte era costituita dalla recente immigrazione di polacchi e tedeschi.
I componenti della comunità ebraica eporediese diminuirono progressivamente fino ad attestarsi intorno ai 75 residenti nel 1900. Il calo è dovuto principalmente ai trasferimenti a Torino, che offriva migliori opportunità di lavoro. Una lieve ripresa della popolazione ebraica di Ivrea si ebbe intorno al 1920 per le opportunità offerte dalla fabbrica di Camillo Olivetti. In seguito il declino riprese inarrestabile; al tempo delle leggi razziali i residenti erano 35 e dopo la guerra una quindicina. Oggi gli ebrei si riducono a poche unità, tanto che non si possono celebrare vere e proprie funzioni religiose per le quali la tradizione richiede la presenza di almeno 10 persone. Rimangono in vita, nel piccolo oratorio invernale, delle conferenze, cui per altro possono assistere tutte le persone interessate, tenute dal rabbino di Torino.
Più che la quantità, per altro consistente in alcuni periodi, è però la qualità che colpisce nella presenza ebraica a Ivrea. Nomi come quelli dei Pugliese, dei Foa, degli Jona, e su tutti quelli di Camillo e di Adriano Olivetti, hanno segnato profondamente le vicende di Ivrea e del Canavese.
Queste famiglie, approdate all’agio e alla distinzione di una colta vita borghese, venivano da un passato tormentato e difficile, in cui le comunità ebraiche erano rigorosamente separate dal resto della popolazione e soggette a vessazioni di ogni genere, miranti soprattutto a estorcere loro denaro.
Quella che oggi è via Quattro Martiri era nel passato via Palma, terzo e ultimo ghetto ebraico, cancellato dall’emancipazione del 1848. Ancora al principio del secolo scorso erano visibili, infissi sui muri ai due capi della via, gli arpioni su cui si incardinavano i battenti delle porte che al tramonto si chiudevano sul ghetto, isolandolo dal resto della città. Nelle ore, dall’alba al tramonto, in cui potevano uscire, gli ebrei dovevano portare come segno di riconoscimento la stella di Davide sul petto.
Al ghetto era collegato il cimitero ebraico, tuttora esistente, come sezione separata del cimitero municipale in via dei Mulini.
In precedenza c’erano già stati due successivi ghetti, il primo nella zona di Borghetto, dietro la chiesa di san Grato, a cui era collegato un cimitero nella zona di Porta Aosta, e il secondo nel centro della città, in via Napoleone, nella località che venne poi chiamata Contrada degli Ebrei.
Le prime tracce.
Le prime tracce di presenza ebraica in Ivrea e nel contado circostante risalgono al tardo medioevo, contrassegnate al solito da violente sommosse ispirate in parte da fanatismo religioso, in parte da spirito di rapina e dalla volontà di distruggere i documenti in cui erano registrati i debiti.
Il primo nucleo stabile di residenti ebrei in Ivrea è certificato però da un atto notarile del 1547, che garantisce a quattro fratelli ebrei provenienti da Nizza Monferrato il diritto decennale di svolgere attività commerciali, a condizioni estremamente gravose, sia dal punto di vista finanziario che dal punto di vista esistenziale.
Intorno a questo primo nucleo si sviluppa una comunità che corre il rischio di essere espulsa, subisce vessazioni di ogni genere, vede continuamente violati a proprio danno i patti sottoscritti, è soggetta a continue estorsioni di denaro, ma resiste e si rafforza, sia per virtù propria (fedeltà alla fede religiosa, capacità di mantenere saldo il legame comunitario attraverso una rete di soccorsi reciproci e di aiuti ai più bisognosi, cura dell’educazione e dell’istruzione); sia per virtù civica, perché il prestito di denaro è necessario per qualsiasi impresa, sia individuale che collettiva, e perché l’incremento del commercio giova all’intera cittadinanza.
E una traccia dell’importanza che la città riconosce alle attività della comunità ebraica si ha in un episodio di vita cittadina più volte citato.
Nel 1801 un attacco brigantesco di contadini contro gli ebrei venne ingegnosamente sventato con l’aiuto della popolazione locale, che indusse a mostrarsi in armi un gruppo di soldati ricoverati nell’ospedale, e con strepitio di cavalli in marcia convinse gli assalitori a credersi contrastati dai soccorsi e a volgere in fuga.
Il primo momento di sollievo per la comunità ebraica si ebbe con le leggi che equiparavano gli ebrei agli altri cittadini. Infine, dopo un ritorno alla discriminazione durante la Restaurazione, giunsero finalmente i primi provvedimenti di emancipazione, a partire da dove meno si poteva aspettarselo, dallo Stato Pontificio di Pio IX.
Si sa che papa Mastai Ferretti incominciò il suo pontificato con una serie di provvedimenti liberali che infiammarono il sentimento neoguelfo e fecero intravedere ai liberali cattolici la possibilità di conciliare fede religiosa e ideale politico, e di sviluppare il moto nazionale sotto la guida della massima autorità religiosa.
Fu un’illusione, naturalmente. Il papa fece una clamorosa retromarcia, e con il Sillabo si dichiarò nemico acerrimo di ogni istanza liberale. Gli stessi provvedimenti a favore degli ebrei vennero dimenticati e soltanto nel 1870, con il passaggio allo Stato Italiano degli ultimi resti dello Stato Pontificio, la comunità ebraica ottenne la sospirata emancipazione.
Il pensiero di Massimo d’Azeglio.
Degli entusiasmi suscitati dai primi provvedimenti di Pio IX troviamo un’eco clamorosa nell’opuscolo di un canavesano illustre, Massimo d’Azeglio, che rivolgendosi al fratello gesuita, il famoso Padre Roberto Taparelli d’Azeglio, esalta in particolare l’attenzione riservata dal papa agli ebrei del Ghetto di Roma, la comunità ebraica più numerosa e più maltrattata della penisola.
Scrive d’Azeglio: «Che cosa sia il Ghetto di Roma, lo sanno i Romani, e coloro che l’hanno veduto. Ma chi non l’ha visitato sappia che presso il ponte a Quattro Capi s’estende lungo il Tevere un quartiere, o piuttosto ammasso informe di case e tuguri mal tenuti, peggio riparati e mezzo cadenti (…) nei quali si stipa una popolazione di 3900 persone, dove invece ne potrebbe capire una metà malvolentieri.
Le strade strette, immonde, la mancanza d’aria, il sudiciume che è conseguenza inevitabile dell’agglomerazione sforzata di troppa popolazione quasi tutta miserabile, rende quel soggiorno tristo, puzzolente e malsano. Famiglie di que’ disgraziati vivono, e più d’una per locale, ammucchiate senza distinzione di sessi, di condizioni, di salute, a ogni piano, nelle soffitte e perfino nelle buche sotterranee, che in più felici abitazioni servono da cantine.
Questa non è la descrizione del Ghetto, nè d’un millesimo delle dolorose condizioni che, nel silenzio e nell’abbandono d’una miseria ignorata, si verificano fra le sue mura; ma vi è appena un cenno: ché a farne una giusta relazione troppo ci vorrebbe».
E come non bastasse, su questa massa di miserabili venivano esercitate le più assurde e crudeli prevaricazioni.
D’Azeglio parla degli ebrei romani, ma sotto i suoi occhi scorre in primo luogo la realtà piemontese: «Credo che si possa affermare essere gl’Israeliti del Piemonte al momento presente in peggior condizioni di tutti gli altri loro correligionari Italiani; ma l’esempio di Pio IX, ed il nobile assunto preso dal re Carlo Alberto di rinnovare e riformare lo Stato promette prossimo il termine d’una tanto vecchia e anticristiana ingiustizia».
È praticamente una anticipazione dell’atto di emancipazione contenuto nello Statuto albertino, che equipara, finalmente, in diritti e doveri, gli ebrei a tutti gli altri cittadini.
* * *
A margine di queste annotazioni, ci sia consentito un breve commento. D’Azeglio passa agli occhi del pensiero radicale come un moderato, un conservatore. E certamente lo era. Ma il suo modo di integrare nel pensiero moderato lo spirito di tolleranza dell’illuminismo, la sua appassionata difesa della dignità umana alla luce di una interpretazione razionale del messaggio cristiano, in sostanza il suo autentico liberalismo, dopo gli anni recenti in cui sotto l’etichetta di liberale è stato fatto passare di tutto, dal malaffare alla incontinenza comportamentale, induce veramente a pensare: ce ne fossero tanti, oggi, moderati come d’Azeglio!
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