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Un’influenza tremenda, diversa da quelle viste in precedenza. La chiamarono Spagnola

Un testo di Jose Ragona per la rivista Canavèis dell'editore Baima e Ronchetti

Un’influenza tremenda, diversa da quelle viste in precedenza. La chiamarono Spagnola

Durante le ricerche per rintracciare documentazione inerente all’influenza definita Spagnola o Spagnuola, mi sono continuamente stupita di come non ci fosse presenza negli archivi del nostro territorio, né ci fossero, sui giornali del periodo, notizie al riguardo. Sapevo dai racconti degli anziani che la spagnola era stata un’epidemia tremenda, che aveva seminato lutti in ogni casa, che erano morte migliaia di persone. Ma continuavo a chiedermi perché non trovavo niente: non una statistica, non un elenco e nemmeno una citazione sugli annuari di quel tremendo anno. La cosa mi incuriosiva sempre più, e mi stimolava ricercare il perché l’epidemia fosse stata tenuta così nascosta.

La stampa, i quotidiani, e le cronache cittadine di quegli anni, riservarono le loro pagine all’avanzata degli Alleati, alla ritirata dei tedeschi, alla battaglia di Vittorio Veneto. Non restava spazio per occuparsi di un’influenza che mieteva vite, e la censura militare di quegli anni fece azione di contenimento delle informazioni per evitare il panico collettivo. Occuparsi delle morti eroiche in nome della patria era sicuramente più interessante.

Il contagio.

Erano gli anni della Grande Guerra, il mondo già era provato dalla terribile esperienza bellica, quando l’influenza – la Spagnola – contagiò un miliardo di persone tra il 1918 e il 1919, uccidendone in tutto il mondo ventun milioni (1), più delle vittime del conflitto appena concluso.

Intere famiglie furono eliminate. La malattia andava ad aggiungersi alle già precarie condizioni di vita di quegli anni, dove l’alimentazione era scarsa e povera e le condizioni igienico-sanitarie lasciavano a desiderare. 

Scoppiò improvvisamente all’inizio del 1918, senza destare particolari allarmismi. Si attenuò durante l’estate per ricomparire con tutta la sua potenza nell’autunno dello stesso anno. 

Dapprima si manifestò a Madrid nel febbraio del 1918, dove venne definita a carattere benigno, in quanto non causava la morte degli infetti, e normalmente si guariva in 3 o 4 giorni. Successivamente si hanno notizie della diffusione del virus in America, a Boston, dove migliaia di persone furono contagiate, ma il decorso positivo non destò alcun allarmismo.

Il coinvolgimento nella guerra di molti paesi, ad iniziare da Francia, Germania, Austria, Bulgaria, fino a Romania, Grecia, Impero Ottomano e Stati Uniti, determinò il contagio delle reclute che spostandosi provocarono la diffusione dell’epidemia; fin quando nel settembre del 1918 la spagnola iniziò a mietere le prime vittime. Nei soli Stati Uniti le morti riconducibili all’influenza furono mezzo milione, sconfinò fino in Alaska, dove in alcuni villaggi nessuno restò in vita. 

I soldati reduci dai vari fronti di guerra, non tornavano a casa con decorazioni o medaglie, ma con malnutrizione, sudiciume, pidocchi e febbre infettiva. L’epidemia si diffuse ovunque e nessuno fu più al sicuro.

Tra l’ottobre del 1918 e il gennaio del 1919, venne coinvolta la metà del genere umano. In Italia le morti dichiarate furono 375.000, ma le stime sono molto più alte, si parla di circa 600.000 (2) casi in quanto molti non furono denunciati o ricondotti e il bilancio delle vittime è ancora oggi in discussione.

Se in passato le epidemie avevano colpito più i poveri che i ricchi, la Spagnola sembrava sottrarsi a questa regola, le testimonianze di medici e osservatori indicarono che l’epidemia non fece distinzioni tra le classi sociali.

Le persone colpite erano neonati, bambini, anziani, ma maggiormente persone sane tra i 30 e 40 anni. Nelle grandi città, durante il massimo picco, che si ebbe in ottobre-dicembre del 1918, a causa dell’alta mortalità, i negozi furono chiusi, come le scuole, come uffici e fabbriche. A Torino malgrado le misure prese dalle autorità sanitarie l’influenza non accennò a diminuire contando una media superiore a 100 morti al giorno (3).

I sintomi della malattia.

La malattia si presentava all’inizio come una normale influenza, con un sordo mal di testa e un vago bruciore agli occhi, dolori alle articolazioni e alle masse muscolari, poi la febbre aumentava fino a diventare altissima, accompagnata da violento mal di testa, tosse con catarro e difficoltà a respirare. I medici avevano imparato a riconoscerla: il viso diventava violaceo, poi cianotico e a nulla servivano le iniezioni di stricnina; in breve il paziente entrava in coma e entro  pochi giorni moriva  tra l’impotenza della classe sanitaria.  

Le cause imputate allo sviluppo dell’epidemia furono di vario tipo.

A carattere politico a seguito delle situazioni belliche: si sparse la voce che una casa farmaceutica tedesca avesse introdotto i germi della Spagnola in una compressa per far passare il mal di testa e che in tal modo i microbi si diffondevano nell’organismo causando la malattia e la successiva velocissima morte. Fu da alcuni definita come l’arma batteriologica di una nazione ormai quasi sconfitta.

Non mancarono neppure le interpretazioni religiose, secondo cui l’avvento dell’epidemia era l’avverarsi di una profezia biblica, il castigo dell’ira divina per la guerra che si stava combattendo. 

Alcuni dissero che la Spagnola era l’effetto delle campagne di vaccinazioni per il vaiolo e altre malattie (obbligatorie) fatte negli anni precedenti che avevano indebolito il sistema immunitario delle popolazioni.

Ancora oggi non esiste un’informazione precisa sullo sviluppo di tale pandemia. 

I tentativi di cura.

La scienza medica poco sapeva al riguardo delle cause della malattia, e ancora meno poteva fare con le cure. Alcuni medici si rimettevano, come già avevano fatto in passato di fronte a epidemie inspiegabili, nella gran forza risanatrice della natura. Altri si affidano a farmaci quali la canfora, la caffeina, la stricnina, il benzoato di sodio, il chinino. Ma senza alcun successo. Non mancavano farmaci empirici, quali il tabacco, il vino cotto con lo zucchero, il sidro, o il succo di limone. Niente venne lasciato di intentato. Il fatto che neppure i dotti, coloro che conoscevano i segreti della vita e della morte, sapessero dare una spiegazione, diffondeva timore e sconforto nella popolazione.

Su «La Sentinella del Canavese» dell’ottobre del 1918 non si fa cenno alla malattia, se non per la pubblicità di un farmaco l’ELIXIR Amaro Febbrifugo dell’Antica Farmacia Ordine Mauriziano di Torino che «preso un cucchiaio al mattino e sera» serviva come «curativo in caso di leggero attacco di influenza o febbre spagnuola».

Limitare il contagio venne ritenuto il requisito indispensabile per arginare la grande influenza. Mai si parlava di Spagnola bensì di influenza, come nel telegramma che il prefetto di Torino Taddei invia al Sottoprefetto di Ivrea: «trattarsi di influenza con complicanze consecutive ad incuria dei primi attacchi morbosi. Essa colpisce preferibilmente le vie respiratorie con tendenza a localizzarsi nei polmoni. Tuttavia non mancano casi con sintomatologia abnorme che hanno dato luogo ad allarmi ingiustificati e perciò si ritiene opportuno comunicare una profilassi razionale».

Nonostante gli «allarmi» siano «ingiustificati», proprio il Prefetto di Torino, Taddei, in data 8 ottobre ordinò al Sottoprefetto di Ivrea con un telegramma, di sospendere fino a nuove disposizioni l’esercizio dei teatri, dei caffè e dei cinematografi. In data 11 ottobre 1918 venne vietato il ballo nei circoli privati nella città di Ivrea, e in data 26 ottobre il sindaco di Ivrea Avv. Giovanni De Jordanis sensibilizzò gli abitanti pubblicando un manifesto che impediva l’agglomeramento di molte persone e «considerando la solennità di Ognissanti ordina che il Cimitero resterà chiuso nei giorni 1 e 2 novembre, e che saranno ammesse un numero limitato di persone nell’eventualità di sepolture, ma escluso ogni corteo e riunioni di persone».

Le grandi restrizioni alla vita sociale, fanno pensare a quanto pericoloso fosse il contagio, e quanto dovesse essere difficile restarne esclusi. Anche Benito Mussolini che nel 1918 era direttore del giornale «Il Popolo d’Italia» fa scrivere da un suo redattore: «Che si impedisca ad ogni italiano la sudicia abitudine di stringere la mano, e la pandemia scomparirà nel corso di una notte». La stretta di mano, prima di essere bandita come saluto afascista, è bollata come veicolo d’infezione biologica. 

La Spagnola in Canavese.

Gli effetti della Spagnola si fecero sentire in molte famiglie canavesane, in aggiunta alla mancanza di viveri, all’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità, interi nuclei familiari vennero cancellati. Non c’era famiglia che non avesse perso almeno un componente. I mezzi di comunicazione del tempo ne parlarono molto poco, principalmente per non aggiungere preoccupazioni ai soldati impegnati negli ultimi mesi di guerra.

A livello amministrativo le autorità civili fecero opere di disinfezione dei locali pubblici. Nacquero nuovi strumenti per le disinfezioni.

A causa del gran numero di morti, nelle grandi città le sepolture erano collettive, impersonali e deritualizzate, in alcuni paesi canavesani i deceduti venivano sepolti con la calce in bocca, per cercare in tal modo di scongiurare il contagio.

Nel giugno del 1919 l’epidemia così come era iniziata si spense, lasciando paura e miseria in un paese già devastato dalla guerra, e anche la spagnola scivolò nell’oblio.

Sono passati quasi cento anni dallo sviluppo dell’epidemia, oggi i medici sono in grado di combattere ceppi virali letali con strumenti che nel 1918 non esistevano. Oggi vi sono gli antibiotici. 

Note

1. Secondo le stime più caute. Alcune fonti parlano di 25 e persino 40 milioni. Cfr. W. Beveridge, L’influenza. Ultimo grande flagello, Roma 1982.

2. Giorgio Mortara, La Salute pubblica in Italia durante e dopo la guerra.

3. L’influenza a Torino, in «la Nazione», 21 ottobre 1918.

Bibliografia

Archivio Comunale Ivrea, Inventario Atti. Serie IV, classe 9, Epidemie malattie dell’uomo e degli animali.

La Sentinella del Canavese, Ottobre 1919.

Sanchita Pasi, relazione su “la Spagnola”.

Giorgio Cosmacini, Medicina e Sanità in Italia nel ventesimo secolo. Dalla Spagnola alla II guerra mondiale.

Gina Kolata, Epidemia, Storia della grande influenza del 1918 e della ricerca di un virus mortale.

Eugenia Tognotti, La “Spagnola” in Italia. Storia dell’influenza che fece temere la fine del mondo (1918-19).

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