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03 Febbraio 2026 - 19:46
«Una pallottola a testa». Così, senza attenuanti né metafore, Luigi Felicioni, commissario della Lega a Roseto degli Abruzzi, ha commentato sui social la manifestazione di sabato scorso a Torino, quella scesa in piazza per chiedere la riapertura del centro sociale Askatasuna e culminata con l’aggressione a diversi agenti di polizia.
Parole messe nero su bianco, affidate a un commento su Facebook e poi rilanciate, confermate, rivendicate. Una “soluzione giusta ed equilibrata”, ha scritto Felicioni, evocando esplicitamente la morte come risposta politica e penale alla violenza di piazza. Un linguaggio che ha immediatamente scavalcato i confini della polemica social per trasformarsi in un caso nazionale, con reazioni durissime e una coda di accuse che non si è fermata neppure dopo il tentativo, in serata, di prendere le distanze dal partito.
Il riferimento era diretto. Felicioni commentava uno dei tanti post dedicati agli scontri di Torino, parlando di “pulizia” degli aggressori attraverso «una pallottola cadauna piantata nel cervello». Un’espressione che non lascia spazio a interpretazioni e che richiama un immaginario violento, punitivo, radicale. Non uno scivolone verbale, ma una posizione ribadita poche ore dopo in un video pubblicato dallo stesso Felicioni, sempre su Facebook. Un video in cui il tono resta fermo, rivendicativo, privo di ripensamenti.
Quando la bufera si è fatta più intensa, è arrivata la precisazione: Felicioni ha dichiarato di essersi dimesso dalla Lega Abruzzo il 31 gennaio, proprio nei giorni degli scontri torinesi. Quelle parole, ha spiegato, sarebbero quindi il frutto di un pensiero «esclusivamente personale», espresso da «un uomo libero». Non più un dirigente di partito, dunque, ma un cittadino che parla a titolo individuale.
Una distinzione che, però, non ha attenuato le reazioni. Perché, dimissioni o meno, quelle frasi restano pronunciate da un uomo che fino a poche ore prima ricopriva un incarico politico, e che per anni ha rappresentato una forza di governo. Ed è proprio su questo punto che si è concentrata la risposta del Partito Democratico, durissima nei toni e nel merito.
I deputati abruzzesi Michele Fina e Luciano D’Alfonso, insieme al segretario regionale dem Daniele Marinelli, hanno parlato di parole «violente» e «gravissime», che non possono essere archiviate come uno sfogo estemporaneo. «Siamo di fronte a un livello di degrado istituzionale e civile che non può essere derubricato a opinione personale», hanno attaccato. «Invocare pallottole e “pulizia” non è libertà di pensiero: è barbarie verbale che legittima la violenza e avvelena il clima democratico».
Nel mirino non c’è solo il contenuto delle dichiarazioni, ma il loro effetto. Perché, in un Paese attraversato da tensioni sociali e politiche, l’uso di un linguaggio che richiama l’eliminazione fisica dell’avversario viene letto come un carburante pericoloso. Non un’opinione qualsiasi, ma un messaggio che, secondo il Pd, rischia di normalizzare l’idea che alla violenza si possa rispondere con una violenza ancora più estrema.
La Lega, ufficialmente, non è intervenuta nel merito. E forse non ce n’è stato bisogno: lo stesso Felicioni ha annunciato di aver rimesso il proprio incarico nelle mani dei dirigenti regionali. Ma il caso resta, perché si inserisce in un contesto già infiammato dagli scontri di Torino e dal racconto contrapposto che ne hanno dato politica e social network.
Gli episodi di violenza durante la manifestazione per Askatasuna hanno già prodotto una lunga scia di reazioni, con una narrazione polarizzata tra chi parla di aggressioni inaccettabili alle forze dell’ordine e chi, dall’altra parte, denuncia una gestione repressiva delle piazze. Le parole di Felicioni si innestano su questo terreno scivoloso, estremizzandolo.
E non è l’unico fronte aperto. Sempre a partire dal pestaggio di sabato scorso, un altro post social ha acceso nuove polemiche. A finire nel mirino questa volta è Flavia Gaudiano, consigliera di centrosinistra a Rivalta di Torino. «Entri che ti hanno pestato a sangue e dopo qualche ora esci senza neanche un graffio!», ha scritto su Facebook, riferendosi agli agenti coinvolti negli scontri.
Un commento che Lega e Fratelli d’Italia hanno definito «un’offesa alle forze dell’ordine e a chi rappresenta l’ordine pubblico». Entrambi i partiti hanno chiesto le dimissioni della consigliera, accusando la sinistra di avere «un rapporto molto scivoloso con la violenza, soprattutto nei confronti di quella di area antagonista».
Due episodi diversi, ma legati dallo stesso filo: l’uso delle parole. Da un lato chi evoca le pallottole come soluzione politica, dall’altro chi minimizza o ironizza sulle conseguenze della violenza. In mezzo, una città, Torino, che fa i conti con una piazza degenerata e con un dibattito che, invece di raffreddarsi, sembra alzare ogni giorno di più il livello dello scontro.
Le frasi di Luigi Felicioni restano lì, scolpite nei post e nei video, a testimoniare quanto sottile sia diventato il confine tra provocazione e incitamento, tra opinione e istigazione. Dimissioni o meno, l’eco di quelle parole continua a rimbalzare, trasformando una manifestazione di piazza in un caso politico che va ben oltre Torino e che interroga, ancora una volta, il linguaggio e le responsabilità di chi sceglie di parlare — o di sparare parole — nello spazio pubblico.
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