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03 Febbraio 2026 - 16:09
"Deportazioni di massa e stermini nella Storia. Adesione o indifferenza della pubblica opinione nei domini del terrore". Questo il titolo dell'incontro svoltosi a Ivrea, nel tardo pomeriggio di giovedì 29 gennaio, sorto con l'intento di aprire la riflessione sul ruolo della pubblica opinione rispetto ai domini del terrore.
Una riflessione intensa che ha sfiorato tematiche storiche, sociali e culturali dove il professor Claudio Vercelli, saggista, storico del Novecento, già docente di Storia dell’ebraismo all’Università Cattolica di Milano, ha proposto una riflessione ampia e articolata sulla genesi dei genocidi e sui sistemi di sterminio, mettendo al centro il ruolo delle società, delle masse e delle pubbliche opinioni.
A dialogare con lui il professor Armando Minutola, responsabile del Dipartimento di Storia e Filosofia del Liceo Botta di Ivrea. L’incontro, organizzato dal Forum Democratico del Canavese, ha affrontato il tema del genocidio come nodo civile che continua a interrogare il presente.
Partendo dalla Shoah, il professor Vercelli ha allargato lo sguardo ai diversi contesti in cui, nel corso del Novecento, si sono affermate politiche di annientamento. Il genocidio, ha chiarito, non è mai un’esplosione incontrollata di brutalità: è una politica di Stato. Presuppone una volontà, una delega, una catena di responsabilità che coinvolge non solo il potere politico, ma anche quello amministrativo e burocratico.
Una dinamica che non appartiene esclusivamente alla Germania nazista degli anni Trenta e Quaranta. L’analisi delle fonti rimanda anche alle esperienze coloniali europee, franco-britanniche, belghe, olandesi, dove la rapina sistematica delle risorse, la neutralizzazione delle popolazioni autoctone, la divisione dei territori e l’eliminazione fisica hanno costituito pratiche consolidate.

Il professor Vercelli a Ivrea in dialogo con il professor Armando Minutola
Nel corso degli anni cambiano le modalità ma non la logica di fondo: l’idea dell’inferiorità dell’altro, non come semplice differenza, ma come alterità pericolosa.
In questo quadro si inserisce il tema centrale dell’incontro: la partecipazione delle masse. Di genocidio in genocidio alcune dinamiche restano costanti, altre mutano, ma torna sempre la domanda su quale ruolo abbiano giocato popoli e società. Vercelli ha invitato a superare letture consolatorie, ricordando che l’indifferenza non è solo un atteggiamento morale, ma un meccanismo sociale.
Nel suo intervento è emersa una stanchezza diffusa delle società contemporanee, come se l’esposizione continua alla violenza producesse assuefazione e inerzia. Una mancanza di empatia che si traduce nell’incapacità di riconoscere l’altro, anche quando si è solo spettatori lontani dei conflitti.
"La perdita di empatia e le generalizzazioni – ha osservato Vercelli – alimentano dinamiche di ostilità che coinvolgono non solo chi vive i conflitti, ma anche chi li guarda".
Lo sguardo si è poi spostato sull’attualità, dove tornano con forza le retoriche della paura. In contesti di insicurezza, reale o percepita, gruppi e leader politici costruiscono consenso indicando una minaccia e legittimando scorciatoie, sospensioni della legge, risposte repressive. Meccanismi già visti, che trovano terreno fertile quando il linguaggio si impoverisce.
Proprio al linguaggio Vercelli ha dedicato un passaggio centrale: "Più la lingua è rarefatta, più sono rarefatti i significati, più le persone diventano soggiogabili".
E' stato richiamato il "logos", la capacità di tenere insieme la complessità della realtà: esattamente ciò che i regimi temono. La semplificazione rassicura, offre l’illusione del controllo, riduce la comunicazione e, con essa, l’empatia.
La riflessione si è chiusa sul ruolo dello storico e sull’importanza dell’educazione. La storia, se compresa, può diventare azione civile. Ed è nella scuola che questa consapevolezza può essere trasmessa, non come memoria rituale, ma come esercizio critico permanente.
L'incontro è stato introdotto dal Trio Equabile che ha eseguito Phantasiestücke op.88 di Robert Schumann.
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