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03 Febbraio 2026 - 01:21
Stefano Lo Russo
Sei pagine, tanta filosofia, una città spaccata. Stefano Lo Russo, ieri, è entrato in Sala Rossa con il tono del professore universitario che apre la lezione spiegando agli studenti che lui, in fondo, aveva ragione. Era noto, ha detto. Era noto che sarebbero arrivati i violenti, era noto che il rischio c’era, era noto tutto. E proprio perché era noto, il sindaco – da cittadino prima ancora che da primo cittadino – si aspettava uno Stato che sapesse prevenire. Traduzione non autorizzata ma politicamente chiarissima: io vi avevo avvisato, ora fate voi.
Nel frattempo Torino ha fatto quello che sa fare meglio quando la politica discute: ha contato i cocci. 164 mila euro di danni certificati, che non sono solo una cifra da bilancio ma un elenco di vetrine sfondate, serrande piegate, strade devastate, agenti feriti e cittadini rimasti chiusi in casa mentre fuori è andata in scena l’ennesima rappresentazione della città ostaggio di se stessa.

Ma dentro l’aula si è respirata un’altra aria. Lo Russo ha letto il suo testo di sei pagine citando Aldo Moro, Norberto Bobbio e persino Tucidide, come se la guerriglia urbana di corso Regina Margherita fosse stata una disputa filosofica sulla natura del conflitto e non una sequenza di cariche, spranghe e vetrate in frantumi. Il messaggio è stato chiaro: qui si è fatta alta politica, non cronaca spicciola. Peccato che la cronaca, quella vera, non abbia chiesto il permesso.
Il sindaco ha annunciato la costituzione di parte civile del Comune contro i responsabili delle violenze. Atto dovuto, scontato, inevitabile. Un gesto che non ha fatto male a nessuno e non ha risolto nulla, se non la necessità di poter dire di aver fatto “qualcosa”. Lo stesso copione già visto poche ore prima in Regione con Alberto Cirio, in una sorta di unità istituzionale che è sembrata più un riflesso automatico che una strategia. Perché la domanda è rimasta lì, appesa come un lacrimogeno che non ha smesso di fumare: se era tutto così noto, se i segnali erano così chiari, perché si è arrivati a questo punto?
Fine della prima parte. Secondo capitolo. Più rassicurante. Quello che ha messo tutti d’accordo e ha consentito alla politica di ritrovare per qualche minuto una dignità condivisa: la benemerenza civica. Alessandro Calista, colpito durante gli scontri, e Lorenzo Virgulti, che lo ha soccorso. Giusto, sacrosanto, inattaccabile. L’unico momento in cui la Sala Rossa ha smesso di essere una trincea ed è diventata, per qualche istante, un luogo istituzionale vero.
Ma è durato poco, perché subito dopo la politica è tornata a fare politica, cioè a dividersi.
Ed è qui che Lo Russo è rientrato nel campo minato della sua maggioranza. Sinistra Ecologista era in piazza? Sì. Avs era in corteo? Sì. Ma, ha spiegato il sindaco, la violenza ha fatto solo un favore alla destra più reazionaria. E soprattutto, ha sottolineato, questa volta tutti hanno preso le distanze, senza ambiguità. Tutti. Una parola grossa, che in Sala Rossa ha provocato più di uno sguardo perplesso. Perché l’ambiguità, per molti, non è sparita: ha solo cambiato forma, diventando linguaggio felpato, comunicati prudenti, prese di distanza misurate al millimetro.
Nel mezzo, Lo Russo ha trovato anche il tempo per una carezza istituzionale alla premier Giorgia Meloni, riconoscendole “un livello superiore” rispetto ad alcuni epigoni locali o ministri alla spasmodica ricerca di visibilità. Un complimento che è suonato come una stilettata, soprattutto quando i destinatari impliciti sono stati Maurizio Marronee Paolo Zangrillo. Altro che dialogo tra Istituzioni: in Sala Rossa si è sentito chiaramente il rumore della campagna elettorale del 2027.
Il centrodestra, dal canto suo, non ha perso tempo ed è passato all’attacco frontale. Giuseppe Iannò ha posto la domanda che aleggiava nell’aria: Lo Russo ha governato davvero Torino o ha governato nei limiti concessi da Sinistra Ecologista? Una domanda che ha valso più di mille interventi, perché ha centrato il punto politico vero. Enzo Liardoha alzato ulteriormente il tiro ed è tornato al mantra di sempre: Askatasuna come covo di illegalità protetto politicamente da trent’anni. Una formula collaudata che è culminata con la richiesta di “sollevare dall’incarico” Jacopo Rosatelli.
La Lega, con Fabrizio Ricca, ha provato a vestire i panni del moralizzatore: basta costituirsi parte civile per lavarsi la coscienza? Secondo il Carroccio è esistita un’area politica borghese che non solo ha tollerato l’antagonismo cittadino, ma lo ha giustificato, lo ha accompagnato, a volte lo ha accarezzato. Forza Italia ha rincarato: Domenico Garcea ha giudicato inaccettabile la presenza dell’amministrazione in piazza e ha chiesto l’uscita della Sinistra dalla giunta.
In mezzo a questo gioco delle parti, il Movimento 5 Stelle ha recitato il ruolo che ha conosciuto meglio. Valentina Sganga ha ribaltato il tavolo e ha accusato la destra di usare la violenza come passerella propagandistica. Per i pentastellati Askatasuna non è stata il problema ma il pretesto, il simbolo utile per colpire il dissenso mentre il governo ha stretto le maglie del decreto sicurezza. Una narrazione che ha trovato sponda anche più a sinistra e che ha certificato una verità scomoda: la frattura politica non è stata ricomposta, è stata solo mascherata.
Il Pd ha provato a tenere la barra dritta, ma il legno ha scricchiolato. Claudio Cerrato ha ammesso l’evidenza: il partito è rimasto stretto tra antagonismo e repressione. Tradotto in termini meno eleganti: qualunque mossa è risultata sbagliata. Se si condanna troppo, si è tradita una parte dell’elettorato; se si è mediato troppo, si è persa credibilità istituzionale.
Insomma, il sindaco ha citato Tucidide, ma la sua maggioranza è apparsa sempre più in equilibrio precario, tenuta insieme con lo sputo, la diplomazia e la speranza che il prossimo corteo sia meno violento del precedente.
Paradossalmente, quello che è sembrato meno in difficoltà è stato Emanuele Busconi di Avs. Chiamato in causa da mezza aula, ha risposto colpo su colpo, ha respinto le accuse, ha rifiutato lezioni dalla destra e ha rivendicato la presenza in piazza come rappresentanza politica. Nessun passo indietro, nessuna abiura.
Sul futuro di corso Regina Margherita 47, Lo Russo ha promesso che l’immobile tornerà nella piena disponibilità della città, che non resterà vuoto, che si dialogherà solo con chi prenderà le distanze dalla violenza. Promesse, tempi maturi, clima meno conflittuale. Lessico da amministratore prudente, che però ha continuato a stridere con una realtà molto più brutale e con una vicenda che, a distanza di settimane, è rimasta un nervo scoperto.
Insomma, Torino è uscita da questa seduta con una certezza: la ferita non è stata solo urbana, è stata politica. E mentre il sindaco ha distribuito citazioni colte e richiami alla responsabilità, la città è rimasta ostaggio di una storia che nessuno è sembrato davvero voler chiudere. Perché Askatasuna, più che un immobile, è diventata una comoda scusa. Per la destra, per la sinistra, per la maggioranza e per l’opposizione. E intanto, fuori dall’aula, i cocci sono rimasti lì.
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