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"Il mio sogno? Che ogni cittadino possa recuperare la fiducia e il rispetto nelle istituzioni, compresa la giustizia"

Emmanuele Serlenga, già consigliere comunale di opposizione, avvocato, racconta gioie e dolori della sua professione

Il mio sogno? Che ogni cittadino possa recuperare la fiducia e il rispetto nelle istituzioni, compresa la giustizia.

Emmanuele Serlenga di Lauriano

Questa settimana abbiamo voluto misurare la temperatura alla professione forense, che in Italia supera di poco i 240 mila iscritti all’ordine degli avvocati.

Dal 2020, quando gli avvocati risultavano 245 mila, stiamo assistendo a un lento ma progressivo calo. Certo, se prendiamo in esame il dato in relazione al numero di abitanti, in Europa la facciamo da padroni con oltre 400 avvocati ogni 100 mila abitanti, il doppio della Germania e il quadruplo della Francia.

Per parlare delle problematiche che affliggono questa professione, abbiamo incontrato il giovane avvocato di Lauriano Emmanuele Serlenga, iscritto all’Ordine degli Avvocati di Torino, già consigliere comunale di opposizione nel suo paese.

Avvocato Serlenga, com’è la salute dell’Ordine degli Avvocati? 

Dipende. Parlo per quel che riguarda l’Ordine di Torino, al quale sono fiero di essere iscritto, perché vi sono appartenuti grandi figure. In particolare, mi piace ricordare Fulvio Croce, assassinato dalle BR perché, insieme a un manipolo di Colleghi coraggiosi, volle assicurare la difesa ai terroristi, che non riconoscendo lo Stato italiano, rifiutarono anche il processo. Ritengo che lui e Bruno Caccia, il Procuratore assassinato dalla ‘ndrangheta nel 1983, siano ancora stelle polari, per noi che ci occupiamo di giustizia. Oggi, gestire un Ordine con oltre 6.000 iscritti,  come il nostro, certamente non è semplice.

Quando ha iniziato a esercitare la professione forense?

Il 9 febbraio 2004, quando iniziai il praticantato dal mio maestro il dottor Andrea Castelnuovo.

Com'ècambiato il suo lavoro?

Rispetto a quando ho iniziato, oggi sta prendendo più piede l’informatizzazione, che certo facilita il lavoro, ma rischia di comprimere i rapporti umani. Poi da oltre un decennio si cerca di deflazionare il contenzioso, ricorrendo a procedure finalizzate alla negoziazione e alla riconciliazione tra le parti. In generale, non sono contrario a ciò, anche se ovviamente bisogna valutare caso per caso.

Come sono cambiati gli assistiti?

Ci sono naturalmente eccezioni, ma vedo un aumento di povertà, paura  e solitudine, che certo non facilitano i rapporti umani, quindi nemmeno quelli tra avvocato e cliente. Anche la difficoltà nell'interpretazione di leggi spesso lacunose e contraddittorie non ci aiuta.

E le leggi?

Ci sono eccezioni anche qui, ma in generale, da almeno un ventennio, le leggi non brillano né per chiarezza, né per utilità, né per facilità di applicazione. Anzi, non di rado si presentano contraddittorie tra loro, il che ovviamente non ci facilita. Molte volte poi, il legislatore agisce di pancia, sulla spinta di episodi di cronaca, e in quei casi, normalmente, non esce fuori nulla di buono.

Emmanuele Serlenga

I processi si sono velocizzati o le Procure sono sempre intasate e non danno spesso al cittadino la sensazione che la Giustizia funzioni? Cosa dovrebbe fare la Magistratura per accorciare i tempi delle cause?

Alcune Procure e alcuni Tribunali  funzionano benissimo. Dipende da tanti fattori, come il numero di procedimenti, l’organico, sia dei giudici che dei cancellieri, ed anche dalla capacità del Procuratore o del Presidente del Tribunale di organizzare il lavoro degli uffici. 

La depenalizzazione che negli ultimi decenni è stata messa in atto dalla politica, ha migliorato la situazione?

Il processo penale, essendo strumentale all’esercizio della forza dell’uomo sull’uomo, fino a potergli restringere la libertà, deve essere l’estremo rimedio alla giustizia. Le depenalizzazioni compiute fin qui, sono state in larga parte giuste, ma ancora insufficienti.

Lei è un avvocato difensore, ma le chiedo di darci una risposta che inglobi anche la parte dell’accusa: la politica, voi avvocati, la sentite vicina e collaborante o vi sembra che complichi il vostro lavoro?

Noi avvocati siamo necessariamente vicini ai cittadini, dovendo tutelarne  i diritti. La politica invece ci appare lontana, con leggi spesso inutili o di difficile applicazione. A volte sembra che il Legislatore, a differenza nostra, non abbia presente come vivano le persone.

Abbiamo letto, proprio dalle pagine di questo giornale, dopo che la Procura di Ivrea ha preso in carico il fascicolo sulla tragedia di Brandizzo, la difficile situazione del Tribunale di Ivrea, che il Procuratore Generale di Torino il dottor Francesco Saluzzo ha denunciato. E sulla stessa scia anche il procuratore Capo di Ivrea la dottoressa Gabriella Viglione ha rimarcato la drammatica situazione. La Procura di Ivrea è anche titolare di tante inchieste delicate e di interesse nazionale, non a caso, è di pochi giorni fa la sentenza di Primo Grado nel Processo Platinum.

Lei cosa ci può dire a riguardo?

Che mi associo a quanto espresso dal Procuratore di Ivrea. Aggiungo che se il cittadino perde la fiducia nella giustizia, a rimetterci siamo non solo noi che ci lavoriamo, ma l’intera società civile.

Abbiamo visto l’intervento del Titolare del Dicastero della Giustizia il Ministro dottor Carlo Nordio, dopo il gravissimo incidente alla stazione di Brandizzo, dove ha affermato la necessità di dover far fronte all’affollamento delle carceri con l’utilizzo delle Caserme dismesse, vista l’impossibilità di costruirne delle nuove, lei ha una ricetta differente?

Già ora molte carceri non rispettano le normative edilizie previste dall’ordinamento penitenziario, fino a raggiungere condizioni inumane. Quindi, non credo che edifici spesso obsoleti e nati per altri scopi, come le caserme, siano la soluzione. Occorrerebbe, da un lato, ampliare il ricorso alle misure alternative al carcere, e la recente Riforma Cartabia, almeno negli auspici, sembra andare in quella direzione, dall’altro lato, servirebbe lavorare sul reinserimento sociale dei detenuti; oggi, oltre il 60% di loro, dopo aver scontato la pena, finisce per rientrare in carcere. Ancora,  per circa il 15% dei detenuti non si è  ancora definito nemmeno il primo grado di giudizio, e questo rappresenta un dato ancora troppo elevato, anche se nell’ultimo decennio i numeri sono in costante calo. Per capirci, nel 2013 i detenuti in attesa del primo grado di giudizio erano circa il 40%.

Avvocato Serlenga, che tutti abbiamo diritto ad essere difesi, è un dogma che non si discute, per un paese civile, ma ci dica, le è capitato di dover lasciare la difesa di un cliente?

Il rapporto tra avvocato e cliente deve essere connotato dalla massima fiducia. Se in una qualsiasi delle parti, la fiducia viene meno, è giusto abbandonare il rapporto.

Avvocato Serlenga, in confidenza, qual è il suo sogno inerente alla sua professione?

Mio personale, continuare a crescere professionalmente, nel mio mestiere non ci si deve mai considerare arrivati. In generale, che ogni cittadino possa recuperare la fiducia ed il rispetto delle istituzioni, compresa la giustizia, sentendole come al suo fianco e non lontane come spesso avviene ora.

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